L'Europa oltre il neoliberismo

«La nottola di Minerva inizia il suo volo sul far del crepuscolo», scriveva Hegel. Il che equivale a dire che riusciamo a comprendere qualcosa solo quando quel qualcosa stiamo per perderlo. Questo dovrebbe essere il motto del popolo britannico mentre si appresta ad abbandonare l’Unione europea. E non solo questo, perché noi britannici stiamo per trovarci soli, senza accordi commerciali con i nostri Paesi vicini e con tutti gli altri – basti pensare al Canada o al Giappone – con cui l’Unione in quanto tale ha invece rapporti regolati e regolari. Non solo: stiamo per perdere legami scientifici e culturali di diverso tipo, legami che hanno arricchito la nostra vita e dei quali siamo stati testimoni nel corso degli anni. Ma soprattutto stiamo via via smarrendo il senso di coinvolgimento in un insieme, in un progetto grande e originale.

È interessante notare come i protagonisti della Brexit nel governo britannico abbiano provato a rassicurarci, a convincerci che fuori dall’Europa il Regno Unito potrà finalmente ritrovare qualcosa del suo perduto ruolo imperiale. Erano decenni che non si sentiva parlare di Impero, né si discuteva della Gran Bretagna come grande attore sulla scena del potere mondiale. Con la Brexit tutto questo è tornato, il che è strano per due diverse ragioni. Innanzitutto perché ci troviamo di fronte a una nostalgia che non potrà trasformarsi in qualcosa di concreto, in altre parole a una nostalgia di qualcosa che comunque non potrà tornare. In secondo luogo, perché ciò mostra un’ambiguità nel sentimento anti-europeo diffuso nella società britannica. Per molti cittadini sostenitori dell’uscita dall’Unione europea l’oggetto è un isolamento, un ritorno in sé, un’esclusione dalla società britannica degli immigranti e la limitazione dei contatti con cittadini stranieri. Ma per i membri del governo e altri politici pro Brexit, l’uscita dall’Europa condurrebbe verso un nuovo ruolo globale: «global Britain» è lo slogan ufficiale del dopo Brexit. Benché non siano certo in molti a immaginare chissà quale ruolo globale per il Regno Unito, e molti anzi abbiano difficoltà anche solo a gestire la quotidianità, vi sono politici e cittadini comuni che, dotati di uno sguardo più complessivo, comprendono bene l’importanza di una visione del ruolo di un Paese come la Gran Bretagna nel mondo di oggi, qualcosa che vada al di là del breve termine e che possa dare un senso e una direzione al nostro futuro.

Dopo il risultato del referendum che ha decretato con il successo del «leave» l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, ci sono state diverse manifestazioni molto partecipate nelle strade di Londra e in altre città, durante le quali centinaia di migliaia di persone hanno espresso il loro senso di smarrimento, derivante dalla perdita di visione di un Paese europeo con rapporti positivi con i suoi vicini. Si è trattato di manifestazioni che hanno mostrato persone tranquille ma tristi. In strada svettavano bandiere europee e cartelli con slogan tipo «We love you, EU». Il conflitto in corso nel Paese non è solo rappresentativo di concezioni differenti in merito ai rapporti commerciali o alla immigrazione, ma di visioni diverse della nostra stessa identità.

Ma com’è possibile che un’organizzazione come l’Unione europea, burocratica, dei tecnici, che oggi si occupa soprattutto di imporre regole stringenti ispirate al neoliberismo agli Stati membri, possa attirare emozioni e sentimenti di questo tipo? Probabilmente, nel mezzogiorno dell’Unione europea si vedono più che altro austerità e regole irritanti. Ma chi si trova coinvolto nei diversi processi partecipativi non può non accorgersi anche di tutti gli aspetti che normalmente vengono dati per scontati del significato più profondo dell’Unione europea, aspetti che rimangono sotto la superficie della quotidianità e che rischiamo di perdere.

Tuttavia, l’immagine di un’Unione europea tecnocratica, in grado di elaborare soprattutto le regole neoliberali del mercato, è viva e forte. Che cosa si pensa a Bruxelles della baraonda in atto nel Regno Unito e delle divisioni, profonde, amare e in apparenza non conciliabili, che stanno segnando il Paese? Gli eurocrati sono forse in grado di afferrare i motivi dell’amore-odio verso le istituzioni della burocrazia europea? Dopo l’esplosione del caso britannico sono forse in grado di cogliere l’importanza che dovrebbero avere le istituzioni europee in quanto portatrici di qualcosa di più profondo, al di là delle regole e dei mercati? Solo se riusciranno a capirlo potranno condurre l’Europa su una strada nuova, positiva e non ripiegata sul passato e sulle conquiste dell’integrazione europea.

I rapporti tra Paesi non possono ridursi a questioni puramente tecniche e burocratiche; contengono sempre sentimenti, tanto di attaccamento quanto di odio. Il caso britannico deve far ripensare lo scopo del progetto europeo e il suo posto nei cuori dei cittadini. Tutti dovrebbero comprendere senza difficoltà che la nazione può eccitare emozioni al tempo stesso molto profonde e molto pericolose. Da un lato, la reazione di molti britannici, consapevoli di quanto oggi stanno per perdere, dimostra che un attaccamento di tipo emotivo all’Europa è certamente possibile. Al tempo stesso, il fatto che molti altri non riescano neppure a concepire un simile attaccamento dimostra come ormai nulla debba essere dato per scontato. Occorre molto lavoro. Certo, a Bruxelles devono ripensare la strada del neoliberismo più ortodosso, sulla quale si è mosso lo sviluppo dell’Unione dopo le presidenze di Jacques Delors e di Romano Prodi. Il neoliberismo non può ispirare le emozioni di un popolo, non può dare una visione per uno sviluppo futuro. Gli opposti antagonisti nei confronti dell’Unione europea, che oggi possiamo osservare in quasi tutti gli Stati membri, sanno bene come sfruttare le emozioni e proporre ideali, più o meno condivisibili, nonostante le visioni passatiste dello stesso nazionalismo e della xenofobia, che hanno distrutto il nostro continente nel corso del Novecento: l’Europa non può difendersi contro questi attacchi promettendo più mercato.

Questo non vuol dire che il confronto in atto tra neoliberismo e nazionalismo sia semplice. Certo, ci sono nazionalisti che si oppongono anche al neoliberismo – come il Front National in Francia o il Dansk Folkeparti in Danimarca – e i sovranisti di sinistra, come France Insoumise e Aufstehen in Germania, o il gruppo che ruota intorno a Jeremy Corbyn in Inghilterra. Costoro, sulla scorta di una certa concezione della giustizia sociale, interpretano il neoliberismo come una forza globalista; e sbagliano quando vedono l’Unione europea come un semplice aspetto della globalizzazione. Ma ci sono anche nazionalisti neoliberali. La Lega condivide molte politiche neoliberali, come ad esempio l’idea di «flat tax». Una gran parte del governo britannico di Theresa May ha cercato di sfruttare la Brexit per fare del nostro Paese una sorta di «Singapore atlantica», senza regolazione, senza Welfare State, con una tassazione ridotta. In Ungheria, sotto le bandiere dell’ultranazionalismo, Viktor Orbán sta attaccando i diritti dei lavoratori. Fuori dall’Europa, Donald Trump si oppone alla globalizzazione e attacca la cooperazione tra Paesi nel nome dell’indipendenza nazionalista; ma allo stesso tempo vuole lasciare liberi i mercati finanziari, senza regolazione: la forza più globalista del mondo. Per i neoliberali più cinici il nazionalismo riduce la democrazia a livello nazionale, perché il nazionalismo non può raggiungere i luoghi globali, dove operano i mercati e le grandi imprese. La sovranità non è più solo cosa di bandiere e inni, ma è fatta dall’odio per i migranti, i profughi e le organizzazioni internazionali. Ci sono miscele diverse di nazionalismo e neoliberalismo e non è possibile ridurre tutto ai conflitti sull’Europa.

Allo stesso tempo, non possiamo sostenere neppure che le politiche dell’austerità europea siano responsabili, in un semplice meccanismo di causa-effetto, della reazione sovranista e xenofoba. Il Regno Unito non fa parte dell’Eurozona: tuttavia sinora è stato il teatro principale della reazione contro l’Unione europea. Fuori dall’euro sono anche la Danimarca e la Svezia, ed entrambi sono Paesi con movimenti xenofobi rilevanti. Movimenti del genere sono anche in Norvegia, un altro Paese che non fa parte dell’Unione europea. I soli due Paesi nell’Europa occidentale che sembrano resistere al nuovo nazionalismo sono l’Irlanda e il Portogallo – ed entrambi hanno subito i colpi dell’austerità europea.

Per capire la xenofobia dobbiamo discutere di immigrazione, di profughi, di terrorismo islamico. Ma è un compito difficile, che peraltro esula dagli scopi di questo articolo. Qui vorrei limitarmi ad argomentare quanto complessi e difficili sono i rapporti tra neoliberismo e nazionalismo. Non possiamo interpretare l’esplosione del nazionalismo cui assistiamo oggi come una semplice reazione nei confronti di politiche neoliberali. Quando dico che per rinnovarsi l’Unione europea deve ripensare il suo corso neoliberale ho in mente un altro discorso.

Al tempo dei nuovi nazionalismi le istituzioni europee hanno bisogno dell’affetto dei cittadini europei, ma l’approccio neoliberale non può ispirare emozioni positive. Possiamo amare istituzioni formali e remote soltanto quando ci rendiamo conto che da esse dipendono decisioni concrete che toccano le nostre vite migliorandole (e non solo nel senso economico): solo così possiamo sentirle più vicine a noi. Il neoliberismo impedisce all’Unione europea di agire in questo modo, limitando i contatti tra le istituzioni e la vita dei cittadini al di là degli scopi del mercato. Restringe la politica sociale perché i protagonisti del neoliberismo sono convinti che la politica sociale sia inefficiente. E limita anche le politiche culturali e scientifiche perché troppo costose: il neoliberismo non accetta nuova spesa pubblica.

Karl Polanyi, il grande economista ungherese che studiò la rivoluzione industriale inglese, ha spiegato come l’industrializzazione e la creazione di mercati liberi hanno distrutto modi di vita e vecchie forme di protezione sociale. Polanyi ci ha mostrato come per i poveri una vita senza un minimo di sicurezza fosse insopportabile, e che per affrancarli dalla miseria e dall’insicurezza occorreva una moderna politica sociale. Ma c’è un messaggio più generale: il mercato distrugge forme di protezione sociale importanti nella vita degli individui; ma la creazione dei mercati produce essa stessa la necessità di interventi di sostegno. È un paradosso: un conflitto centrale nelle nostre società mette i mercati contro la politica sociale. Ma, nei fatti, hanno bisogno l’uno dell’altro.

La Commissione europea di Delors lo capì. Quella Commissione lanciò il Mercato unico europeo, un’estensione enorme del potere del mercato nell’integrazione europea, un’iniziativa di stampo davvero neoliberale. Ma accanto a questa politica lanciò anche molti nuovi interventi di integrazione sociale al di là dal mercato: politiche sociali importanti, come quelle per ampliare i diritti dei lavoratori, politiche per favorire il dialogo a livello europeo tra le organizzazioni degli imprenditori e quelle dei lavoratori, e altre per la creazione di nuovi legami tra Bruxelles e le istituzioni sociali interne ai singoli Stati membri, come sindacati, governi, comunità scientifiche e culturali. In alcuni casi erano iniziative anche molto locali e dettagliate, in particolar modo per le zone più svantaggiate, che portarono funzionari della Commissione in contatto con gruppi di cittadini che normalmente non avevano certo occasione di incrociare persone di questo tipo. Si trattò di un vero esempio della lezione di Polanyi: più mercato implica più politica sociale; i rapporti di mercato hanno bisogno del sostegno di diversi altri tipi di relazioni. Ma c’era anche una seconda lezione: il bisogno di rapporti umani tra un’istituzione internazionale e le persone sul territorio.

I conservatori inglesi non avrebbero mai potuto accettare l’insegnamento di Polanyi. Un’accesa sostenitrice del Mercato unico europeo fu Margaret Thatcher, una neoliberale per cui il mercato e la politica sociale erano nemici inconciliabili. Ma Margaret Thatcher fu anche una neoliberale nazionalista e, anche per questa ragione, non poteva accettare rapporti diretti tra le istituzioni europee e il «suo» popolo. Fu questo il punto di partenza per l’allontanamento del Regno Unito dall’Unione europea.

Ancora oggi molte delle politiche sociali e di integrazione avviate sotto l’egida delle Commissioni guidate da Jacques Delors e Romano Prodi sono in atto, e ciò è stato sufficiente per suscitare l’ira dei nazionalisti inglesi e di quelli di altri Paesi europei. Ma l’enfasi della politica comunitaria è cambiata. Si assiste a un neoliberalismo senza compromessi – nelle politiche della Banca centrale europea, nelle sentenze della Corte di giustizia europea – che rende difficili i sistemi di relazioni industriali anche nei Paesi scandinavi, nonostante i successi. Sembra che nella loro insistenza sul primato delle relazioni di mercato le istituzioni europee abbiano dimenticato tutto il resto.

In realtà l’Unione europea fa molto più di questo. I Paesi dell’Europa centrale ricevono fondi cospicui per la modernizzazione delle loro infrastrutture; il neoliberismo europeo crea molti più beni collettivi di quanto non abbia fatto il comunismo sovietico. L’Italia riceve fondi per aiutare il rinnovamento delle sue piccole imprese, così importanti nella sua economia. Ma la propaganda dei politici nazionalisti rende tali iniziative invisibili. I protagonisti dell’Europa – tanto a Bruxelles quanto negli Stati membri – devono combattere questa propaganda, sottolineando e valorizzando agli occhi dell’opinione pubblica tutti i benefici che derivano dall’Unione europea. Ma non sono solo i nazionalisti che vogliono nascondere sotto il tappeto il contributo dell’Unione alle nostre vite. Anche i politici che animano le scene nazionali con proclami a favore dell’Europa sono spesso poco inclini a evidenziarne i vantaggi, e preferiscono piuttosto apparire loro stessi agli occhi dei cittadini come la fonte di tutti i benefici. Ma costoro devono stare attenti: se gli elettori non capiscono che cosa fa l’Europa per loro, il rischio che possano seguire i sovranismi più estremi verso un caos come Brexit è concreto.

Tutto ciò non basta, ovviamente. Occorrono anche nuove politiche europee, che creino legami, che tocchino la vita delle di persone, anche di chi normalmente non sa e non può riconoscere il valore dell’Europa. La Commissione deve dunque liberarsi dal monopolio degli economisti neoliberali chi ispirano la gran parte delle attuali politiche europee. Servono nuove fonti di immaginazione per politiche che possano portare la Commissione in contatto con molti gruppi diversi, tra la gente, come negli anni di Delors. Nel Regno Unito la gran parte del mondo culturale e scientifico si è opposta alla Brexit, così come hanno fatto i sindacati e la maggioranza degli imprenditori. L’Europa tocca la vita di tutti questi gruppi in diversi modi, che possono essere valorizzati e compresi. In Gran Bretagna siamo troppo pochi. Ma chi ha rapporti con l’Europa, non solo attraverso i mercati, molto spesso all’Europa guarda con favore.

 

Published 16 April 2019
Original in English
First published by Il Mulino 1/2019 (Italian version); Eurozine (English version)

Contributed by Il Mulino © Colin Crouch / Il Mulino

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