Mediterraneo: camera senza vista

In una delle scene più famose del romanzo
Camera con vista di Edward Forster, la protagonista
del libro – la giovane inglese Lucy
Honeychurch – viaggia per la Toscana a bordo
di una carrozza guidata da un giovane italiano.
A un certo punto, il cocchiere, un ragazzo bruno
di bell’aspetto, fa salire sulla carrozza una
ragazza che presenta come sua sorella. Poco
dopo, i presunti fratello e sorella si scambiano
un bacio appassionato che spaventa la pudica
ragazza edoardiana, dominata da un rigido codice
morale, ma nello stesso tempo turbata dal
risveglio dei sensi.

Questa scena del romanzo, ben rappresentato
sul grande schermo da James Ivory e Ismail
Merchant, illustra in modo abbastanza preciso
come negli ultimi centocinquant’anni l’Europa
settentrionale ha immaginato il Mediterraneo.
Per gli europei del Nord, il Mediterraneo è un
luogo disinibito, sensuale e passionale. Allo
stesso tempo, il Mediterraneo è anche il luogo in
cui l’europeo del Nord cerca la felicità. La cerca
nella metafora che Forster usa come titolo:
Camera con vista.

Il Sud come un luogo mitico

Questa camera con vista ha almeno due significati.
In una struttura ricettiva, hotel o appartamento,
essa è letteralmente una camera con vista. È quella camera per la quale pagate un 7%
in più sul prezzo del soggiorno di una settimana,
la camera dalla quale vi aspettate di vedere
le bellezze locali: il mare incoronato dalle isole,
i tetti del centro storico o di una piccola cittadina
o, come nel caso di Forster, la cupola della
cattedrale di Bernini.

Ma il significato della camera con vista non
è solo letterale, è anche metaforico. Il Mediterraneo
immaginato dal Nord è il luogo da cui vi
aspettate la liberazione edonistica, erotica e, in
casi estremi, alcolica. Per alcune generazioni di
europei, il Mediterraneo è stato il luogo dove la
gente girava nuda, dove per essere felici bastava
avere il calore del sole e una manciata di
fichi secchi, il luogo dove la libertà del corpo si
fondeva con la filosofia, la secolare saggezza e
la gentilezza. Questo è il Mediterraneo dell’omonimo
film di Salvatores, un’isola greca
del piacere immune perfino alla guerra intorno.
È il Mediterraneo del romanzo Osmi povjerenik
(L’ottavo commissario)
di Renato Baretic,
un’isola distante dalla terraferma nella quale si
parla un dialetto strano, dove gli abitanti locali
ignorano il governo esterno e su cui il protagonista
trova il proprio rifugio dalla ripugnante
realtà della Croazia corrotta, brusca e cinica.
Questo è il Mediterraneo che i protagonisti della
grande letteratura e del cinema europeo cercano
e, sfortunatamente, non trovano. Lo cercano
invano anche le protagoniste del film Il silenzio
di Bergman, due sorelle che trascorrono le
vacanze estive chiuse in una camera calda e non
climatizzata di un albergo fatiscente, con fin
troppo alcol sul comodino, in un paese che sembra
essere governato da una dittatura. Perfino
Mr. Bean, il personaggio della comicità slapstick
britannica, interpretato da Rowan Atkinson,
è alla ricerca di questo Mediterraneo, quando
nel film Mr Bean’s Holiday si reca in Provenza
alla scoperta di paesaggi bucolici.

Quando si tratta del Mediterraneo, Mr. Bean
è un tipico europeo, perché centinaia di milioni
di europei immaginano il Sud come un luogo
mitico. Sulle ali di questa fantasia, prenotano i
pacchetti di una settimana di Neckermann o di
Thomas Cook per andare in Sicilia, Dalmazia,
Cipro, Andalusia e Anatolia. Per una camera
con vista
sopportano i camerieri maleducati, gli
indigeni poco gentili, il traffico, le valigie
disperse, le guide ignoranti e le truffe sui conti.
Per una camera con vista, le teenager cadono
ubriache sul lungomare a Mykonos o a Zrce sull’isola
di Pago. Per quell’allettante sogno europeo,
migliaia di britannici e di tedeschi comprano
villette a Maiorca e in Algarve. Tutti sognano
una settimana sotto un pergolato di viti dalle
quali cola succo d’uva e, invece di dedicarsi alla
chiusura del bilancio annuale, immaginano di
condurre una barca nel canale di Curzola, desiderano
bere aperol, ouzo o pastis in qualche bar
locale dove i saggi meridionali giocano a carte e
discutono di politica globale. Sognano di partire
alla volta del Sud per raggiungere il luogo in
cui – come ci hanno insegnato i libri e il cinema
– vivono solo capitani tipo Corelli, che suonano
il mandolino e che non sono capaci di fare del
male. Laggiù, ogni vecchietto è Zorba il Greco,
il filosofo barbuto che senza il minimo pudore si
lancia nella danza del sirtaki. Laggiù non c’è
smog, rigore aziendale e routine quotidiana
come a Krefeld, Essen, Newcastle o Sheffield.
Laggiù, anche un pescatore è filosofo, la donna
della porta accanto una chef diplomata, là ognuno
sa usare l’olio di oliva e il timo, ogni Marlboro
Man
cita Béla Hamvas mentre pesca i dentici
all’amo. Laggiù la gente è gentile, aperta e
calorosa, non perché ama i nostri soldi, ma perché
questo è il suo modo di essere. Una volta
scaduti i quindici giorni di affitto, quando l’abitante
del Nord torna a Dortmund o a Göteborg,
questa gente resta lì, fuori dalla camera con
vista
di Forster. Continua a vivere nel paradiso,
perfino quando termina l’estate e quando a settembre
si accorciano le giornate. Questa gente
giù al Sud, penserete voi, continua a vivere la
stessa vita anche quando noi ce ne andiamo:
uomini abbronzati e brizzolati meditano all’ombra
della veranda, verso sera vanno a pesca e
iniziano la giornata con un bicchiere di vino. Il
loro mondo non conosce le nostre paure, non
teme il bilancio trimestrale, l’ondata di licenziamenti
e la compilazione dei moduli per il pagamento
dell’IVA.

Esiste ancora il Mediterraneo?

Ma è davvero così? Chi sono queste persone che
si vedono dalla camera con vista, piccole come
formiche ai piedi delle loro cattedrali gigantesche?
Esistono anche quando il primo di settembre
il dio del turismo spegne i lampioni del
porto? Vivono anche fuori dal turismo, oppure
sono solo sembianze fluttuanti, comparse di una
grande produzione teatrale che si chiama destinazione
turistica? Noi mediterranei viviamo nei
nostri paesi o nelle destinazioni turistiche?
Abbiamo anche noi le nostre vite, oppure tutto
ciò è un grande spettacolo la cui scenografia
viene smontata in autunno insieme alle chiesette,
ai balconcini e ai caffè? Che cosa succede in questo
Mediterraneo quando, in autunno, rimane
solo con se stesso, quando l’orizzonte diventa
scuro per lo scirocco, il grecale, il maestrale e la
bora, quando in dicembre si accorciano le giornate,
e il vento, attraverso le persiane, penetra
nella camera gelida e spiffera come un organo?
Anche allora esiste questo luogo che si chiama
Mediterraneo? È visibile dalla camera di Lucy?
Certamente, il Mediterraneo non è uno solo.
Ci sono due Mediterranei e, mentre scrivo, non
penso all’esasperata divisione tra quello europeo,
in gran parte cattolico, e quello afroasiatico, prevalentemente
musulmano. Penso piuttosto a
quella differenza molto più importante e profonda
che con poche sfumature accomuna l’Italia e
la Grecia al Libano e al Marocco. Il primo di questi
due Mediterranei è quello sognato dall’élite
edoardiana all’epoca del Grand Tour, così come
oggi si sognano il Club Med di Sant’Ambroggio
o di Biograd. È il Mediterraneo dei templi antichi
a picco sul mare, dei pittori rinascimentali, dei
polittici delle chiesette isolane, delle fontane nel
patio. È il Mediterraneo dei profumi di anice,
rosmarino e salvia, del prosecco, della salsa di
pomodoro che le donne, a fine estate, conservano
nei vicoli di Bari vecchia o di Cattaro.

Ma oltre a questo c’è un altro Mediterraneo
che penetra come uno spiacevole mormorio attraverso
le notizie televisive e le rivelazioni giornalistiche.
Il Mediterraneo non è solo il Chianti, ma
anche la camorra. Il Mediterraneo non è solo il
formaggio greco, ma anche il debito greco. Il
Mediterraneo non sono solo i paradisi turistici
come la Provenza, la Toscana e l’Istria, ma anche
Beirut occidentale, la striscia di Gaza, Mostar,
Homs e Napoli. Il Mediterraneo sono anche gli
abitanti di Castel Volturno che protestano a sostegno
dei camorristi, il Mediterraneo sono gli abitanti
di Spalato che gettano vasi e uova contro il
Gay Pride. Il Mediterraneo sono anche Napoli e
Macarsca con le loro discariche, così come
Budva e Herceg Novi che d’estate rimangono
senz’acqua. Il Mediterraneo è il 30% di disoccupati
dell’Estremadura e di Murcia, come il 30%
di donne disoccupate in Dalmazia. Il Mediterraneo
sono le duemila costruzioni abusive all’anno
in Sicilia. Il Mediterraneo sono anche Taranto,
dove l’acciaieria ILVA avvelena la popolazione
con la diossina, esattamente come la fabbrica di
eternit di Salona vicino a Spalato ha ucciso
migliaia di abitanti. Il Mediterraneo sono i morti,
i colossi industriali arrugginiti e ricoperti di
cespugli come Porto Marghera e Kastela vicino a
Spalato. Il Mediterraneo sono milioni di greci,
siciliani, libanesi e dalmati che si sono sparsi in
giro per il mondo fuggendo la fame, la “clausola
vinicola”,1 la fillossera, i gendarmi, le coscrizioni
militari e le dittature. Il Mediterraneo sono anche
Franco, Mussolini e Berlusconi, le Camice Nere,
gli Ustascia e Primo de Rivera. Il Mediterraneo
sono anche antiche lingue letterarie destinate a
scomparire, l’occitano, il sardo, il ciacavo, il
veneziano. Il Mediterraneo sono i paesi PIGS con
il loro bilancio in deficit. Tutto questo è il Mediterraneo,
anzi: molto spesso questo è proprio il
Mediterraneo europeo, quello che dovrebbe essere
più felice, che riceve gli immigrati, la gente
che sbarca a Lampedusa e scavalca il filo di ferro
di Melilla. Oggi, perfino quel felice Mediterraneo
settentrionale è in gran parte sconfitto, un luogo
da cui bisogna andarsene perché il suo futuro è
fragile. Questo Mediterraneo è segnato da un
aumento del debito, dalla violenza, dalla mancanza
di tolleranza, dall’illegalità, dall’inquinamento
e dalla corruzione. È il Mediterraneo che
uno straordinario regista palestinese, Elia Suleiman,
definisce come terra di progetti e di case
non finiti. I lavori non finiti nel Mediterraneo
sono ovunque: i resti di vigneti terrazzati annientati
dalla fillossera, i residui di zone industriali
distrutte dalla transizione, cave di pietra abbandonate,
villaggi spopolati, villages perchés senza
abitanti, casette senza pastori, con i tetti sfondati,
megalopoli turistiche che non interessano più a
nessuno. E che cosa dire delle case non finite?
Tutte uguali, sono a Ramallah, a Beirut, a Palermo
o nei quartieri periferici di Spalato: costruite
da gente povera con materiale povero, sono cubi
di cemento con tetti piatti dai cui angoli spuntano
armature di metallo. Queste armature protese
verso il cielo sono la metafora reale del Mediterraneo:
sono la rappresentazione visiva dei progetti
falliti, delle aspirazioni future che non si
realizzeranno mai esattamente, come il piano
della casa che non verrà mai aggiunto.

Un mare da quotare in Borsa

Questo è il Mediterraneo, un luogo senza presente,
stretto tra il futuro e il passato. Il futuro
che si rimanda da sempre come una promessa di
progresso mai mantenuta. Il passato che ogni
comunità del Mediterraneo ossequia, annota e
celebra perché insoddisfatta del proprio presente.
Questo passato è spesso oggetto di un culto
insano in parte perché rappresenta il surrogato
di un presente insignificante e senza successo,
in parte perché è l’oggetto di uno scambio commerciale.
Il Mediterraneo di oggi vive del proprio
passato e lo commercializza. Vive del proprio
passato innanzitutto perché non ha un presente.
È senza un presente anche perché dipende
soprattutto dal proprio passato.

E questo patrimonio che oggi il Mediterraneo
vende risale ai tempi in cui il Mediterraneo era
ciò che non è oggi: l’avanguardia economica,
tecnologica e innovativa. In diverse epoche del
passato, i popoli mediterranei pagani, cristiani e
musulmani hanno inventato l’alfabeto, i numeri,
la vela latina, l’arco architettonico, il diritto
romano, l’ontologia, la geometria, la cupola, il
paracadute e l’interesse bancario. Se Steve Jobs
fosse esistito nel Rinascimento sarebbe vissuto a
Firenze, se fosse esistito nel Medioevo sarebbe
vissuto nella Córdoba dei Mori, se fosse esistito
nell’età antica sarebbe stato originario di Atene,
di Efeso o di Siracusa. Le città della costa mediterranea
– Atene, Alessandria, Córdoba, Venezia
e Genova – erano i centri urbani più grandi e più
sviluppati dal punto di vista commerciale, tecnologico
e intellettuale della propria epoca. Primeggiavano
nel commercio, nei mestieri, nella tecnologia,
nell’arte applicata, avevano marinai e ingegneri,
architetti, banchieri e filosofi. Avevano il
ruolo che oggi hanno Hong Kong, New York,
Shanghai e Toronto. Attualmente nel Mediterraneo
solo Barcellona si avvicina a queste città. Il
resto del Mediterraneo ricorda un passeggero che
viaggia su un treno con le spalle rivolte alla destinazione.
Il futuro a cui va incontro gli viene da
dietro, egli non partecipa veramente a questa
realtà, è come se non avesse alcuna influenza su
di essa. Oggi il Mediterraneo è destinatario di
tecnologia e di stili, consuma rassegnato il futuro.
I salti tecnologici, i mutamenti dei modelli
economici, ideologici e stilistici accadono altrove
ormai da trecento anni.

Di pari passo con questo atteggiamento passivo
di sudditanza sul piano dell’innovazione, va
anche la soggezione politica. Ora che il Mediterraneo
musulmano del Sud ha avuto, salvo qualche
eccezione, il suo 1848 (come il Nord lo
descrive in maniera eurocentrica), con un po’ di
ironia potremmo dire che ciò è un bene perché
finalmente una parte del Mediterraneo sarà in
grado di governare se stessa. Ma nella parte nord
del Mediterraneo le cose non vanno proprio così.
Tranne qualche eccezione, il Mediterraneo europeo
contemporaneo è una colonia interna, uno
spazio in cui si governa dal Nord, da Bruxelles,
Parigi, Milano, Madrid e Zagabria, dai parlamenti,
dalle torri d’affari, dai ministeri e dalle borse
che si trovano da qualche parte lontano dalla
nostra baia nella quale a settembre si spengono i
lampioni e si chiudono gli scuri. E la cosa più
grave è che spesso questo mondo esterno e
distante guarda alle nostre località con distacco,
trattandole come una fonte di reddito, un asset
capitalistico, la materia prima dello sviluppo da
barattare con la terra di qualcuno.

In questa nuova suddivisione degli affari
europei, il posto del Mediterraneo è chiaro. Il
Mediterraneo non deve essere luogo dell’innovazione,
ma destinazione. Per adempiere a tale
funzione, deve soddisfare una condizione preliminare:
rimanere vecchio. Questo è il punto in
cui il Mediterraneo antico erode il Mediterraneo
presente come luogo di vita moderna.

Il rapporto tra turismo e identità

A questo punto bisogna tornare di nuovo a
Rowan Atkinson e a Mr. Bean perché a volte i
prodotti culturali più sciocchi diventano rappresentativi
di una cultura. Mentre viaggia verso la
Provenza, Mr. Bean è sempre insoddisfatto.
Viaggia continuamente attraverso lo stesso
mondo globalizzato e anonimo di stazioni ferroviarie,
binari, ristoranti e alberghi non trovando
da nessuna parte quell’incantesimo meridionale
che un turista si aspetta. Poi, d’un tratto, Bean
càpita in un piccolo villaggio della Provenza il
cui aspetto sembra appagare o addirittura superare
le sue aspettative: trova un carro carico di
fieno, i contadini che sorseggiano il vino, una
taverna e una piazzetta carina con i gelsi. Ma
l’entusiasmo di Bean è momentaneo perché
subito dopo scopre di essere dentro il set di una
pubblicità per un cognac.

Questa scena illustra perfettamente il modo in
cui la dinamica economica del turismo perverte
l’identità. Per essere una destinazione di successo,
qualsiasi comunità mediterranea deve costruire
un’identità artificiale, un brand. Si tratta di una
dinamica che non è per niente semplice e banale.
La società mediterranea non deve mutare troppo
rapidamente e in maniera radicale perché potrebbe
essere percepita come poco autentica. Allo
stesso tempo, non deve fossilizzarsi perché la
destinazione che rimane spopolata si paralizza e
cessa di essere autentica. In questo senso, il rapporto
tra turismo e identità è un po’ simile alla storia
di Re Mida che tutto ciò che tocca trasforma in
oro non commestibile. Il turismo agisce come il
bacio della morte. In un determinato momento, in
un punto dello spazio e del tempo, l’élite nomade
scopre qualcosa di autentico e intatto: La Provenza
di fin de siècle, la Sardegna degli anni Ottanta,
l’Istria degli anni Novanta. Ma non appena arriva
a questa scoperta, è molto probabile che con il
passaparola provochi una reazione a catena. In un
breve lasso di tempo, tutto ciò che è autentico
comincia visibilmente a mutare, si adegua alla
domanda, diventa un parco a tema. Il turismo è
come se fosse una conferma del principio di indeterminazione
di Heisenberg: il solo fatto di guardare
un oggetto significa mutarlo.

Gli effetti di questo sguardo dipendono dal
luogo e dall’epoca. Nei tempi e nei luoghi del
turismo di massa, questo sguardo ha prodotto la
vendita spudorata della propria identità, un
insieme di artifici per turisti, le notti di flamenco
per i gruppi turistici, il fado nel ristorante
affittato da un’agenzia, le danze dei Dervisci
nelle stazioni ferroviarie, le notti di Diocleziano
a Spalato con la messa in scena di battaglie tra
pirati e Romani, le serate con pescatori in
maglietta da marinaio che dalle barche di legno
scaricano sgombri congelati. Nelle versioni più
raffinate, nelle enclaves emancipate del turismo
postmoderno, questa ricerca dell’esotico assume
un’altra forma e diventa la creazione del
marchio attraverso l’identità: le strade dell’olio
d’oliva, i tartufi istriani, i cooking and walking
tours
in Italia, gli agriturismi sloveni… una raffinata
divisione tra la vita reale e lo spettacolo
che diventa irriconoscibile anche agli autoctoni:
come oggetto dello sguardo, siete costretti a
mimetizzarvi e tanto più questo trompe-l’oeil è
convincente, tanto più ci si dimentica della sua
esistenza, della sua cornice voyeuristica.
Queste sono le conseguenze culturali del fatto
che il Mediterraneo è una colonia. Ma la cosa
ancora peggiore, grave e pericolosa sono le conseguenze
per lo spazio. Ovvero, il Mediterraneo,
che oggi è governato dal Nord per il quale rappresenta
fonte di profitto, ha sviluppato una delle
economie meno sostenibili nell’ampio ventaglio
delle economie del XXI secolo. Ha sviluppato
un’economia che non si basa sulla vendita della
conoscenza (come quella anglosassone), né sulla
vendita della manodopera (tipo quella asiatica),
né sulla vendita delle materie prime, come quella
mediorientale o russa. Ha sviluppato un’economia
che si basa sulla vendita della cosa più preziosa
nel Mediterraneo, della camera con vista,
vale a dire dello spazio. All’inizio del XXI secolo
lo spazio per il Mediterraneo è l’equivalente
del petrolio per gli Emirati Arabi.

Il consumo dello spazio

Negli anni Cinquanta e Sessanta, nella prima
fase del turismo di massa, lo spazio si vendeva
senza scrupoli e all’ingrosso. È l’epoca di Benidorm:
migliaia e migliaia di ettari di terra lungo
la costa spagnola e turca si trasformano in città
artificiali con palazzoni turistici, mentre la
popolazione dell’entroterra, che per secoli
aveva vissuto di pecore, carrube e fichi, si sposta
verso le spiagge di Murcia, Almería, Anatolia
e Macarsca per far funzionare il sistema.
Questo consumo elementare dello spazio ha
la sua industria, ma anche la sua manifattura:
negli anni Sessanta, nell’Adriatico orientale, a
Mimice, Brela o a Podgora, la gente che per
secoli aveva vissuto sulle pendici delle colline
(per costante timore dei pirati) si rende conto di
avere terra lungo le intatte spiagge di ghiaia.
L’ironia della sorte è che, nelle società patriarcali,
questi appezzamenti di terra, ritenuti di
poco valore, appartenevano spesso alle figlie
minori e nubili. Negli anni Sessanta, i metri
quadrati di terra vicino al mare ricoperti di fichi,
di carrube o di ulivi diventano d’un tratto preziosi
come l’anello di Tolkien. Improvvisamente
le famiglie della costa scoprono l’elisir che
trasformerà la povertà cronica in sicurezza
materiale. Migliaia di croati, montenegrini,
greci costruiscono sulla terra dei padri grandiose
case a tre piani. Lo spazio viene divorato in
maniera longitudinale, l’edificazione serpeggia
a più livelli lungo la costa e le strade e, diversamente
dalla Spagna, il turismo qui è diffuso e
dilettantesco, con investitori locali e il profitto
che rimane nel territorio. Questa è la Dalmazia
in cui sono cresciuto: terra in cui ognuno ha la
propria villetta e i letti vengono dati in affitto da
medici, ingegneri, giudici. Una generazione
costruisce case e accumula profitto, quella successiva
impara le lingue e fa studiare i figli nelle
grandi città.

Il risultato di tre decenni di consumo nel
Mediterraneo europeo è visibile ovunque, da
Antibes al Montenegro, dall’Andalusia a Rimini.
È quel fenomeno che in croato viene definito
cementificazione. Le sue due facce col tempo si
sono rivelate mostruose: le megalopoli turistiche
piene di palazzoni sono diventate insopportabili
per il ceto medio-alto e le nuove Lucy Honeychurch
non sognano più una stanza all’ottavo
piano di un resort turistico. Allo stesso tempo, la
vita economica del piccolo affittuario adriatico è
sempre più difficile: sempre più spazio viene
divorato per troppo pochi posti letto, troppo poco
consumo, troppo poche aragoste per cena, troppo
pochi cocktail al bar della spiaggia e troppi pochi
ingressi per party spumeggianti.

All’inizio del XXI secolo, cementificazione è
diventata quasi una parolaccia, le politiche
ambientali hanno già imparato che non devono
ripetere l’errore spagnolo. Allo stesso tempo, i
voli a basso costo formano una nuova classe
media che viaggia in maniera più frivola e frequente.
L’economia postmoderna sta creando
una nuova classe di persone il cui lavoro con il
laptop può essere fatto da qualsiasi luogo, da
Londra, da Lisbona o a bordo di una nave. La
popolazione residente lungo il litorale mediterraneo
è in aumento e le infrastrutture – le strade,
l’energia, l’acqua – fanno spesso fatica a
seguire questa crescita. Allo stesso tempo, le
società mediterranee intelligenti cercano di
limitare l’espansione edilizia. Ciò significa che
il mercato sta puntando su spazi esistenti già
edificati, pompando soldi in comunità piccole e
limitate come in una pentola a pressione.
Questo processo, iniziato nel 2000, ha raggiunto
il suo apice con il collasso del mercato
immobiliare nel 2007. Sono stato testimone
diretto degli effetti di questo processo: la famiglia
di mio padre era originaria dell’isola di
Hvar, non però della zona dei comuni rinascimentali,
sviluppata, turistica e urbanizzata, ma
di quella rurale nel centro dell’isola dove per
secoli i contadini avevano vissuto coltivando
vigneti, finché, nel 1890, l’epidemia di fillossera
non li costrinse a sparpagliarsi per il mondo.
Oggi la famiglia di mio padre è dispersa tra
Perth e Los Angeles, e nel villaggio sull’isola è
rimasta solo una vecchia zia a cui, a metà degli
anni Cinquanta, i membri della famiglia regalarono
una vecchia casa di pietra. Perché non
avrebbero dovuto farlo? All’epoca i villaggi nel
centro dell’isola sembravano luoghi senza futuro.
Eppure nel 2008 su un giornale locale ho
letto che uno dei prìncipi della famiglia reale
britannica è entrato in barca nel villaggio di mio
nonno per trascorrervi l’estate. Quell’estate,
nello stesso villaggio hanno soggiornato il
cofondatore della Microsoft e un principe saudita.
L’autunno successivo i miei cugini isolani
hanno invitato tutta la famiglia a formalizzare la
donazione che negli anni Cinquanta era stata
battuta a macchina su un semplice foglio di
carta. Ormai, un metro quadrato di casa abitabile
sull’Adriatico costava 2.500 euro, sulle isole
3.000 e a Dubrovnik 5.000: un rudere che fino
al giorno prima era stato dimenticato da tutti
improvvisamente acquistava un grande valore.
La stessa estate, i giornali croati pubblicarono
un’inchiesta su un investitore straniero che aveva
speso milioni di euro per corrompere alcuni politici
locali con l’intenzione di far modificare il
piano regolatore del villaggio di Bogomolje, sull’isola
di Hvar, per trasformare una superficie
verde della baia in terreno edificabile. Bogomolje
è un paesino di 350 abitanti. Provate a immaginare
un villaggio di 350 abitanti, un paesino in
cui d’inverno non c’è nemmeno un bar aperto, e
i primi giornali arrivano al negozietto alle undici
del mattino, immaginate che cosa deve essere
quando, nelle notti invernali, cominciano a spargersi
per le calli deserte voci e accuse su tutti quei
milioni. Questo è il vero notturno mediterraneo,
il noir del piccolo paese che ricorda Il corvo di
Henri-Georges Clouzot.

Qui la gente potrebbe vivere

Questo è il grazioso Mediterraneo settentrionale
all’inizio del XXI secolo, all’alba della nuova
epoca. È il Mediterraneo dei piccoli paesi in cui
arrivano grandi soldi per farli esplodere come
bombole di gas sotto pressione, il Mediterraneo
in cui qualcuno compra la casa di un altro, la
proprietà e l’intero paese semplicemente perché
se lo può permettere e perché gli piace. Questo
è il Mediterraneo nel quale, rispetto al 1960, il
numero degli abitanti della vecchia Venezia
lagunare è sceso da settanta a quarantamila, il
Mediterraneo in cui, nel 2011, i giornali montenegrini
hanno reso noto che il 60% della costa
del Montenegro è proprietà di cittadini russi. In
cui in una settimana un solo studio legale con
sede nell’isola caraibica di Saint Kitts e Nevis
ha comprato cinque appartamenti nel Palazzo di
Diocleziano, nel centro storico di Spalato, la cui
superficie è grande quanto due campi da calcio
messi insieme. In dieci anni, lo stesso Palazzo di
Diocleziano ha perso il 40% degli abitanti e,
secondo il censimento del 2011, ne sono rimasti
appena 719! In quel periodo, ero a Lisbona e ad
Alfama, il suo quartiere più antico e bello, mi è
capitato di vedere la stessa scena che vedo nell’Adriatico
orientale. Gli abitanti amareggiati e
decimati per le vendite avevano appeso sui muri
delle case un manifesto con la scritta Não a
extincão
(“In estinzione”), e avevano disegnato
graffiti che dicevano Estas ruas pertenecem a
nós
, (“Queste strade appartengono a noi”), mentre
gli attivisti di sinistra avevano scritto sugli
ex negozi e sugli immobili abbandonati Aqui
podia viver gente
(“Qui la gente potrebbe vivere”).
Era toccante vedere un’immagine così
familiare lì, nel lontano Occidente, in quel quartiere
scosceso e labirintico di calli e scalini che
mi faceva venire in mente espressioni simili
usate in Dalmazia e nell’Istria interna. Ne prodaji
djedovinu, ne prodaji svoje
(“Non vendere
la terra dei tuoi padri, non vendere ciò che è
tuo”) sono le scritte che troverete in giro per i
porti turistici della Croazia oppure sui muri
lungo le strade di campagna nell’Istria settentrionale.
In questa battaglia donchisciottesca, è
difficile dire dove cessa il gretto nazionalismo e
dove inizia la coscienza di classe.

Tuttavia, nel mondo, dopo la crisi e il crollo
del 2007-2008, al Mediterraneo può essere poco
d’aiuto la testardaggine orgogliosa di qualche
abitante di Hvar, di Perasto o di Alfama. Indebitati
e privi degli strumenti monetari che permetterebbero
loro di diventare concorrenziali e di
difendere le loro economie con dazi doganali,
alla fine del primo decennio del nuovo secolo, i
paesi mediterranei si sono trovati in un tunnel
senza uscita. L’Asia ha strappato loro l’industria,
il Nord la tecnologia e l’innovazione, la
loro bilancia dei pagamenti soffoca nei debiti e
la crescita economica è congelata. In questo
stato di cose, le politiche mediterranee sono
pronte più che mai a fare ciò che fanno di solito,
ovvero pagare lo sviluppo con la vendita
dello spazio che sfortunatamente è sempre terra
di qualcuno. Nei momenti in cui la crescita è
congelata, gli investitori diventano vacche sacre
da mungere e gli investimenti nel Mediterraneo
assumono la forma di simulazioni in 3D e di
modellini di resort turistici, di appartamenti in
multiproprietà, di bungalow destinati alla vendita
in qualche baia di ghiaia ricoperta di verde
selvatico e di abeti. La popolazione locale, che
da decenni vive del turismo al dettaglio, delle
proprie camere che pubblicizza su pezzi di cartone
lungo la strada, improvvisamente si trova
vicino a un grande Moloc turistico che non
potrà battere e che non le lascerà nemmeno una
briciola. Il loro paese, il loro spazio saranno
sfruttati e usati contro di loro.

Questa è la battaglia che attualmente si conduce
per il Mediterraneo settentrionale europeo,
l’ultima feroce e vana battaglia per l’unico bene
rimasto, lo spazio. Si combatte in ogni condominio
e in ogni strada, dal veneziano Cannaregio,
attraverso i centri di Dubrovnik/Ragusa e Cattaro,
fino ai quartieri di Lisbona e di Sao Cristobal. Si
combatte in ogni baia isolana in cui alcuni piccoli
operatori turistici aspettano di essere eliminati
da qualche grande azienda – esattamente come la
Coca Cola ha eliminato i locali imbottigliatori di
soda. Si combatte per la concessione di spiagge,
per il diritto di recinzione, per il pagamento del
parcheggio, per l’accesso al mare e per l’attracco
delle barche. I pontili turistici lottano contro i
porti pescherecci e i bacini portuali, i grandi
pescatori si scontrano con i piccoli, gli abitanti
estivi della Toscana, delle Baleari e di Hvar sgomitano
con gli indigeni, in un nuovo mondo capovolto
e bizzarro dove un postino locale può benissimo
abitare in un immobile che altrove vale
quanto un’intera via ed essere allo stesso tempo
povero. Ogni volta che una comunità locale impone
il pagamento e la recinzione della spiaggia,
ogni volta che elimina i pescherecci locali per far
posto agli yacht, ogni volta che il prezzo del caffè
raggiunge quello di Londra e di Vienna, il Mediterraneo
perde un’altra piccola battaglia. A ogni
sconfitta, il Mediterraneo diventa un po’ meno
autentico e un po’ più un’illusione, un set cinematografico,
una scatola di cartone.

Questo è il dramma che si accende ogni volta
che una nuova Lucy Honeychurch apre la finestra
della propria camera con vista a sud per la
quale ha pagato quel 7% in più. Quello sguardo
dalla camera, come nella meccanica quantistica
di Heisenberg, muta il suo oggetto. Per gli abitanti
mediterranei, il Mediterraneo è, col passare
del tempo, sempre meno un prestigioso spazio
di viali pubblici, spiagge e piazze, e sempre
più uno spazio di camere di servizio, cucine,
magazzini e di quartieri cementificati. Per gli
abitanti mediterranei, il Mediterraneo diventa
sempre più una camera senza vista sulla cosa
più importante, il proprio futuro.

La "clausola vinicola" (1891-1905) faceva parte di un accordo commerciale tra Austria-Ungheria e Italia e consentiva l'importazione nell'impero di vini italiani a basso costo.

Published 27 February 2013
Original in Croatian
Translated by Estera Miocic
First published by Lettera Internazionale 114 (2012) (Italian version); Wespennest 163 (2012) (German version); Eurozine (English version)

Contributed by Lettera Internazionale © Jurica Pavicic / Lettera Internazionale / Eurozine

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