Ucraina: destino di sfollat

La guerra in Ucraina ha prodotto circa un milione e mezzo di sfollati interni. Le condizioni di vita di chi ha lasciato le zone di conflitto nell’est del paese sono spesso difficili. Un reportage

Il giorno in cui sui cieli di Lugansk, la sua città, sono sfrecciati degli aerei militari e da qualche quartiere è arrivata l’eco dei colpi d’arma da fuoco, Elena Dyurugyna, 34 anni, ha pensato che le cose, da quell’istante della primavera di tre anni fa, si sarebbero soltanto messe peggio. Presagio giusto. Lugansk, Donetsk e le aree insorte dell’est ucraino sarebbero diventate di lì a poco teatro di una guerra tra governativi e ribelli filo-russi.

All’epoca la figlia di Elena aveva due anni. “Ho pensato che non dovesse vedere la guerra. Avevo dei lavori da completare. Non appena terminati, me ne sono andata a Kiev. Una scelta obbligata. Nella capitale avevo studiato per due anni. La conosco, mi piace. Mio marito, sempre per questioni di lavoro, è rimasto a Lugansk nei giorni più duri degli scontri. Poi, a settembre, sempre del 2014, ci ha raggiunte”.

Ukraine: Life a daily struggle for IDPs. Photo: UNHCR/Y.Gusyev, Eastern Ukraine March 2015. Source: Flickr

Elena è una fotografa, e quando ha lasciato Lugansk ha venduto la macchina e l’apparecchiatura. Le servivano soldi per il viaggio, per pagare l’affitto, per mantenere per sua figlia. All’inizio, a Kiev, ha lavorato in un McDonald’s. E non immaginava che sarebbe tornata a esercitare la sua vecchia professione; non così presto. Invece è tornata a scattare. È specializzata in fotografie per bambini, ha tra i suoi clienti asili e scuole. Ma fa anche ritratti, e all’occorrenza matrimoni. Il suo studio si trova vicino alla fermata Livoberezhna della metro, all’undicesimo piano di una palazzina: la stessa dove ha sede Krymskaya Diaspora, una Ong nata per fornire assistenza a quanti hanno scelto di lasciare la Crimea, annessa dalla Russia nel marzo 2014. Il raggio d’azione si è rapidamente allargato agli sfollati del Donbass, la cui crisi ha seguito a stretto giro quella della Crimea.

Ong e sfollati interni

È partecipando a un corso sull’imprenditoria promosso da questa associazione che Elena Dyurugyna ha ottenuto i fondi necessari per ricomprarsi una macchina fotografia e delle attrezzature. Lo studio lo mette a disposizione la stessa Krymskaya Diaspora. “Il corso è stato utile. Mi ha insegnato a pianificare, a pensare a una strategia, a promuovermi. Ed è stato anche molto competitivo. Eravamo in duecento a partecipare, e solo diciassette di noi hanno ricevuto fondi”.

Krymskaya Diaspora  è solo una delle Ong, quasi tutte organizzate su base volontaria, quasi tutte costrette a vivere di donazioni, che assistono a Kiev e nel resto del paese quelle che secondo il diritto internazionale sono le Internally Displaced Persons (IDPs): gli sfollati interni. Coloro, vale a dire, che a causa del conflitto hanno lasciato le loro case spostandosi in altre città e altri luoghi dell’Ucraina. Secondo gli ultimi dati dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (Unhcr), relativi all’agosto 2015, gli sfollati interni in Ucraina sono circa un milione e mezzo. Un altro milione di persone si sono invece recate in Russia, secondo quanto riferito dalle autorità di Mosca.

Anche la scelta di dove riparare segue una logica politica, e non potrebbe essere altrimenti, in un paese che a partire dalla rivolta del Maidan si è brutalmente spaccato. Chi supera la frontiera lo fa perché sente un’empatia per la Russia o non si fida del governo di Kiev. “Chi sfolla nelle aree rimaste sotto il controllo di quest’ultimo fa invece una scelta consapevole per l’Ucraina, dal momento che riparare in Russia sarebbe più facile e comodo”, ragiona Lesia Lytvynova, co-fondatrice di Frolivska 9/11, un’altra Ong che offre sostegno agli sfollati.

La loro vita non è semplice. “Da circa due anni il governo ha approvato una legge per tutelarne i diritti sociali e permettere loro di avere inizialmente un contributo finanziario”, riferisce Olga Semenova, del Centro per l’impiego per le persone libere, un’altra Ong che si occupa di IDPs. “Questa misura è vincolata tuttavia a passaggi tecnici e burocratici che ne rendono il funzionamento complicato nella realtà. Gli sfollati sono chiamati a esibire una documentazione che di frequente non hanno modo di produrre, ed è per questo che il nostro compito, qui, è difendere i loro diritti alla sanità, al lavoro, all’asilo per i figli, allo studio”.

Reinserimento a Kiev

L’occupazione è il tema che più sta a cuore all’organizzazione per cui Olga Semenova lavora, come d’altro canto ne indica lo stesso nome. “Di oltre 15mila persone che si sono rivolte alla nostra Ong nei suoi primi due anni di attività, un terzo ha trovato lavoro. Nel nostro database ci sono 3000 aziende. Abbiamo inoltre organizzato corsi professionali per 5500 persone e permesso a cinquanta startup di partire”.

Fare da ponte tra sfollati e aziende è di per sé un’operazione faticosa. Figurarsi in una congiuntura come questa, segnata da recessione pesante. Nel 2015 il paese ha perso 9,9 punti di Pil. Per di più “molti sfollati sono tristi, frustrati. Su dieci che si rivolgono a noi, solo tre, mediamente, sono motivati”, fa sapere Natalia, una signora che al Centro per l’impiego per le persone libere si occupa di rispondere alle chiamate che giungono a un numero appositamente istituito.

Questa frustrazione dipende dalla carenza di opportunità lavorative, come dal senso di spaesamento per aver dovuto lasciare la propria terra. Il percorso di adattamento a Kiev, poi, non sempre è facile. “All’inizio la gente di qui è stata molto solidale verso queste persone, che arrivavano senza nulla. Si era pronti a donare, a volte a ospitare. Ma con il passare del tempo le cose sono un po’ cambiate. Lo stato non si è preso tutte le responsabilità che avrebbe dovuto prendersi. La gestione degli sfollati è così ricaduta sulle sole comunità locali”, afferma Lesia Lytvynova.

Le istituzioni hanno poche risorse e la crisi economica costringe tutti a doversi un po’ arrangiare, ogni giorno. E così, rispetto all’inizio, lo slancio solidale verso gli sfollati si è ridotto. “La gente si è stancata. A volte dice addirittura che è ora che gli sfollati tornino a casa”, spiega Lesia Lytvynova.

Il magazzino di Frolivska 9/11 è collegato alla strada da una finestrella. È da lì che chi vuole può lasciare cibo, vestiti, giocattoli. Passa una coppia sulla sessantina. Hanno con loro un sacco, da cui tirano fuori qualcosa per gli sfollati. Loro donano ancora.

Published 9 May 2016
Original in Italian
First published by Osservatorio Balcani e Caucaso 5 May 2016

Contributed by Osservatorio Balcani e Caucaso © Matteo Tacconi / Osservatorio Balcani e Caucaso / Eurozine

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