Tre equivoci irrisolti

La transizione delle economie dell’est verso il mercato è stata più brutale del previsto e ha innescato meccanismi pericolosi. Che sono stati amplificati dalla crisi del 2008 e gestiti male dall’Unione europea

Alla fine della guerra fredda, la strada della trasformazione dell’Europa centrale e orientale sembrava delineata: costruire una serie di democrazie capitaliste nel quadro di un “ritorno in Europa” della regione. L’apice di questo processo è stato raggiunto nei primi anni duemila, quando undici paesi ex socialisti hanno aderito all’Unione europea. Subito dopo l’allargamento, tuttavia, si sono riaperte vecchie linee di faglia e ne sono emerse di nuove. Il nazionalismo economico e l’illiberalismo politico hanno preso piede proprio negli stati – Ungheria e Polonia – dove in passato c’era stato più entusiasmo all’idea di riavvicinarsi all’occidente. Altri paesi, invece, almeno all’apparenza sono rimasti fedeli all’europeismo, ma attraverso procedure poco limpide e processi democratici discutibili. Infine, alcuni stati dei Balcani occidentali non hanno mai completamente rotto con il loro passato autoritario, fattore che gli ha permesso una transizione verso regimi ibridi senza passare per la democrazia capitalista. Questi sintomi non si osservano solo nei paesi dell’est, ma attraversano gli ex confini della guerra fredda. Le differenze tra le due metà del continente, tuttavia, sono ancora abbastanza evidenti da sollevare una domanda: la fragilit. del nuovo ordine dipende anche dalle aspettative irrealistiche, dagli equivoci sulle opportunità che si sono aperte nella regione, e dai dubbi sulla natura del progetto europeo? Pensiamo di sì. Esamineremo tre equivoci – due legati agli aspetti capitalistici e uno agli aspetti democratici della transizione – che hanno profondamente influenzato le scelte degli anni novanta, mascherando conflitti ed equilibri di potere esistenti e contribuendo ad alimentare le recenti incomprensioni tra est e ovest.

Il primo equivoco è quello secondo cui il ritorno in Europa avrebbe favorito il capitalismo nella sua versione occidentale. Questa visione era molto diffusa tra i consulenti internazionali, le élite riformiste locali e, almeno inizialmente, anche tra molti elettori. Nei primi anni novanta, l’economista di Harvard Jeffrey Sachs osservo che per “sistemare il caos lasciato dalla cattiva gestione comunista, l’Europa orientale deve […] respingere qualsiasi ipotesi residua di una ‘terza via’ […] e passare direttamente […] a un’economia di mercato all’occidentale”. Non c’era motivo di dubitare che, se l’Europa occidentale avesse fatto la sua parte, aprendo i mercati e dando supporto economico, la regione avrebbe prosperato sotto il profilo economico e si sarebbe stabilizzata politicamente. Anche gli analisti più scettici consideravano il sistema occidentale del bastone e della carota un efficace stimolo al cambiamento. Perché, allora, la promessa di un capitalismo all’occidentale, avanzato e ricco, si è rivelata un’illusione?

La possibilità che, grazie alla combinazione degli sforzi riformisti interni e dell’assistenza esterna, la nuova periferia europea si sarebbe ricongiunta al suo nucleo pi. sviluppato (o almeno avrebbe fatto progressi in questa direzione) non poteva essere esclusa. Dopo tutto, in casi precedenti l’adesione all’Unione europea aveva effettivamente portato a una rapida convergenza. Ma i sostenitori delle riforme hanno sottovalutato la natura del capitalismo europeo in cui le economie dei nuovi paesi membri dovevano integrarsi. Non è stato considerato che, quando il sistema socialista è crollato, il capitalismo occidentale era a sua volta nel pieno di una grande trasformazione. Le economie di mercato integrate e regolamentate al livello nazionale stavano lasciando il posto a un capitalismo transnazionale più snello e spietato. L’integrazione europea ha svolto un ruolo importante nel dare forma a questo processo attraverso liberalizzazioni, deregolamentazioni e privatizzazioni.

Tutto questo ha avuto un grande impatto sulle trasformazioni delle economie dell’Europa centrale e orientale. La ristrutturazione imposta è stata molto più profonda e di vasta portata di quanto sarebbe avvenuto se il sistema socialista fosse crollato dieci o venti anni prima. Le imprese della regione sono state da subito esposte alla dura concorrenza delle aziende occidentali, e la capacità – o la volontà – dei governi di attenuare gli effetti negativi di questo processo è stata del tutto inadeguata. Conseguentemente, sono state le imprese straniere, e non quelle nazionali, a occupare i vertici del nuovo sistema capitalista.

La penetrazione straniera è stata perfino più profonda che in altre regioni del mondo. Mentre la produzione manifatturiera locale è stata rilanciata attraverso una combinazione di manodopera locale qualificata e a buon mercato e di tecnologia occidentale, le multinazionali si sono impadronite dei settori bancario, energetico, del commercio al dettaglio e dei mezzi d’informazione. Alla fine dei conti, quello che si è sviluppato a est è un capitalismo subordinato, profondamente diverso dalla sua versione occidentale. Per coglierne la specificità, gli studiosi hanno sottolineato l’insolito livello di dipendenza dalle risorse esterne e dai controlli esteri.

Ma la forte dipendenza dal mercato unico, con la libera circolazione di capitali e lavoro, è necessariamente un ostacolo o può essere una risorsa per i nuovi paesi membri? Anche se l’impatto della mobilità del capitale e del lavoro è un fattore complesso, controverso e legato al contesto, in questo caso la percezione dominante si è rivelata illusoria perch. ha sopravvalutato i vantaggi e sottovalutato i rischi di una rapida integrazione tra economie avanzate e meno avanzate.

I sostenitori della ristrutturazione neoliberista dell’Unione europea sostenevano che la mobilità del capitale e del lavoro avrebbe portato benefici per le economie e per i lavoratori tanto dei “vecchi” quanto dei “nuovi” paesi membri. Rispetto a questa visione ottimista, il bilancio del capitalismo a guida straniera a est è contrastante. Da un lato, sono stati raggiunti risultati importanti: la gestione, il controllo e la finanza esterni hanno inizialmente supplito alla scarsità dei fattori di modernizzazione locali. D’altro canto, queste scorciatoie hanno finito per emarginare o soffocare sul nascere la nuova imprenditoria locale, perpetuando cos. la dipendenza dell’est dall’occidente. Come opportunamente osservato dall’economista Vera Šćepanović, anche se l’Europa centrale e orientale è riuscita ad avvicinarsi all’occidente, lo ha fatto a scapito della vera convergenza, cioè del raggiungimento di standard sociali e imprenditoriali simili a quelli dei paesi capitalisti avanzati.

Non è un caso quindi che, soprattutto dopo il 2008, siano tornate attuali le visioni pessimistiche sull’impatto del capitalismo neoliberista dell’Unione. Secondo i critici pi. accesi del sistema, sia l’ovest sia l’est hanno da perdere dalla mobilità dei capitali, perché la concorrenza spietata determina una “corsa al ribasso” dei salari, delle condizioni e dei rapporti di lavoro e/o una “corsa al rialzo” degli incentivi offerti agli investitori. D’altra parte, rilanciando le vecchie preoccupazioni sulla dipendenza, i politici e gli economisti nazionalisti dell’est sottolineano che mentre l’esternalizzazione della produzione è vantaggiosa per i ricchi esportatori di capitali, il primato straniero ingabbia i paesi ospitanti in un’economia a bassa tecnologia, bassa competenza e con manodopera a buon mercato.

Opinioni contrastanti sono state espresse anche sull’impatto della libera circolazione dei lavoratori. Alcuni sottolineano i benefici reciproci, altri, soprattutto in occidente, accusano di dumping sociale e parassitismo i migranti, altri ancora, a est, sono preoccupati per la fuga dei cervelli e le conseguenze del calo demografico. Questo non vuol dire che alcune di queste percezioni siano corrette e altre false. Ognuno dei problemi evidenziati aveva, e ha, un fondamento nei fatti, ed è servito come base per proposte politiche reali. La tensione tra le opinioni divergenti si è manifestata soprattutto dopo la crisi finanziaria globale del 2008. Quelle turbolenze hanno messo in luce gli svantaggi della dipendenza, inaugurando una nuova epoca di sorveglianza economica gestita dall’Unione su basi gerarchiche. In questo contesto alcuni paesi dell’est e non solo hanno cominciato a ribellarsi al liberismo economico e politico e ad abbracciare il nazionalismo. La loro ribellione, a sua volta, ha sollevato dubbi sulla capacità dell’Unione di difendere la libertà politica nel continente.

Il terzo equivoco è quello secondo cui l’Unione è l’entità garante della democrazia liberale nella regione, pronta a (e in grado di) intervenire per risolvere eventuali problemi. Alcuni osservatori la considerano una “potenza normativa”. Secondo questa linea di pensiero, l’Unione si differenzia dalle altre grandi potenze perch. ha reso “le sue relazioni esterne conformi e subordinate a una serie di norme” ispirate a princìpi come il rispetto dei diritti umani, la democrazia, lo stato di diritto e la solidarietà sociale. E una tesi condivisa anche da alcuni studiosi. La miscela di imposizioni e benefici che l’Ue applica nel processo di adesione è considerata un fattore di stabilizzazione, capace in certi casi di favorire le forze democratiche. Per questi studiosi non é sorprendente che alcuni paesi dell’Europa dell’est abbiano cominciato a fare marcia indietro sulle riforme politiche ed economiche dopo l’integrazione, perché le imposizione legate al rispetto delle regole non potevano pi. essere addolcite dalle prospettive della futura adesione. Le spinte verso l’illiberalismo e il populismo sarebbero quindi autoctone, riconducibili al passato lontano o vicino dell’Europa dell’est. L’Unione, al contrario, farebbe da catalizzatore del cambiamento grazie al suo potere normativo.

Oggi è più facile vedere quanto questa visione benevola delle istituzioni europee si sia rivelata sbagliata. L’Unione si è riempita la bocca del suo potere normativo, ma non l’ha mai messo in pratica. Anzi, c’è motivo di credere che, lungi dall’essere l’antitesi dell’illiberalismo, l’Ue sia stata parte integrante della sua resurrezione, anche se forse non per una scelta deliberata.

L’Unione europea ha fatto il gioco dello stato illiberale in vari modi. Fin dall’inizio. Per esempio, alcune voci critiche hanno messo in dubbio la legittimità democratica del meccanismo di condizionalità che regola l’adesione all’Unione. Ai nuovi stati sono state infatti imposte condizioni molto severe, con un campo di applicazione molto più ampio rispetto ai paesi integrati in precedenza. Ai governi dei nuovi paesi membri è rimasto quindi un margine di manovra molto limitato, cosa che ha “troncato sul nascere il dibattito pubblico sulla natura delle scelte politiche che la regione doveva fare. Tutto questo ha avuto l’effetto – positivo – di evitare i contrasti sulle forme di stato da scegliere (democrazia e modelli alternativi), ma ha anche spento sul nascere qualsiasi discussione su diverse questioni di interesse pubblico”, come hanno scritto Anna Grzymała-Busse e Abby Innes. Lo stretto legame tra riavvicinamento all’Unione e illiberalismo politico è particolarmente evidente nei Balcani occidentali, dove il processo è stato gestito in un contesto di autoritarismo competitivo e non di democrazia, per quanto precaria. Se inizialmente l’apertura di una “prospettiva europea” per i Balcani occidentali è stata accompagnata da una liberalizzazione della politica, negli ultimi dieci anni questa tendenza si è invertita. Una possibile spiegazione . che l’Unione e gli altri attori occidentali hanno privilegiato la stabilità rispetto alla democrazia, appoggiando governi che si sono impegnati a garantire gli interessi geopolitici, economici, di sicurezza ed energetici occidentali. Allo stesso modo hanno spesso chiuso un occhio sulle violazioni delle regole democratiche e dello stato di diritto, preferendo invece dialogare con leader forti capaci di garantire stabilità. Da qui il termine “stabilitocrazia” per i regimi politici che sono emersi negli ultimi anni nella regione.

Il sostegno allo stato illiberale è indissolubilmente legato anche alle scelte del Partito popolare europeo (Ppe). Dagli anni novanta, di fronte alla sfida dell’allargamento a est e dell’ascesa delle forze di centrosinistra, il Ppe si è lanciato in una serie di “fusioni e acquisizioni” politiche che l’hanno fatto diventare il primo partito del parlamento europeo, ponendolo al vertice di quasi tutte le istituzioni comunitarie.

Per governare un’Unione allargata, il Ppe ha scelto di non essere troppo selettivo con l’ideologia e le credenziali democratiche dei suoi iscritti. Sotto l’ombrello del Ppe sono stati accolti partiti come Forza Italia, l’Unione democratica croata (Hdz) e l’ungherese Fidesz, i cui leader sono stati protagonisti dello smantellamento della democrazia o coinvolti in grandi scandali di corruzione. O entrambe le cose. L’ungherese Viktor Orbàn è il leader che ha portato avanti il programma più apertamente reazionario e antieuropeo. I leader popolari si giustificano dicendo che i suoi eccessi sono più facilmente controllabili dall’interno. Che si tratti di parole vuote, cinismo o di una convinzione sincera, la strategia dei popolari ha offerto al premier ungherese una tribuna di grande visibilità per diffondere la sua dottrina della democrazia illiberale. Ma l’Unione ha favorito il regresso politico anche in altri modi. I severi vincoli economici e le rinazionalizzazioni moralizzatrici dopo la crisi del 2008 hanno dato ai governi illiberali un pretesto per legittimare i loro piani nazionalisti e sovranisti. Inflessibile sui vincoli economici, la Commissione europea non ha n. gli strumenti né la voglia per usare efficacemente i pochi mezzi a disposizione ed esercitare la sorveglianza politica. Anche l’emigrazione, favorita dalle leggi sulla libera circolazione dei cittadini, funge spesso da stabilizzatore dei regimi illiberali. Mentre i più giovani, i più istruiti e i più critici vanno all’estero, i meno capaci, i pi. anziani e i meno intraprendenti, maggiormente attirati da politiche illiberali, restano a casa e fanno sentire la loro voce. Infine, l’illiberalismo politico è sovvenzionato dai fondi strutturali dell’Unione. Ovviamente nulla di tutto questo va d’accordo con la visione dell’Ue come potenza normativa.

Quali sono state le conseguenze politiche di questi tre equivoci? Il miglior indicatore di quanto fosse poco realistica l’idea di costruire un capitalismo in stile occidentale nei paesi dell’est è la disaffezione dell’opinione pubblica. Dopo aver sperimentato in prima persona che il capitalismo povero e dipendente dell’est è solo un lontano parente di quello ricco e sviluppato dell’occidente, i cittadini contestano l’idea stessa che il loro sistema possa definirsi capitalista. Di qui i ripetuti attacchi alla natura imitativa o virtuale del capitalismo postsocialista, la fiducia. nella superiorità dell’originale rispetto al suo surrogato e la rabbia per la transizione rubata. Un analogo esempio di un equivoco che ne genera un altro è stata la tendenza a considerare le sovvenzioni alla nascente borghesia interna come un modo per favorire la rendita e la corruzione, in netto contrasto con i generosi incentivi agli investitori stranieri (che hanno goduto di grande consenso, almeno fino all’avvento del nazionalismo economico). Anche mettendo da parte una domanda legittima – gli investitori stranieri sono competitivi perché sono sovvenzionati o viceversa? – gli oppositori del nazionalismo economico possono essere criticati perché si illudono che una società possa essere coesa e stabile anche se tutte le proprietà più importanti sono in mano straniera. Infine, l’autoproclamazione dell’Unione come potenza normativa seria e coerente ha avuto un impatto sui paesi dell’est. Il “ritorno in Europa” è stato di enorme importanza per la loro trasformazione politica, ma . stato anche una scorciatoia che ha sollevato i governi e le opposizioni dalla responsabilità di definire una strada politica originale. Ancora oggi, i partiti illiberali sono in gran parte contrari alle interferenze dell’Europa, mentre l’opposizione democratica fa affidamento sulle regole e i valori dell’Unione.

Le forze illiberali sono unite nel rifiuto di questi valori; l’opposizione democratica è unita nell’invocarli. Entrambi gli schieramenti, tuttavia, condividono la convinzione che l’Ue verrà in soccorso di questi valori. Mentre l’opposizione spera nel sostegno di Bruxelles, i leader illiberali difendono strenuamente la loro sovranità nazionale. Un approccio più realistico all’Europa dovrebbe partire da un dato di fatto: mantenere le promesse non è in cima alla lista delle priorità dell’Ue. Questa consapevolezza costringerebbe l’opposizione a elaborare una sua proposta politica. In fin dei conti, la frattura tra est e ovest è rafforzata proprio dall’autopercezione dell’Unione come potenza normativa. Spesso l’occidente accusa l’est illiberale di sputare nel piatto in cui mangia. Ma in questo modo sottovaluta consapevolmente le sue responsabilità nel successo dei leader con tendenze autoritarie.

Published 2 December 2019
Original in English
First published by Eurozine (English version); Internazionale 1989 (Italian version)

Contributed by Internazionale © Dorothee Bohle / Béla Greskovits / Internazionale / Eurozine

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