La stagione della semina non è quella del raccolto

28 May 2018
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Gli intellettuali francesi di una certa età tendono a dividere la loro vita in due parti, «prima del Maggio» e «dopo il Maggio». Il Maggio – e dovrebbe essere abbastanza chiaro che ci riferiamo al maggio del 1968 – è stato definito dal filosofo Jacques Rancière come un momento politico che «segnala l’essenza stessa della politica». Vent’anni dopo, Jacques Capdeveille e René Mouriaux descrissero quell’evento come «L’entre-deux de la modernité».

Ma qual è il significato del Sessantotto? Quando a Zhou Enlai, pochi anni più tardi, venne chiesto un parere sulla Rivoluzione Francese, pensando erroneamente di essere interrogato sul 1968 egli rispose: «È troppo presto per dirlo». Gli studiosi hanno continuato ad arrovellarsi sul tema, ma, trent’anni dopo, una scrittrice americana, Kristin Ross, annotò sconsolatamente: «Certo, un discorso è stato prodotto, ma con la conseguenza di liquidare (per usare una formula dell’epoca), cancellare o al più confondere la storia del Maggio 68».

Sebbene gli americani ne conservino ricordi contrastanti, quell’anno continua a mantenere una certa magia nel loro Paese: provate a cercare «1968» su Google e troverete oltre quaranta milioni di occorrenze. Quell’anno cruciale è segnato dall’assassinio di Martin Luther King (ad aprile), mentre si trovava a Memphis, sul balcone al secondo piano del Lorraine Motel, e da quello di Robert Kennedy durante la campagna per le presidenziali (a giugno). L’assassinio del pastore nero, che solo quattro anni prima aveva ricevuto il premio Nobel per la pace, diede vita a estese sommosse, seguite dallo scontro tra i manifestanti pacifisti e la polizia di Chicago alla convention del Partito democratico. Questi eventi e il tema della guerra su cui vennero combattute le elezioni presidenziali del 1968 divisero il Partito, portando alla fine all’elezione del repubblicano Richard Nixon, che resta ancora oggi uno dei presidenti più controversi di tutta la storia degli Stati Uniti e l’unico a trovarsi costretto a dimettersi, dopo lo scandalo del Watergate.

In Italia l’eco del Maggio francese è presente ancora oggi. La contestazione inizia prima e dura più a lungo (Michele Salvati parla di «sliding May» nel suo May 1968 and the Hot Autumn 1969: the responses of two ruling classes in Organizing Interests in Western Europe: Pluralism, Corporatism, and the Transformation of Politics, a cura di S. Berger, Cambridge University Press, 1981, pp. 331-366) e molti italiani continuano a riferirsi ai militanti di quel periodo definendoli «sessantottini». Ripetendo la ricerca su Google otterremo però solo 264.000 occorrenze (dunque molte meno di quelle di Francia e Stati Uniti): ciò nonostante «il Sessantotto» rimane una memoria viva per la generazione diventata maggiorenne negli anni Sessanta. Quell’anno fu segnato dalla nota «battaglia di Valle Giulia», il primo marzo, quando la polizia irruppe in un’assemblea di studenti, e dalle imponenti proteste studentesche che si svolsero a Pisa, a Milano e a Trento.

Sia negli Stati Uniti sia in Francia e in Italia, i decenni successivi hanno visto la produzione di una vastissima letteratura con l’intento di comprendere le ragioni del fenomeno. Tuttavia si tratta di lavori che ci dicono molto sulle condizioni politiche e culturali di quel periodo ma poco sull’anno che viene oggi celebrato. È infatti soltanto se ci sforziamo di concentrarci su come il «seme» piantato nel 1968 sia cresciuto che potremo giudicare se quell’anno rappresenti davvero un punto di svolta o se, più semplicemente, sia uno shock la cui influenza è diminuita poco dopo. Quando il «seme» è piantato in seguito a uno shock politico, il «raccolto» può essere ricco o povero; molto dipenderà dalla natura del suolo nel quale viene piantato, dalle condizioni climatiche in cui esso potrà crescere e dal tipo di coltivazione favorita dalle istituzioni nazionali.

Come per il 1848, è la Francia a stabilire i termini della memoria. Non soltanto gli eventi che paralizzarono il Paese si concentrarono in poche settimane; ma subito dopo si allargarono come un incendio, investendo gruppi sociali e professionali che raramente erano scesi in strada insieme ai «soliti sospetti», studenti e lavoratori. Il Maggio paralizzò l’economia francese; produsse il più grande aumento dei salari dei lavoratori peggio pagati e la più importante riforma universitaria; indusse Charles de Gaulle, eminente fondatore della Quinta Repubblica, a ricercare il sostegno dell’esercito; e, l’anno successivo, fu largamente responsabile delle dimissioni del Generale (che nel giugno del Sessantotto aveva stravinto le elezioni) in seguito alla sconfitta nel referendum sulla riforma del Senato.

Ma l’intensità dello shock non si trasforma automaticamente in una svolta storica con effetti di lungo periodo. È vero che sotto le pressioni del movimento del Maggio i sindacati spinsero il governo ad aumentare i salari minimi mentre nelle università, dove la rivolta era iniziata, la riforma dell’istruzione superiore veniva approvata nel successivo anno accademico. Il Sessantotto innescò inoltre la trasformazione della Section française de l’Internationale ouvrière nell’odierno Partito socialista. Tuttavia, nonostante l’entusiasmo generale, molti degli studenti che nel Maggio avevano riempito le strade trascorsero le vacanze estive con i genitori, mentre il Partito comunista francese, sotto le sue sembianze giacobine, rimase un solido avamposto dello stalinismo.

Passato il Maggio, i guadagni legati alle politiche sociali ed educative si ridussero. Come ha osservato Michele Salvati, in autunno i benefici acquisiti dai lavoratori con i salari più bassi vennero ridotti dagli effetti di una repentina manovra economica. Così come accadde per la tanto decantata riforma dell’università, ridimensionata in Parlamento nell’inverno del 1968-69 da una maggioranza conservatrice. A livello di sistema politico, infine, ci vollero altri tredici anni per avere con François Mitterrand un governo riformista al potere. I semi piantati in Maggio non hanno dunque dato vita a un raccolto pari all’intensità di quel periodo.

 

Nel caso italiano, la protesta inizia prima e dura più a lungo. La contestazione anticipa il Maggio 1968, con i giornali studenteschi agli inizi degli anni Sessanta e le occupazioni delle aule universitarie del 1967. Questo movimento venne però rapidamente superato per dimensione e rilevanza da quello dei lavoratori, che raggiunse l’apice non nel 1968 ma durante l’»autunno caldo» dell’anno successivo. Tale ciclo si estese inoltre agli anni Settanta, con la formazione di gruppi extraparlamentari e con l’ondata di violenza organizzata che la Francia aveva invece evitato. Solo la Germania, che ha una storia simile a quella dell’Italia, vide il passaggio alla lotta armata dell’ala più radicale del movimento successivo al Sessantotto.

Possiamo discutere se in Italia gli «anni di piombo» fossero effettivamente parte del ciclo degli anni Sessanta o se invece rappresentassero qualcosa di diverso; essi furono tuttavia accompagnati da una trasformazione lenta e capillare del sistema partitico. Nel 1975 il Pci, spinto dall’ingresso in massa di coloro che avevano partecipato al movimento studentesco, era arrivato ad acquisire il consenso di un terzo dell’elettorato e soltanto l’omicidio di Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse, di cui proprio quest’anno ricorrono i quarant’anni, ne aveva impedito l’ingresso nella coalizione di governo. Il Partito non entrò mai nelle stanze del potere, ma dalla fine di quel decennio una «stabile instabilità» diventerà l’elemento caratteristico del sistema partitico italiano.

 

Molto più esteso del Sessantotto italiano fu il ciclo di protesta negli Stati Uniti. Dall’inizio degli anni Sessanta, il Paese sperimentò un periodo prolungato di conflitti e riforme, iniziato con il movimento dei diritti civili nel Sud, proseguito nel Nord con le rivolte urbane della metà del decennio ed esploso infine con il movimento contro la guerra. Nonostante il fenomeno declini con l’inizio della ritirata dal Vietnam, a partire dagli anni Settanta molti dei dimostranti pacifisti e per i diritti civili gravitarono attorno ai nuovi movimenti femministi, ambientalisti e ad altri movimenti di protesta. Allo stesso tempo, incoraggiati dai successi del black movement, alcuni spinoff crebbero tra i Latini e i Nativi Americani, il movimento gay e lesbico cominciava ad animarsi e una nuova ondata di gruppi non-profit diventava un protagonista importante della politica americana.

Consideriamo il movimento femminista cresciuto al di fuori del Sessantotto. In Francia esso si divise rapidamente tra tendenze marxiste, ambientaliste e psicoanalitiche, ed ebbe un impatto limitato sulla società. Anche in America esistevano conflitti tra femministe di tendenze liberali, marxiste o lesbiche, ma il movimento americano diede origine a una serie di gruppi di pubblico interesse che, durante gli anni Settanta e Ottanta, hanno avuto una profonda influenza sulle politiche pubbliche. Questi gruppi andarono vicini a far approvare un emendamento alla Costituzione americana che conferiva uno status costituzionale ai diritti delle donne. Allo stesso tempo, il successo di questi movimenti contribuì a dar vita a un contro-movimento religioso e conservatore che divenne un attore chiave del nuovo conservatorismo del Partito repubblicano.

Tanto in Italia quanto negli Stati Uniti, vi furono delle riforme che trasformarono la politica economica e le istituzioni politiche. In Italia, la riforma delle relazioni industriali del 1969 rappresentò la più importante riforma istituzionale: essa mise in discussione i rapporti di autorità all’interno delle fabbriche e aiutò la trasformazione del movimento sindacale. Negli Stati Uniti, in seguito alla débâcle elettorale registrata nel 1968, le riforme interne al Partito democratico, come l’introduzione delle primarie dirette, aumentarono il potere della base e spostarono il baricentro verso gli afro-americani e altre minoranze. A sua volta, questo sollecitò una parallela riforma del Partito repubblicano, che rafforzò le forze conservatrici nella cosiddetta «Sunbelt», la regione americana che si estende dalla costa atlantica alla costa pacifica raggruppando gli Stati meridionali del Paese, e gettò le basi per un profondo mutamento dell’identità del Partito che continua ancora oggi.

 

Come possiamo spiegare queste differenze tra la Francia, dove il «seme» del 1968 venne piantato, e l’Italia e gli Stati Uniti, dove esso ha prodotto un raccolto più ricco (seppur più contestato)?

Una prima differenza è che, mentre in Francia il Maggio crebbe rapidamente a livello nazionale, la contestazione in Italia e negli Stati Uniti fu molto più decentrata nei territori e quindi più difficile da reprimere. Nonostante la polizia italiana presidiasse i luoghi dove gli studenti protestavano e l’Fbi negli Stati Uniti lavorasse duramente per infiltrarsi e indebolire le organizzazioni di sinistra, esse non possedevano gli apparati repressivi o la capacità di intelligence della polizia francese.

Una seconda differenza vedeva nel maggior baluardo della sinistra francese (il Partito comunista) una macchina burocratica retrograda, ancora alla mercé di Mosca. I suoi leader reagirono violentemente ad ogni movimento alla propria sinistra e disprezzavano i fils de papa che riempivano le strade nel Maggio. Il Partito comunista italiano, al contrario, era nel 1968 una organizzazione meno centralizzata e più aperta alla cooptazione delle correnti autonome di opinione progressista.

La terza differenza, infine, fu la più importante: il maggior potere e la specializzazione dello Stato francese. Indebolito da due decenni di neo-liberismo, il dirigismo francese, nella sua incarnazione gollista, dopo il Sessantotto rimase a lungo vivo e vegeto, e respinse le pulsioni riformiste emerse dal Maggio. Lo Stato italiano, a causa dei suoi caratteri acefali, e quello americano, a causa del decentramento del sistema federale, furono invece molto più aperti alle influenze autonome della società civile cresciuta negli anni Sessanta.

Con le considerazioni precedenti non si intende gettare dubbi sull’impatto profondo del Maggio 1968 sulla memoria né sulle eredità di quell’anno. La Francia, dove lo shock fu maggiore, presentava condizioni meno favorevoli per una sua influenza a più lungo termine; al contrario negli Stati Uniti e (per ragioni differenti) in Italia, esso ha avuto una storia più lunga e importante. Nonostante la Francia sia ancora al centro della memoria del Sessantotto, quell’anno ebbe una profonda influenza anche in altri contesti nazionali. Quello che ho inteso sottolineare è che l’esplosione improvvisa di un ciclo di protesta non si traduce automaticamente in una lunga stagione di cambiamento politico. La stagione della semina, infatti, non è quella del raccolto. Il raccolto è stato più ricco e vario in Italia e negli Stati Uniti rispetto alla Francia, dove pure i semi del Sessantotto furono piantati.

In Italia e in America, i decenni successivi al Sessantotto hanno registrato la crescita esplosiva dei gruppi della società civile, quelli che Roberto Biorcio e Tommaso Vitale considerano «una scuola di democrazia». In entrambi i Paesi, la partecipazione sociale ha preso forme nuove e originali (come la crescita del volontariato in Italia o l’attivismo digitale e il vasto movimento di resistenza contro Trump in America). Non tutti questi sviluppi sono necessariamente positivi (pensiamo all’«alt-right» e alle tendenze autoritarie del movimento di Trump), ma non c’è dubbio che le loro origini possono essere rintracciate nei semi piantati cinquant’anni fa.

Published 28 May 2018

Original in English
Translation by Marco Betti
First published in Il Mulino 2/2018

Contributed by il Mulino
© Sidney Tarrow / Il Mulino / Eurozine

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