Crisi della religione: Rinascita delle religiosità

La scissione di religione e cultura

Il movimento di rinnovamento dell’Islam cui si assiste attualmente in Europa non rappresenta un’importazione dal Vicino Oriente ma si compie “trasversalmente”, ossia secondo modelli che si ritrovano anche nei corrispettivi movimenti del cristianesimo odierno. Tale movimento priva l’Islam tradizionale della cultura in cui esso era collocato, costituendo così anche un fenomeno di modernizzazione e di globalizzazione. Tuttavia la nuova religiosità islamica non necessariamente porta con sé un maggior grado di tolleranza, parità di diritti tra i sessi e liberalità. Essa può anche assumere la forma del dogmatismo e del pensiero comunitario più ristretto, come si osserva anche nelle sette protestanti contemporanee negli USA. Il carattere trasversale del rinnovamento religioso si mostra inoltre in fenomeni quali lo spiritualismo, o nel ritorno delle fratellanze sufi o nella cura d’anime rivolta ai gruppi ritenuti problematici da un punto di vista sociale, come viene praticata ad esempio dagli imam seguendo il modello offerto dalle chiese americane nei confronti dei giovani dei quartieri più poveri.

Il rinnovamento religioso di oggi è caratterizzato soprattutto dalla scissione fra religione e cultura. Ciò spiega anche le similitudini tra il fondamentalismo protestante negli Stati Uniti e la corrente salafita islamica (le cui attività missionarie vengono finanziate soprattutto dall’Arabia Saudita). Entrambi i movimenti negano la cultura, la filosofia e persino la teologia, coltivando invece una devozione agli scritti letterale e la fede individuale come accesso immediato alla verità, senza il passaggio indiretto attraverso gli studiosi e le istituzioni religiose. La religione per loro è fede ed è un sistema di precetti che demarca il confine fra la comunità dei fedeli e gli altri. Al contrario, cattolici ed ortodossi sostengono la posizione per cui la religione è sempre ben radicata in una cultura cui possono appartenere anche i non credenti (da ciò l’appello del papa per il riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa, che sono di natura culturale e dunque non legate ad una prassi religiosa concreta). Il successo del neofondamentalismo in tutte le sue varianti si spiega in quanto esso sostiene paradossalmente un’ostilità alla cultura che spiana la strada all’idea di una religione “pura”, libera da qualsivoglia influenza culturale.

La globalizzazione dell’Islam ha luogo anche nei paesi islamici tradizionali. Non soltanto le persone emigrano, ma anche le idee e le forme di espressione culturale, e persino le forme della religiosità, ossia il modo in cui i fedeli si rapportano alla propria religione.

L’Islam è caratterizzato in Europa soprattutto dal suo distaccamento dall’area d’origine e dalla cultura che ha ereditato. Nei paesi musulmani tradizionali il credente, proprio come il poco o non credente, vive la religione come un’ovvietà culturale, in quanto la società crea e riserva uno spazio proprio alle pratiche religiose. In Afghanistan, Pakistan o Egitto non è difficile rispettare il mese di digiuno del Ramadan perché la società si è adattata a questa usanza religiosa; ci sono addirittura paesi in cui di fatto pochissimi si attengono al ramadan e tuttavia a livello ufficiale tutto si svolge in modo che i credenti possano assolvere questo vincolo religioso.

Inoltre la religione nei paesi d’origine dell’Islam è sempre radicata in una cultura ed il fedele a stento riesce a distinguere ciò che nasce da una tradizione culturale o sociale da ciò che deriva dal dogma. Il credente medio solitamente non fa alcuna differenza tra la religione in quanto dogmatica o teologia da una parte e cultura dall’altra. Con i processi migratori si crea ora però una scissione brusca tra religione e società, tra religione e cultura. La religiosità dunque non è più d’ora innanzi cosa ovvia. All’improvviso il musulmano che vive in Europa deve riscoprire o addirittura per la prima volta definire in cosa consista, per lui, la religiosità. La condizione di appartenenza ad una minoranza e la provenienza da un paese straniero lo costringono ad una riflessione sull’effettiva essenza dell’Islam. Vediamo degli esempi.

La letterature religiosa dell’Islam è antica quanto la religione stessa. Se si stilasse una lista dei suoi titoli dalle origini ad oggi, si vedrebbe che nel corso dei secoli non hanno subito grandi cambiamenti. Talvolta queste opere hanno titoli creativi come Le perle del mare, le perle del sapere, ecc. Da poco tempo a questa parte però si trovano titoli che nella letteratura islamica non si erano mai visti prima: Cos’è l’Islam?, Cosa significa essere musulmani, Cosa significa la fede? o Vivere con l’Islam. Esiste oggi una vasta gamma di testi che cercano di definire l’Islam in modo esplicito proprio perché tale definizione è necessaria, perché la religiosità non è più ovvia e perché nel frattempo non si ha sufficiente trasmissione del sapere attraverso gli intellettuali, del sapere degli Ulema, degli studiosi del diritto e degli scritti islamici. Sempre più musulmani oggi si devono confrontare con la necessità di scoprire e definire ex novo cosa per loro significhi la religione. Ciò non vuol dire che gli intellettuali siano scomparsi, no, ci sono eccome. Ma il sapere che essi trasmettono non ha più, per il fedele, alcuna utilità pratica. La sapienza tradizionale dei saggi non dà le risposte che il fedele moderno cerca. Molti dei libri dai titoli come Cos’è l’Islam?, Vivere la propria fede o Un musulmano in Occidente sono scritti da persone che non sono affatto degli studiosi. Molti di loro sono individui dalla formazione moderna, profondamente secolare, che si occupano dell’Islam soltanto da autodidatti.

La separazione tra religione e cultura è uno dei fenomeni centrali della nostra epoca, segnata da crescenti flussi migratori. Questo è ciò che desidero qualificare come “globalizzazione”, perché globalizzazione significa liberazione da determinati contesti culturali e sviluppo di mentalità non più legate ad una determinata cultura – mentalità o anche prassi, comportamenti, preferenze, forme di consumo.

Fondamentalismo e globalizzazione

In Francia è stato scritto molto sulla lotta alla globalizzazione, spesso concepita come lotta all’americanizzazione. Prendiamo la catena di fast-food McDonald’s: essa viene intesa come un’importazione di cultura americana. Ma non lo è affatto. Si tratta semplicemente di una forma di consumo non legata ad alcuna cultura ed applicabile per certo ovunque, motivo anche per cui funziona così bene. La questione relativa alle condizioni alle quali l’Islam possa o meno essere compatibile con i valori occidentali è dunque posta in modo errato.

Il problema non è cosa l’Islam dica sulla tale o tal’altra questione. Nella sua storia ci sono stati già molti teologi di pensiero liberale che hanno appoggiato una lettura metaforica del Corano, per i quali lo spirito del Corano conta molto più dei caratteri in cui è scritto e per i quali i valori hanno maggiore importanza rispetto a norme e leggi. Non c’è nulla di nuovo. L’occidentalizzazione dell’Islam non si compie però necessariamente attraverso un “aggiornamento”, una liberalizzazione teologica. Essa può infatti anche assumere le forme del fondamentalismo. Il fondamentalismo moderno è al contempo espressione della globalizzazione e dell’occidentalizzazione dell’Islam. È di questo che ci occuperemo qui in modo particolare, dal momento che è qualcosa che suscita tanta preoccupazione.

Ovviamente ci sono dei fautori moderni dell’Islam, di pensiero liberale. Ci sono sempre stati e ci sono tuttora. Fra questi, anche Mohamed Arkoun, un grande filosofo della cultura ed intellettuale islamico che vive in Francia. Ora il problema è: chi legge il Professor Arkoun? Chi compra i suoi libri? Che influenza ha sulla gioventù musulmana di oggi?

Il punto essenziale sull’Islam non è di natura intellettuale o teoretica, ma riguarda le concrete pratiche di fede dei musulmani. Quali comportamenti e punti di vista religiosi hanno oggi i giovani musulmani? Come già segnalato, le forme di religiosità sono nell’Islam moderno trasversali, vale a dire che coincidono di fatto con quelle delle grandi religioni occidentali, del cattolicesimo, del protestantesimo e anche dell’ebraismo. Nel mondo di oggi religione e cultura sono separate. I fedeli contemporanei danno molta più importanza alla fede, all’esperienza spirituale, alla riscoperta individuale, personale della religione, che non alla tradizione, alla cultura, alla trasmissione del sapere, all’autorità e alla teologia. Attualmente si osserva un ritorno della religiosità che si manifesta nel fenomeno del born again, dell’idea di una rinascita religiosa. Si tratta del sintomo forse più significativo della religiosità contemporanea e che si estende a tutte le religioni. I “rinati” rappresentano oggi la gran parte dei fedeli e sono sempre meno dei credenti nel senso tradizionale del termine. Un “rinato” è un individuo che ha riscoperto la fede in sé e decide d’ora in avanti di condurre una vita all’insegna di questa riscoperta, riplasmando cioè ex novo il proprio rapporto con la fede. Questo è ciò che intendo per “religiosità”.

Definire cosa sia la religione non è difficile. Essa abbraccia la rivelazione e la sua interpretazione, le dispute teologiche, i dogmi, ecc. La religiosità è invece il modo in cui il fedele si pone nei confronti della sua religione. A livello mondiale la religiosità gioca oggi un ruolo molto più importante della religione. I giovani che vanno a vedere il Papa nella giornata mondiale della gioventù non sono in cerca di spiegazioni teologiche. Essi cercano piuttosto un’esperienza personale, spirituale, immediata, cercano la religione come esperienza interiore. Non anelano al sapere, non cercano un’autorità. Solo di rado li si incontra durante il servizio domenicale o ai seminari. Oggi parliamo di un ritorno della religiosità nel cristianesimo. Ci sono milioni di giovani che anno dopo anno viaggiano per andare dal Papa; tuttavia si hanno sempre meno vocazioni ed i seminari si vuotano.

Qui non abbiamo a che fare con una contraddizione, ma con due tendenze opposte: da una parte, con una crisi della religione come istituzione e cultura e dall’altra con un rinascita della religiosità. Il ritorno della religiosità si compie in modo opposto alla religione. Tutto ciò si manifesta in modo particolarmente evidente ad esempio fra le carismatiche sette fondamentaliste dei protestanti, in cui la fede viene vissuta soprattutto come esperienza individuale e come rottura. Il nuovo slancio religioso ovunque oggi ha luogo prevalentemente sotto forma di rottura piuttosto che sotto forma di una rianimata tradizione, perciò a mio modo di vedere il dibattito sul ruolo che la religione dovrebbe avere nella costituzione europea è sbagliato ed è aldilà di quanto accade realmente al giorno d’oggi. Anche per questo quasi nessuno – salvo ovviamente le autorità religiose, in primo luogo quelle cattoliche – si interessa a questo dibattito.

Neofondamentalismo

Il fenomeno che viene qualificato come fondamentalismo e re-islamizzazione non si manifesta oggi soltanto in Occidente ma anche in molti paesi islamici, e ciò nello stesso modo in cui la religiosità ritorna nel cristianesimo protestante o cattolico. Di conseguenza oggi non siamo affatto testimoni di una espansione dell’Islam tradizionale a partire dal Vicino Oriente che si afferma magari contro un cristianesimo altrettanto tradizionale, ma assistiamo al contrario ad una globalizzazione, una occidentalizzazione all’interno dell’Islam che può assumere forme anche profondamente fondamentalistiche.

Un musulmano di pensiero liberale non preoccupa nessuno, e questo gruppo costituisce come è sempre stato la maggioranza dei musulmani che vivono in Occidente. Tuttavia qui si ha a che fare con una minoranza che non soltanto fa notizia ma che forse è anche il sintomo di un cambiamento di portata più profonda. Come molte correnti radicali, forse è anch’essa patologica, tuttavia alle volte è proprio la patologia a definire cosa sia la norma.

Cosa intendiamo oggi per fondamentalismo islamico? Anche altre definizioni sono comuni. Alcuni lo chiamano col nome della dottrina di stato saudita dello “wahhabismo”, i cui sostenitori preferiscono definirsi “salafiti”. Ciò vuol dire all’incirca un ritorno al percorso dei devoti antenati, al profeta ed ai suoi successori. Io preferisco il termine “neofondamentalismo”, ma si tratta comunque solo ed unicamente di una questione di terminologia. Qual è il punto? Le correnti salafite o neofondamentaliste criticano soprattutto la cultura islamica tradizionale. Hanno un’impostazione più anti-culturale che non anti-occidentale. Quale esempio ampiamente noto basti nominare i talebani afgani.

Quando i talebani vennero al potere in Afghanistan nel 1996, il loro nemico non era l’Occidente. Avevano eccellenti rapporti con gli americani e tra il 1996 ed il 1998 gli occidentali potevano viaggiare senza difficoltà in Afghanistan. I talebani non combattevano il cristianesimo né l’Occidente, combattevano la cultura tradizionale afgana. Conducevano una guerra contro la cultura. Vietarono la musica, la poesia, la danza, qualsiasi forma di recitazione e tutto quanto avesse a che fare con lo spettacolo e il divertimento. Film, musicassette e romanzi erano anch’essi vietati come le tradizioni afgane tipiche, quali ad esempio il possesso di uccelli canterini in gabbia e il volo degli aquiloni. Perché vietavano il canto degli uccelli? Perché gli aquiloni? La mentalità dei talebani è semplice: la terra è qui al solo scopo di preparare il fedele alla salvezza della propria anima. Questo motivo si ritrova in tutti i movimenti fondamentalisti. Il ruolo dello Stato non consiste nella creazione di una società giusta; piuttosto lo Stato deve provvedere a che il fedele trovi il cammino della salvezza, se necessario anche con la forza.

Conosciamo questo tipo di coercizione da molto tempo prima, dall’Inquisizione. Essa non puniva gli individui perché avevano contravvenuto all’ordine sociale. L’Inquisizione si era posta l’obiettivo di aiutare il fedele nel raggiungimento della salvezza, demandandola eventualmente in seguito all’ordine laico. L’ossessione dell’Inquisizione era la beatitudine eterna, non la punizione.

Essere un musulmano devoto significa per i talebani attenersi rigorosamente ai doveri religiosi e, ad esempio, pregare cinque volte al giorno. Se si viene interrotti durante la preghiera, si deve ricominciare da capo. Perciò i talebani deducono: se mentre si prega un uccello cinguetta nella stanza, ciò è motivo di distrazione e la preghiera diventa inutile. Da bravi musulmani si deve interrompere immediatamente e ricominciare da capo. Poiché non sappiamo con certezza se sei un bravo musulmano e se hai sufficiente costanza da ricominciare veramente da zero le tue preghiere, è meglio vietare di tenere in casa degli uccelli canterini. In questo modo non corri il rischio di essere distratto dai tuoi doveri. Con l’aquilone il discorso è diverso: esso potrebbe impigliarsi in un albero. Se un aquilone si impiglia fra i rami, tu ti arrampicherai per liberarlo. Ma dall’alto dell’albero potresti sbirciare, al di là del muro di cinta, il tuo vicino. C’è dunque il rischio che tu veda una donna non velata, cadendo così in uno stato di peccato. Ma perché si dovrebbe rischiare l’inferno per un aquilone? Facciamo di meglio, vietiamolo.

Questa argomentazione, questa forma di religiosità non si ferma a metà strada. Essa rifiuta qualsiasi cultura in modo radicale. O la cultura coincide con la religione, ed in questo caso non si ha alcun bisogno di essa, oppure si discosta dalla religione, ed in tal caso la si deve estirpare in quanto distrae gli individui dalla religione. Naturalmente questo rifiuto di qualunque divertimento e di tutto quanto non abbia a che fare con l’esercizio della fede e con la ricerca della salvezza dell’anima si ritrova in molte religioni. È addirittura tipico e si incontra anche all’interno di alcune sette protestanti negli Stati Uniti.

Questo tipo di fondamentalismo è una forte potenza anti-culturale. Esso propaga l’abolizione della cultura e considera l’assenza di cultura qualcosa di positivo. E sebbene si sia sviluppato in aree geografiche prevalentemente orientate ad una politica legata al concetto di stirpe – in Arabia Saudita e nell’Afghanistan dei talebani – si è tuttavia adattato perfettamente al moderno riscatto dalla cultura. Si erge a difensore della crisi di identità culturale dei giovani. Il mullah, l’imam wahabita, il salafita che viene in Europa a predicare ai giovani musulmani che vi abitano come immigrati di seconda generazione parla una lingua molto semplice e chiara. Egli dice loro: “Non hai ereditato l’Islam da tuo nonno. Tuo nonno non ti ha tramandato il suo Islam. Tuo nonno proviene da un posto sperduto del Nord Africa, in Marocco o in Algeria. Tuo nonno dice di essere musulmano. Si percepisce come musulmano e tuttavia non è stato in grado di tramandarti l’Islam. Ma va bene così, perché l’Islam di tuo nonno non è un buon Islam. È l’Islam del marabutto, l’Islam marocchino, l’Islam dei sufi, un Islam folkloristico pieno di tradizioni che non hanno nulla a che vedere con la dottrina del profeta. Perciò è per il tuo bene che hai perduto la cultura della tua famiglia. Tu non ti senti un francese, non uno spagnolo né un italiano, non ti senti un europeo. Ciò è bene poiché l’Europa non è l’Islam. Tu non ti senti niente. In questo modo sei nel migliore stato d’animo possibile per diventare un vero musulmano, vale a dire per vivere la tua fede islamica come pura religione, ossia come un insieme di regole e valori senza alcun contenuto sociale o culturale”.

Questo è certo un discorso da un punto di vista logico chiaro e convincente, cui si è dedicata ad esempio una organizzazione di nome Djamaat at-Tabligh, i cui predicatori vanno di porta in porta. Non sono radicali né terroristi, ma persone che rispettano in tutto e per tutto le leggi dei paesi in cui agiscono. Tuttavia sono persone convinte che viviamo in un mondo in cui l’Islam non è più collocato in una determinata società, in una determinata area ed in una determinata cultura nazionale e che interpretano tutto ciò non come perdita ma come un fattore positivo. Ciò spiega perché il fondamentalismo abbia tanto successo fra i giovani musulmani di educazione occidentale: non è affatto espressione di una cultura tradizionale, al contrario si impegna per la sua estinzione. Sarebbe un grande errore collegare le forme moderne di fondamentalismo con il presunto, tanto evocato conflitto fra culture, perché la cultura non gioca qui più alcun ruolo.

Al giorno d’oggi interpretiamo i conflitti religiosi come problema culturale. Ciò è fuorviante perché non si ha più a che fare con delle differenze culturali. Le risposte che in Europa si cerca di dare al fondamentalismo religioso non afferrano gli sviluppi reali. I giovani non aderiscono al fondamentalismo a causa del conflitto israelo-palestinese, né diventano fondamentalisti perché la cultura dei loro genitori viene ignorata dall’Occidente. Non si tratta affatto di questi problemi.

Quando i giovani oggi si affiliano ad un raggruppamento neofondamentalista si ritrovano in un mondo in cui ricostruiscono la propria religione sulla base del proprio essere individuale. Per loro si tratta di un’esperienza molto forte e, se vogliamo, demiurgica, che si osserva anche fra i fondamentalisti protestanti. Tutte queste forme di fondamentalismo si basano sugli stessi principi: su un categorico anti-culturalismo, su un’individualizzazione, sulla rottura con la famiglia, l’interruzione dei contatti sociali e la valutazione in termini positivi di questa rottura.

Religione e religiosità al giorno d’oggi

Questo ritorno al sacro si compie oggi anche in forma di conflitto generazionale. Ciò vale per il cristianesimo come per i musulmani e ampiamente anche per i giovani protestanti. Si ritorna alla religione, ma non per dare continuità alla tradizione religiosa dei propri genitori, piuttosto andandole contro o sorpassandola. I protestanti danno grande importanza a queste parole di Cristo: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi […] Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna” (Matteo 19; 21-29). L’idea per cui il ritorno alla religione deve svolgersi attraverso una rottura, certo, c’è sempre stata. Le parole del Vangelo esistono fin dall’inizio, tuttavia – come accade ciclicamente nella storia – oggi si seleziona un determinato paradigma. I musulmani fanno altrettanto. Si richiamano oggi a quei versi del Corano che meglio si adattano alle esperienze religiose contemporanee.

Il nuovo rapporto con la religione si sviluppa individualmente e a livello generazionale, laddove però la religione non viene intesa come dottrina teologica ma come insieme di leggi, norme e valori. Viviamo in un’epoca che disprezza la teologia, i teologi non hanno più alcun ruolo. Negli anni Cinquanta e Sessanta i grandi teologi cattolici e protestanti avevano ancora un pubblico, spesso venivano discusse questioni teologiche. Tutto ciò è finito, perfino fra i cattolici. Ovviamente esistono ancora cattedre di teologia, ma i teologi come “autorità” non ci sono più. Oggi è la curia papale vaticana a definire senza mediazioni quali sono le norme religiose.

Con l’Islam le cose funzionano in maniera analoga. Gli Ulema, i giuristi, quelli che dicono cosa è lecito non sono più legittimati. Allo stesso tempo gli individui hanno comunque bisogno di un orientamento alla verità e al diritto, perciò viene data oggi tanta importanza alle norme o ai valori. La differenza fra correnti fondamentaliste e radicali da una parte e orientamenti liberali dall’altra si riconosce proprio dalla precedenza accordata alle norme o, piuttosto, ai valori. Le diverse correnti neofondamentaliste si distinguono per la reinvenzione di norme. Alcune danno particolare importanza alle norme esteriori, dunque a prescrizioni riguardanti il modo in cui ci si deve vestire, per questo il dibattito sul velo è attualmente così importante. D’altro canto è interessante notare come la questione del velo sia un problema recente. Trenta o quaranta anni fa certe discussioni non esistevano. A suo tempo c’erano state nella Turchia kemalista, quando il velo era stato vietato, ma persino in Turchia il velo è tornato soltanto da quindici anni a questa parte ad essere oggetto di pubbliche controversie. Negli anni Cinquanta ancora non c’erano questi dibattiti. All’improvviso questo distintivo di identità religiosa ha ricevuto un’importanza senza precedenti – ciò soprattutto perché oggi tutte le comunità religiose si organizzano in gruppi più o meno chiusi.

Ma torniamo ancora al cattolicesimo. Trenta, quaranta o anche cinquant’anni fa in Francia chiunque non fosse protestante o di fede ebraica veniva considerato cattolico, e la Chiesa cattolica sembrava rappresentare la cultura e la società, sebbene fosse in conflitto con lo Stato. Ciò si manifestava in un piccolo dettaglio: chiunque lo volesse, poteva sposarsi in chiesa, persino senza comunione e senza essere andato regolarmente a messa. Oggi al contrario con la nuova generazione di ecclesiastici non ci si può più sposare religiosamente così, senz’altro, se non si è membri praticanti di una comunità. È necessario cioè dimostrare la propria appartenenza.

Le comunità religiose contemporanee non sono più espressione di una cultura o di una società. Sono strutture costruite su una base individuale e volontaria. Oggi tutte le religioni si manifestano come minoranze, anche quando sono di fatto delle maggioranze. Negli USA l’80% degli americani si definisce credente praticante. Allo stesso tempo tutti i predicatori lamentano, siano essi protestanti, cattolici o musulmani, sempre la stessa cosa: “viviamo in una società atea, materialista, pornografica.” O questa è una contraddizione, o i sacerdoti hanno ragione. E secondo me hanno ragione. Di fatto le società oggi non sono più religiose, nemmeno quando i credenti rappresentano la maggioranza al loro interno. La società si basa oggi su altre forme di rappresentanza culturale, su altre modalità di consumo, norme, valori, forme economiche, ecc.

Così la domanda “Cos’è la religione?” si trasforma oggi in una domanda relativa alla comunità religiosa. Tuttavia come abbiamo visto questa comunità religiosa non possiede più un fondamento culturale e perde anche progressivamente la propria base territoriale. Di conseguenza oggi viviamo una fase di formazione di comunità “immaginarie”.1 Per alcuni ciò può essere più o meno aproblematico. La Chiesa cattolica ad esempio ha il grosso vantaggio di essere un’istituzione, di avere un papa e di essere rappresentata a livello mondiale come istituzione internazionale, e può di conseguenza guardare alla globalizzazione con tutta tranquillità, mentre altre religioni in mancanza di tali istituzioni devono d’improvviso confrontarsi con alcune questioni; chi definisce la norma? Chi stabilisce nella religione cosa è giusto? Le risposte offerte dai fondamentalisti ottengono tanta risonanza perché sono chiare e semplici.

Diamo una volta uno sguardo alle pagine internet dedicate alla Fatwa: esse vengono tenute in inglese, perché è questa la lingua della globalizzazione. Se ci fosse una pagina sulla Fatwa in arabo, non la visiterebbe quasi nessuno. Fra l’altro in internet è possibile porre domande ed a farlo sono quasi sempre persone – per lo più giovani musulmani – che sono isolate all’interno di un mondo non islamico. Alle domande del tipo “come dovrei comportarmi?” risponde qualcuno che sa molto bene che qui non sempre si possono far valere e si possono utilizzare le norme. D’abitudine si tratta di fondamentalisti, perché è questo tipo di gente che si interessa a tale genere di domande. Essi sanno che non si può punire qualcuno perché non ha seguito le leggi religiose. Quindi anche i fondamentalisti devono tenere conferenze sulla morale, sui valori e sul primato dei valori rispetto alle leggi. Questo non significa affatto che abbiamo a che fare con un Islam liberale, ma che le forme della religiosità, persino nella loro matrice fondamentalistica, sono decisamente moderne, fortemente attuali e di conseguenza in un certo modo completamente compatibili con altre religioni.

Quando Pim Fortuyn ha annunciato in Olanda di voler scendere in campo contro l’influenza dell’Islam, ciò non è avvenuto in nome della difesa dei valori tradizionali del cristianesimo in Europa, ma al contrario nel nome della liberazione sessuale, della difesa degli omosessuali. L’imam marocchino il cui discorso alla tv olandese tanto aveva scioccato Pim Fortuyn professava idee conservatrici che sarebbero potute provenire anche da un sacerdote cristiano: che gli omosessuali fossero dei malati da curare e che non potessero essere riconosciuti come una minoranza con diritti legittimi. Nelle questioni relative alla famiglia, alla libertà sessuale, all’omosessualità e all’aborto i musulmani credenti in Europa concordano con i cristiani conservatori. È in corso un conflitto sui valori, che però non si svolge fra l’Ovest e l’Est, fra Occidente e Oriente o tra Islam e cristianesimo. No, questo conflitto è interno all’Europa, mette in discussione i valori e l’identità europei.

Le conversioni al terrorismo

Posto che ci troviamo di fatto nella matrice di una religiosità che si estende a tutte le grandi religioni, tuttavia ancora non si spiega perché la politica degli islamisti sia così radicale. Bin Laden si posiziona più nella tradizione dell’estremismo occidentale che non in quella della violenza politica islamica. I combattenti militanti di oggi sono stati tutti quanti – con l’eccezione dei sauditi e degli yemeniti, eccezione niente affatto irrilevante – reislamizzati in un ambiente occidentale. Mohammed Atta, Zacharias Moussaoui e Kamel Daoudi sono diventati tutti qui da noi in Occidente, e non in Egitto o in Marocco, dei musulmani “rinati”. Lo sono diventati a Marsiglia, Londra, Montreal. Hanno compiuto studi moderni, occidentali. Nessuno di loro proveniva da una scuola religiosa islamica ad eccezione dei sauditi, come mi preme ancora una volta sottolineare. Hanno tutti tagliato i ponti con le proprie famiglie. Nessuno di loro ha portato avanti la tradizione religiosa dei propri genitori. Il modello è lo stesso per tutti: dopo il loro arresto, le famiglie hanno dichiarato di non vederli da uno, due o tre anni.

E se è in Occidente che sono diventati radicali, dov’è che potranno portare avanti la Jihad? Prendiamo ad esempio un giovane musulmano francese di origine algerina, la cui intera famiglia proviene dall’Algeria, che in un sobborgo parigino diventa un “rinato” musulmano e che di conseguenza si risolve per la Jihad. Si potrebbe ora supporre che non ci sia nulla di più urgente da fare che recarsi in Algeria in nome della Jihad. E tuttavia non c’è un solo esempio di giovane radicale francese di origine algerina che lo abbia fatto. Ma allora dov’è che vanno? Vanno in Bosnia, in Cecenia, in Afghanistan, nel Kashmir, a New York o in generale in Occidente. Nessuno di loro torna alla propria terra d’origine. Ma ciò significa che essi non considerano assolutamente il Vicino Oriente come la culla della cultura islamica e come una regione che possa essere attaccata e occupata dai nuovi crociati. Essi vivono in un mondo globale e non vedono il Vicino Oriente come la loro patria.

La maggior parte o quanto meno la metà di loro ha sposato una donna europea che alle volte li ha seguiti, e si attengono a modelli moderni di matrimonio e famiglia. È da poco che sono state pubblicate le memorie scritte dalla moglie dell’uomo che ha ucciso in Afghanistan il comandante Massoud. È una donna belga di origine tunisina. Attualmente è in giudizio a Bruxelles e nel suo libro racconta del suo matrimonio, di come sia andata in Afghanistan con suo marito e di come abbiano vissuto come coppia in mezzo ai mujaeddin e ai talebani. I loro rapporti familiari sono in tutto moderni, non sottostanno alle strutture patriarcali; al contrario, c’è una tendenza al distacco dai padri e dai nonni.

Veniamo ora ad un ultimo aspetto: al numero crescente di convertiti all’Islam. In tutte le reti radicali scoperte in tempi recenti è elevato il numero dei convertiti. Il gruppo di Jamel Begal, i cui membri sono stati arrestati di recente in Francia, era costituito per circa un terzo di persone convertitesi all’Islam. Alcune azioni terroristiche islamiche all’interno di paesi musulmani secondo l’Occidente vengono dirette evidentemente da convertiti. L’attentato alla sinagoga di Gerba in Tunisia è a carico di un giovane tunisino che vive in Tunisia la cui famiglia, però, vive tutta a Lione, in Francia. E la polizia francese ha appena catturato un tedesco dal nome polacco che, convertitosi all’Islam, è accusato di essere il tramite fra il giovane tunisino e Bin Laden. Richard Reid, che tentò di far esplodere un aereo britannico in volo, José Padilla e il talebano americano John Walzer Lindh sono tutti convertiti.

Anche se in quanto a numero assoluto i casi non sono moltissimi, il fenomeno della conversione all’Islam mi sembra significativo. Attualmente in Francia lo si può osservare soprattutto negli ambiente socialmente marginali. In questi casi io parlo di “conversione di protesta” perché coinvolge giovani francesi che conducono un’esistenza misera non solo dal punto di vista materiale. Spesso anzi hanno meno difficoltà materiali che non morali o psicologiche, senza prospettive di lavoro e senza possibilità di ascesa sociale. Alle volte sono spacciatori o ladri di automobili e vivono in un mondo fatto di mercato nero e criminalità giovanile. Si convertono all’Islam per entrare a far parte di gruppi locali di islamisti militanti cui aderiscono i loro amici, i loro colleghi o coetanei coi quali vivono porta a porta nello stesso edificio. Si uniscono a loro perché questi fanno qualcosa, perché vogliono battersi contro il sistema.

Gli estremisti di sinistra in Europa hanno nel frattempo abbandonato le aree socialmente marginali. Abbiamo tutti i motivi di gioire di questa scomparsa dell’ambiente violento della sinistra radicale, tuttavia essa aveva la funzione di unire e canalizzare una certa disposizione alla protesta che si basava spesso anche su un conflitto generazionale. Tutto ciò oggi è finito. Se oggi in Francia un uomo sui trent’anni, che prima si sarebbe unito alla sinistra proletaria e ai maoisti, o anche all’Action Directe francese, alle Brigate Rosse italiane o alla Rote Armee Fraktion tedesca e ora non trovando più movimenti di estrema sinistra cui aderire, vuole tuttavia battersi con la forza contro il sistema, egli nondimeno ha un modello: Bin Laden, le reti islamistiche locali ed i suoi commilitoni. E cosa fa allora? La stessa cosa che facevano i radicali di sinistra negli anni Sessanta. Allora si aderiva alla causa della lotta di liberazione nazionale. Si andava nella Valle del Bekaa per imparare con i palestinesi di sinistra come si maneggia un kalashnikov e si dirottavano aerei insieme a loro. Oggi si va in Afghanistan per imparare con gli adepti di Bin Laden come maneggiare un kalashnikov e reimparare a dirottare aerei, con la sola differenza che la formazione ora è migliorata enormemente. Abbiamo qui a che fare con bacino collettore di movimenti di liberazione mitici, messianici e transnazionali, che mirano tutti allo stesso nemico, l’imperialismo americano, considerato come la forma moderna di dominio del capitalismo.

La lotta di Bin Laden si inserisce in ultima analisi in una storia ed in una matrice forgiate in modo sostanzialmente più forte dall’Occidente che non dal Vicino Oriente. La gente di Bin Laden oggi non risiede in Egitto, non in Siria né in Libano o in Irak. Siamo partiti con 200.000 uomini per andarli a cercare e non li abbiamo trovati. Del resto, non sono lì dove li stiamo cercando. Sono qui da noi. Non sono un prodotto della nostra propria storia particolare, bensì della fusione di storie, un prodotto della globalizzazione.

Paragona sul tema Nilüfer Göle "Islam und europäische Öffentlichkeit", in Transit 26 (2003), p. 158 e seg.: "Un tempo forza collante per le comunità locali, confessionali o statali, l'Islam si trasforma oggi in un legame immaginario fra musulmani socialmente sradicati. [...] Anziché derivare da strutture religiose, autorità o dipendenze nazionali o confessionali tramandate, l'esperienza islamica funziona oggi come strumento di un processo orizzontale immaginario di formazione di comunità che riunisce numerosi musulmani che vivono nei contesti più disparati in una comunità di individui che agiscono collettivamente e all'unisono. Nell'islamismo si ha a che fare con la creazione, lo sviluppo e la diffusione di questa comunità orizzontale immaginaria, senza alcun riguardo per le differenze storiche tra il sufismo spirituale e l'Islam canonizzato della Schari'a, tra l'Islam sciita e quello sunnita, tra la conservatrice Arabia Saudita ed il rivoluzionario Iran". (N.d.R.) 

Published 2 October 2006
Original in English
First published by Krzysztof Michalski (ed.), Conditions of European Solidarity, vol. II: Religion in the New Europe, Central European University Press 2006.

© Olivier Roy / Institute for Human Sciences / Eurozine

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