Re-immaginare la città

Re-immaginare la città può essere un esercizio provocatorio per riconsiderare e ampliare le possibilità della città del futuro. Può essere l’occasione per dare all’immaginazione l’opportunità di progettare fisicamente qualcosa di totalmente nuovo e diverso, non legato alla città esistente. Oppure, l’esercizio di re-immaginare la città può aprire la strada a una visione fondamentalmente critica della città esistente, mettendo in discussione i princìpi sociali, economici e organizzativi che stanno alla base della sua attuale costituzione e che sono normalmente dati per scontati. La parte migliore delle utopie classiche fa entrambe le cose. Questo mio scritto si concentra esclusivamente sul secondo aspetto, cioè sull’immaginare i princìpi umani e le pratiche che dovrebbero essere alla base di una città immaginata, sollevando alcune questioni critiche sulle pratiche e sui princìpi che oggi sembrano impliciti, e presentando alcune alternative.

Photo: Bonnie Natko. Source:Flickr

Se non fossimo interessati all’ambiente già costruito della città, ma potessimo foggiare una città da zero, secondo il desiderio del nostro cuore – espressione di Robert Park che David Harvey ama citare – che aspetto avrebbe?1 O meglio: in base a quali princìpi dovrebbe essere organizzata? Visto che ogni progetto architettonico è vincolante, la città dovrebbe svilupparsi solo dopo che siano stati concordati i princìpi che essa dovrebbe servire. Quindi, se guardiamo nel profondo del nostro cuore, quali elementi dovrebbero determinare che cos’è una città e che cos’è che fa di una città una città?

Il mondo del lavoro e il mondo della libertà

Per prima cosa, affrontiamo il problema alla lettera. Supponiamo di non avere vincoli fisici né economici: che cosa vorremmo nel profondo dei nostri cuori? Non importa che la nostra supposizione si presenti come un’utopia; anzi: è un esperimento mentale che potrebbe risvegliare in noi alcune domande le cui risposte potrebbero condizionare quello che facciamo oggi nel mondo reale in vista di un altro mondo immaginato per la cui realizzazione potremmo voler combattere.
Immaginare un controfattuale di questo genere può essere difficile; ma esistono tre approcci, basati su ciò che in realtà oggi già conosciamo e vogliamo. I primi due poggiano su un’unica differenza, quella tra il mondo del lavoro e il mondo che ne è al di fuori, una distinzione chiave che sta alla base del modo in cui oggi progettiamo e costruiamo le nostre città, una divisione, che si avvicina a quella formulata da molti filosofi, tra il mondo del sistema e il mondo della vita, il regno della necessità e il regno della libertà, il mondo dell’economia e il mondo della vita privata – insomma, tra lo spazio commerciale e quello residenziale. Un approccio consiste quindi nell’immaginare di ridurre il regno della necessità; l’altro nell’immaginare di ampliare il regno della libertà.

La maggior parte di noi trascorre molto del proprio tempo nel mondo del lavoro, nel regno della necessità; il nostro tempo libero è ciò che resta quando finiamo di lavorare. Ovviamente, se la città potesse aiutarci a ridurre ciò che facciamo nel regno della necessità, il nostro tempo libero e anche la nostra felicità aumenterebbero.

Restringere il regno della necessità

Supponiamo di riesaminare la composizione del mondo della necessità, che ora diamo per scontata. Quanto di ciò che esiste è veramente necessario? Abbiamo davvero bisogno di tutte le pubblicità che tappezzano le nostre strade, delle luci al neon, degli uffici per le agenzie pubblicitarie, per gli esperti in fusioni tra imprese, per gli immobiliaristi, per gli operatori dell’alta finanza; abbiamo veramente bisogno delle piazze di scambio per gli speculatori, degli spazi commerciali dedicati esclusivamente all’accumulazione della ricchezza, degli specialisti che promuovono attività improduttive solo per fare soldi, o non piuttosto di beni e di servizi che le persone possano utilizzare effettivamente? Se non abbiamo bisogno di tutte queste cose, a che cosa servono tutti gli uffici per i dipendenti statali che le controllano? Abbiamo bisogno di tutte le pompe di benzina, di tutte le auto-officine, di tutte le strade per veicoli che sarebbero inutili se avessimo un trasporto pubblico efficiente? Abbiamo bisogno di tutti i penitenziari e i tribunali? Tutti questi segmenti del regno della necessità sono veramente necessari?

E che cosa dire dei quartieri esageratamente lussuosi delle città di oggi? Che cosa dire degli attici su più piani dei grattacieli di Donald Trump? E delle enclave fortificate dei ricchi nel centro delle nostre città? Delle comunità recintate con tanto di security privata nelle nostre periferie? Dei club privati esclusivi, delle costose strutture sanitarie private, degli ingressi, dei viali e dei giardini dove solo i più ricchi possono vivere?

Le cosiddette McMansions e le ville sono indispensabili, nel regno della necessità?

Se il “consumo ostentativo” di cui parla Veblen, o i beni posizionali sono davvero necessari al benessere dei loro fruitori, allora qui c’è qualcosa che non va: di certo, questi status symbol e questo “consumo ostentativo” non possono essere appaganti per il loro beneficiario quanto potrebbero esserlo altre cose e attività socialmente più ricche e in sé più produttive e creative. O dobbiamo pensare che questi costosi attributi della ricchezza siano parte della vera libertà dei loro possessori?

Il regno della libertà, però, non è un regno in cui si può fare di tutto: per esempio, non prevede la libertà di danneggiare gli altri, di rubare, di distruggere, di inquinare, di sprecare risorse. Immaginate una città in cui, nel pubblico interesse, si pongano limiti riguardo a queste cose; città liberamente e democraticamente determinate nelle quali ciò di cui si tiene conto (ma proprio tutto) rappresenta ciò che è realmente necessario per godere di una libertà significativa.2

Di fatto, il regno del lavoro necessario potrebbe essere sensibilmente ridimensionato senza che ciò abbia un rilevante impatto negativo sul regno della libertà.

Fare liberamente il necessario

Un secondo modo per ridurre ciò che appare necessario del mondo del lavoro potrebbe essere quello di trasferirlo nel mondo della libertà. Se nella nostra città immaginata ciò che facciamo nel mondo del lavoro potesse essere convertito in qualcosa che contribuisce alla nostra felicità, faremmo un bel passo in avanti. È possibile fare per scelta una parte del nostro lavoro spiacevole godendone tanto quanto godiamo di ciò che facciamo al di fuori? Si può ridurre la quantità di lavoro veramente necessario e al tempo stesso convertirne il resto in lavoro da svolgere nel regno della libertà? E se la risposta fosse affermativa, una città potrebbe contribuire a rendere possibile tutto questo?

Perché fare lavori spiacevoli ci rende “infelici”? Il lavoro che in questo momento si fa soltanto perché siamo pagati, nel senso che non è svolto volontariamente ma solo per la necessità di sbarcare il lunario, non potrebbe essere svolto anche da volontari, alle giuste condizioni? E non potrebbe rendere felici coloro che lo fanno?

Il movimento Occupy Sandy, formatosi alla fine del 2012 in seguito all’uragano Sandy, su questo offre alcuni spunti di riflessione. Nell’ambito di Occupy Sandy, i volontari andavano nelle zone devastate dall’uragano a distribuire alimenti e vestiti e ad aiutare i tanti senza tetto a trovare riparo, acqua, assistenza per i bambini e ciò che più era necessario. Molti veterani di Occupy Wall Street e di altre occupazioni lo hanno fatto, non per accrescere il sostegno a favore del movimento Occupy, ma per il semplice desiderio di aiutare i propri simili in difficoltà. È qualcosa che fa parte dell’essere umano. Questo modo di essere è stato messo in rapporto con ciò che i sociologi chiamano “relazione del dono” (cfr. R. Titmuss, The gift relationship: from human blood to social policy, Allen & Unwin, 1970) – non una relazione del dare quando ci si aspetta qualcosa in cambio, come a Natale; né che avviene solo con persone che si conoscono, ma anche con estranei. È un’espressione di solidarietà: esprime, in sostanza, il concetto che in questo luogo, in questa città, in questo momento, non ci sono estranei. Siamo una comunità, ci aiutiamo l’un l’altro spontaneamente, vogliamo aiutarci ed essere solidali, facciamo tutti parte di un unico tutto; ecco il motivo per cui portiamo alimenti, coperte e sostegno morale. La sensazione di felicità, di soddisfazione che questi gesti di solidarietà e di umanità procurano sono ciò che una città re-immaginata dovrebbe fornire. Una città in cui nessuno è un estraneo è una città felice nel profondo.

Immaginate una città in cui tali relazioni non siano solamente incoraggiate ma diventino la base stessa della società, sostituendo il profitto che muove le azioni personali con la motivazione della solidarietà, dell’amicizia e del puro piacere di lavorare. Pensate a tutto ciò che già facciamo volontariamente oggi, che è di fatto lavoro nel senso convenzionale del termine. Immaginate qualcosa di molto concreto, magari di molto improbabile ma non per questo difficile da immaginare: immaginate che cosa fareste se non doveste lavorare, ma vi fosse comunque garantito un livello di vita dignitoso; pensate a tutte le organizzazioni di volontariato di cui facciamo parte (Tocqueville se n’era accorto molto tempo fa), pensate alla costruzione collettiva degli edifici e dei tetti durante i primi giorni degli Stati Uniti; ai circoli, alle feste di strada, ai volontari negli ospedali e nelle case d’accoglienza, agli occupanti di ogni tipo che svolgono un vero e proprio lavoro sociale come parte del sostegno che offrono liberamente al movimento; pensate alle case costruite dai volontari di Habitat for Humanity. Pensate ai volontari che dirigono il traffico durante un blackout, che mettono a disposizione i generatori quando la corrente se ne va, che offrono cibo a chi ha fame.

In molte religioni, prendersi cura degli estranei è una virtù tra le più elevate.

E pensate agli artisti che realizzano opere con i gessetti sul marciapiede, agli attori che inscenano performance per strada, ai musicisti che suonano in pubblico sia per il piacere di farlo sia per ricevere qualche moneta. Pensate a tutta l’attività politica in cui ci impegniamo senza aspettarci niente in cambio se non una città o un Paese migliore. Pensate a tutto ciò che la gente in pensione fa volontariamente, dopo essere stata stipendiata per questo: gli insegnanti che danno ripetizioni, i volontari che si occupano dell’alfabetizzazione degli immigrati, le casalinghe che danno una mano nelle cucine delle case d’accoglienza e delle comunità, i volontari che raccolgono la spazzatura nei sentieri e nelle strade. Pensate ai tanti giovani che aiutano gli anziani ad acquisire padronanza delle nuove tecnologie. La città che vogliamo immaginare non è forse quella dove prevalgono queste relazioni e dove, al contrario, quelle legate al profitto, quelle mercenarie, volte alla ricerca della ricchezza, del denaro e del potere, non guidano più la società? Dove la felicità di ognuno è condizione per la felicità di tutti, e la felicità di tutti è condizione per la felicità di ognuno?

Alcuni lavori nel regno della necessità sono effettivamente necessari ma sono spiacevoli, poco creativi, ripetitivi, sporchi, pericolosi e mortificanti– e ancora oggi vengono fatti perché qualcuno è pagato per farli e perché da essi dipende per sopravvivere, non certo perché ne trae piacere: pulire le strade, trasportare carichi, occuparsi della salute o del trattamento di malattie, raccogliere rifiuti, consegnare la posta, o ancora attività di contorno a occupazioni gratificanti, come classificare i documenti per gli insegnanti, copiare disegni per gli architetti o copiare al computer testi di scrittori.

Se le condizioni fossero giuste potrebbe una qualsiasi di queste attività essere fatta liberamente? Alcune potrebbero senza dubbio essere ulteriormente meccanizzate o automatizzate, e infatti il livello del lavoro non qualificato si sta considerevolmente riducendo, ma non è certo realistico pensare che tutti i lavori spiacevoli possano essere meccanizzati. Ne rimarrà comunque uno zoccolo duro destinato ad alcune anime infelici. Se lavori di questo genere fossero divisi equamente, riconosciuti come necessari e organizzati in modo efficiente, l’atteggiamento di chi li esegue non sarebbe molto più paziente, molto meno infelice?

In alcuni complessi edilizi sociali europei, gli inquilini erano abituati a condividere la responsabilità di mantenere pulite le aree comuni come il pianerottolo delle scale, gli ingressi e il giardino. Erano soddisfatti che tutto fosse ben organizzato e che l’assegnazione dei compiti come anche la configurazione degli spazi fisici fossero concertati (almeno in teoria!) e generalmente riconosciuti come necessari. La maggior parte di quelle persone erano orgogliose di questo lavoro non retribuito e non qualificato; era un gesto di buon vicinato.

Quindi, un percorso per re-immaginare la città da zero è quello di immaginare una città dove tante attività – che adesso sono svolte per profitto, motivate dallo scambio, soggette alla concorrenza per il mero guadagno di denaro, di potere o di status, o determinate dalla sola necessità – vengono fatte per solidarietà, per amore, per la felicità degli altri. Pensate quante cose cambierebbero…

Semplificando al massimo la sfida, come sarebbe la città se venisse rimodellata per far sì che la gente si goda la vita, invece di essere finalizzata ad attività sgradite ma necessarie per guadagnarsi da vivere?

Quanto meno, cambierebbero le priorità nel suo utilizzo: in cima alla lista non ci sarebbero più le attività commerciali svolte nei quartieri degli “affari”, ma quelle svolte per il mero piacere in quartieri progettati per il potenziamento delle attività residenziali e comunitarie.

Ampliare il regno della libertà

Un modo alternativo di re-immaginare la città in cui viviamo potrebbe essere anche quello di basarci sull’esperienza quotidiana di ciò che già esiste nel regno della libertà. Quali strutture del regno della libertà dovrebbero essere messe a disposizione in questa città re-immaginata? Luoghi d’incontro, scuole più piccole, mense, laboratori per gli hobby, aree verdi, parchi-gioco pubblici e strutture sportive, locali per professionisti, teatri amatoriali e sale concerti, centri sanitari – cose effettivamente necessarie nel regno della libertà.

Se non fossimo interessati principalmente a guadagnarci da vivere quanto piuttosto a godere di essere vivi facendo le cose che veramente ci soddisfano, potremmo esaminare i modi in cui oggi utilizzeremmo realmente la città. Che cosa faremmo? Come trascorreremmo il nostro tempo? Dove andremmo? In quale tipo di luogo vorremmo essere?

Le nostre attività potrebbero essere divise in due parti: ciò che facciamo in privato, quando siamo soli o esclusivamente con chi amiamo di più; e ciò che facciamo socialmente, con gli altri, al di là della nostra cerchia più ristretta e intima. La città che immaginiamo garantirebbe a ognuno lo spazio e i mezzi per la sfera privata, mentre lo spazio e i mezzi per la sfera sociale sarebbero forniti collettivamente.

Per quanto riguarda l’ambito privato, ciò che la città dovrebbe fornire è la protezione dello spazio e delle attività personali.

Il secondo aspetto – l’ambito sociale – riguarda ciò che dovrebbe essere la funzione principale delle città, quella per cui vengono effettivamente costruite. Le città sono sostanzialmente luoghi di larga e fitta interazione sociale.

Molte delle cose che già facciamo quando siamo veramente liberi di scegliere continueremmo a farle e, se siamo fortunati, potrebbero anche essere le cose per cui in questo momento siamo già pagati. Ad alcuni di noi piace insegnare; se non dovessimo guadagnarci da vivere, penso che ci piacerebbe insegnare comunque. Molti di noi cucinano almeno un pasto al giorno senza essere pagati per farlo. Se non avessimo bisogno di soldi e se non fossimo pagati, cucineremmo per un sacco di clienti al ristorante? Viaggeremmo? Ospiteremmo gli altri, se avessimo spazio? Se non avessimo bisogno di denaro, intratterremmo gli ospiti, gli estranei, di tanto in tanto, per cordialità e curiosità? Andremmo a fare una passeggiata più spesso, godremmo dell’aria aperta, andremmo a vedere spettacoli teatrali, costruiremmo o progetteremmo oggetti, vestiti, mobili o palazzi, canteremmo, balleremmo, salteremmo, correremmo, se non dovessimo lavorare per vivere? Se nessuna delle persone che incontriamo fosse un estraneo, ma alcune fossero molto diverse da noi, faremmo più amicizie, amplieremmo la nostra comprensione degli altri?

Immaginate tutto ciò e poi immaginate quello di cui avremmo bisogno per cambiare la città che già conosciamo e rendere così possibile tutto questo.

Che aspetto avrebbe quella città immaginata? Avrebbe più parchi, più alberi, più marciapiedi? Più scuole e nessun carcere? Più luoghi dove la privacy è protetta e più luoghi dove potreste incontrare sconosciuti? Più spazi comunitari, più laboratori d’arte, più sale per concerti? Più edifici costruiti per un utilizzo effettivo e per un piacere estetico, piuttosto che per il profitto e per l’ostentazione dello status? Meno risorse impiegate nella pubblicità, nei beni di lusso, nel consumo ostentativo?

Che cosa ci vorrebbe per avere una città così?

La prima cosa, naturalmente e purtroppo, è molto semplice: avremmo bisogno di un tenore di vita garantito, avremmo bisogno di essere liberi dalla necessità di fare qualcosa che non ci piace soltanto per guadagnarci da vivere.

Ma in realtà non è così impossibile. Esiste una vastissima letteratura su quello che l’automazione potrebbe fare, sulle risorse economiche mal investite (per esempio, il 23% del budget federale statunitense è destinato all’esercito; pensiamo a quante cose si potrebbero fare per aiutare le persone, piuttosto che per ucciderle…).

E non saremmo forse disposti a spartirci il lavoro spiacevole se ciò servisse a vivere in una città che esiste per renderci felici?

Tutto questo richiede molti cambiamenti e non solo all’interno delle città. Ma l’esperimento mentale di immaginare le possibilità potrebbe essere un buon punto di partenza per cominciare a mettere in atto i cambiamenti necessari.

Dalla città reale a quella re-immaginata: mosse trasformatrici

Al di là degli esperimenti mentali – per quanto possano essere provocatori – quali iniziative possiamo immaginare al fine di spostarci pragmaticamente verso una città re-immaginata secondo i nostri desideri?

Un primo passo può essere quello di cominciare a individuare gli aspetti delle attività cittadine che già ci offendono e agire per ridurli; oppure si potrebbe cercare quello che già ci rende felici e agire per svilupparlo.

Se poi dovessimo re-immaginare la città pragmaticamente ma criticamente, cominciando da quello che già esiste, potremmo concentrarci su programmi e proposte mirati alla sua trasformazione. In altre parole, fare quelle che André Gorz chiamava “riforme non riformiste” partendo dalla radice dei problemi per giungere a una loro soluzione condivisa.

Non è difficile individuare che cosa non va nelle nostre città, quali siano gli elementi da prendere in esame, né stabilire le procedure da mettere in campo per risolvere i nodi problematici. Le criticità individuate devono poi essere messe insieme in modo che possa emergere un’immagine re-immaginata, ma realistica, della città per la quale valga la pena darsi da fare.

Di seguito, alcuni dei principali elementi problematici che dovrebbero essere presi in considerazione.

Diseguaglianza. Siamo consapevoli che livelli elevati e crescenti di diseguaglianza sono all’origine di molte delle tensioni e dell’insicurezza che caratterizzano la città, e che un decoroso tenore di vita in città dipende dal fatto che le persone che vi risiedono abbiano un reddito decente. Leggi sul salario di sussistenza e sui sistemi fiscali progressivi sarebbero buone mosse in questa direzione. Qui la trasformazione punterebbe al reddito minimo garantito per tutti, basato sulla necessità piuttosto che sull’efficienza.

Alloggio. Un alloggio dignitoso per tutti e l’eliminazione del fenomeno dei senzatetto, del sovraffollamento e degli affitti insostenibili rappresenterebbero elementi essenziali in qualsiasi città re-immaginata correttamente. Buoni per l’alloggio, sussidi, incentivi fiscali, sono azioni volte alla soluzione del problema. Per le abitazioni sotto minaccia di pignoramento, ridurre il capitale o gli interessi da versare e dilazionare i pagamenti può giovare a breve termine, ma in questo modo non si affronta il problema di fondo. Sarebbe invece utile un’edilizia residenziale pubblica gestita con la piena partecipazione degli inquilini, che garantisca un buon livello qualitativo onde evitare la stigmatizzazione dei suoi residenti. I consorzi fondiari comunitari e le cooperative di abitazione sono altre modalità che possono sostituire la componente speculativa dell’occupazione degli alloggi con il loro valore d’uso, restituendo alle politiche abitative il loro principio comunitario.

Inquinamento e traffico. Le emissioni delle vetture, il traffico, l’accesso ai servizi fondamentali esclusivamente tramite automobile privata sono problemi gravi. La regolamentazione dei livelli di emissione delle auto e la tariffazione del traffico sono strumenti utili per agire sul problema. Misure trasformatrici sono ad esempio la chiusura delle strade (come l’esperimento di Times Square, ma su più larga scala) e l’incremento del trasporto pubblico collettivo, incoraggiando inoltre l’adattamento delle zone ad alta frequentazione all’accesso delle biciclette.

Pianificazione. La mancanza di controllo sul proprio ambiente e la difficoltà di partecipare attivamente alle decisioni che riguardano il futuro della città in cui il singolo vive costituiscono un problema fondamentale, se ricerchiamo la felicità e la soddisfazione nell’ambito della città re-immaginata. I dibattiti pubblici, l’immediata disponibilità di informazioni, la trasparenza nel processo decisionale e comitati cittadini più forti sono tutti strumenti per aumentare il livello del controllo pubblico che non crescerà fino a quando le varie rappresentanze non otterranno un potere reale piuttosto che esclusivamente consultivo. Una buona decentralizzazione sarebbe trasformatrice. L’esperimento del bilancio partecipativo attualmente in corso a New York e in altri luoghi va nella direzione giusta.

Spazi pubblici. Dopo gli “sfratti” da Zuccotti Park, si è manifestata la necessità di spazi pubblici per l’azione democratica. Modificare le norme e i regolamenti che disciplinano l’uso dei parchi comunali, autorizzare più spazio pubblico e pubblico/privato per queste attività sono tutti passi nella giusta direzione. Tutelare il diritto dei senzatetto di dormire sulle panchine dei parchi è una richiesta minima, anche se fondamentale, ma ovviamente non è una richiesta che pone fine al fenomeno dei senzatetto. Ampliare l’offerta di spazi pubblici e dare priorità al loro utilizzo per attività democratiche è un’azione trasformatrice, utile in qualsiasi città re-immaginata.3

Educazione. Sarebbe un fondamentale passo avanti se l’istruzione pubblica fosse adeguatamente finanziata e se le scuole private fossero sovvenzionate sotto il controllo pubblico. Per gli studenti delle scuole superiori, l’azzeramento dei debiti contratti con i prestiti studenteschi sarebbe già una risposta risolutiva, anche se la vera trasformazione sarebbe un’istruzione superiore completamente gratuita per tutti.

Diritti Civili. La città del presente dovrebbe facilitare l’organizzazione democratica e, a maggior ragione, dovrebbe farlo una città re-immaginata. Tutti i punti sopraccitati – spazi pubblici, educazione, alloggio e redditi – che rendono possibile una partecipazione reale sono i cardini di una concezione allargata dei diritti civili. Ma garantire i diritti è anche lo scopo di molte pratiche che di fatto li circoscrivono, come le misure di polizia per limitare le manifestazioni pubbliche e la libertà di parola, o quelle cosiddette di “sicurezza nazionale”, o le misure per limitare l’uso delle strade per le assemblee pubbliche, per il volantinaggio e così via. In questo caso, sarebbe veramente risolutivo riuscire a limitare la tendenza, purtroppo inevitabile, dei funzionari governativi e dei dirigenti, di controllare le attività pubbliche nei territori di loro competenza.

Mettete insieme gli obiettivi di tutte queste istanze discusse e avrete trasformato una città puramente immaginata in un mosaico di sviluppo e di cambiamenti basati su ciò che esiste: la carne crescerà lentamente sulle ossa di ciò che l’immaginazione genera.

Re-immaginare la città può essere divertente, essere fonte di ispirazione e dimostrare agli scettici che un altro mondo è possibile. Ma c’è un pericolo: re-immaginare la città non dovrebbe essere considerato un progetto che mostri come la città fisica potrebbe apparire, a quale utopia potrebbe assomigliare se riuscissimo nel nostro intento. Ciò di cui ha bisogno la città non è una ri-progettazione, ma una ri-organizzazione, un cambiamento delle persone a cui la città serve, non un cambiamento del modo in cui la città serve le persone che oggi la vivono. Necessita di un ruolo diverso per il suo ambiente edificato, con modifiche adeguate al nuovo ruolo e non viceversa.

Una città ri-progettata costituisce uno strumento per raggiungere uno scopo. Lo scopo è il benessere, la felicità, la profonda soddisfazione di coloro a cui la città dovrebbe servire: tutti noi. L’obiettivo di questo testo non è quello di spingere le persone a sedersi intorno a un tavolo per riprogettare la città; vuole essere, piuttosto, una provocazione. I progetti dovrebbero essere sviluppati attraverso processi democratici, trasparenti e consapevoli.4

Per una discussione su come possono essere manipolati i desideri del cuore, cfr. D. Kellner (a cura di), Herbert Marcuse: Marxism, Revolution and Utopia, Collected Papers of Herbert Marcuse VI, Routledge (di prossima pubblicazione).

Riguardo a ciò che è "realmente necessario", cfr. Herbert Marcuse, Saggio sulla liberazione, Einaudi, 1969.

Peter Marcuse, "Occupy Wall Street: Character, strategies, the future", 11 ottobre 2011, pmarcuse.wordpress.com/2011/10/11/occupy? wall?street?character?strategies?the?future/

Per una proposta pratica per far sì che re-immaginare la città sia un'operazione politicamente utile, si veda Peter Marcuse, "Imagine actually occupying Wall Street: A proposal", 21 dicembre 2012, pmarcuse.wordpress.com/2012/12/21/blog?26?imagine?actually?occupying?wall?street?a?proposa/

Published 30 April 2014
Original in English
Translated by Natascia Silverio
First published by pmarcuse.wordpress.com, 14 December 2012 and dérive 53 (2013) (English version); Lettera internazionale 118 (2014) (Italian version)

Contributed by Lettera internazionale © Peter Marcuse / Eurozine

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