L’Europa al voto Romania

In Romania ci sono proteste contro la corruzione dal 2017. Una mobilitazione nata dalla rabbia e dalla frustrazione. E non ancora finita

Il 10 agosto 2018 decine di migliaia di romeni emigrati in tutta Europa sono scesi in piazza a Bucarest, insieme ad altri cittadini, per protestare contro il governo. Ad accoglierli hanno trovato i lacrimogeni della gendarmeria, che ha brutalmente caricato i manifestanti, picchiandoli e disperdendoli con cannoni ad acqua. La polizia in seguito ha sostenuto che la violenza era legittimata dalla presenza di provocatori. Numerose testimonianze, però, indicano che i dimostranti violenti non sono stati isolati ma, al contrario, sono stati il pretesto per giustificare l’uso indiscriminato della forza. Non è stato fatto nulla per proteggere i manifestanti pacifici, considerati fin dall’inizio potenziali bersagli. Centinaia di persone sono rimaste ferite. Il presidente della repubblica, Klaus Iohannis, ha condannato la brutalità della polizia e la procura militare ha aperto un’indagine. Eppure nessun ministro si è scusato per il comportamento delle forze dell’ordine. Le autorità affermano di aver difeso lo stato. La premier Viorica Dăncilă ha perfino inviato una lettera al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, spiegando che le proteste erano un tentativo di rovesciare il governo legittimo.

Le manifestazioni del 10 agosto sono state diverse dalle altre proteste contro la corruzione degli ultimi due anni, sia per la partecipazione della diaspora romena sia per la violenza della polizia. Non ci sono ricerche sulla composizione sociale dei manifestanti di quel corteo, ma la protesta non era esclusivamente (o prevalentemente) di matrice borghese, un rimprovero che di solito si fa alle manifestazioni contro la corruzione. In piazza della Vittoria a Bucarest non si era mai raccolta una folla così eterogenea: dipendenti di ong, studenti, lavoratori dell’edilizia, ingegneri costretti a fare i camionisti. A unirli era la convinzione di avere il diritto di criticare un sistema politico che li aveva costretti a emigrare. 

L’attuale governo è generalmente considerato il peggiore che la Romania abbia avuto dal 1989, ed è guidato da un partito – quello socialdemocratico, Psd – diventato sinonimo di corruzione, incompetenza e clientelismo, tutti problemi che risalgono a molto prima del 1989. 

Uno slogan, sette lettere

Il linguaggio della manifestazione del 10 agosto è stato profondamente influenzato da uno slogan lanciato da un lavoratore romeno che vive in Svezia. Il 31 luglio la polizia di Bucarest aveva confiscato la targa personalizzata della sua auto, composta da sette lettere: Muie Psd (Succhia, Psd). Il messaggio aveva attraversato il paese dal nord fino alla capitale, diventando virale sui social network. Alla fine la polizia romena aveva aperto un fascicolo contro l’uomo, mossa che aveva trasformato l’offesa scherzosa in uno slogan politico. Le sette lettere della targa rappresentavano un codice semplice ma efficace, capace di parlare a diverse categorie di persone, e allo stesso tempo l’intera vicenda era la prova tangibile delle tendenze autoritarie del governo, che aveva illecitamente detenuto un libero cittadino. 

Alimentata dalla memoria degli anni del comunismo, quando le incriminazioni per piccole disobbedienze erano frequentissime, l’indignazione è cresciuta prendendo di mira un sistema di potere che dimostrava di non aver abbandonato i vecchi riflessi dittatoriali. 

L’attuale governo romeno è caratterizzato da uno stile autoritario, sprezzante, manipolatore e a volte volgare, che si è manifestato anche in parlamento, dove i deputati del Psd hanno indirizzato insulti grossolani alle donne dell’opposizione. Dimostrandosi molto sensibile a certe offese, come quella contenuta nella targa, e sordo alle critiche più composte, il Partito socialdemocratico confermava di ritenere 

più efficaci le aggressioni verbali che le argomentazioni pacate.

L’uso della forza contro un cittadino emigrato, forse richiesto direttamente dal leader del Psd Liviu Dragnea alla ministra dell’interno Carmen Dan, ha fatto capire che il governo non cercava più di mascherare i suoi abusi dietro la legge, ma era pronto a mettere in mostra tutto il suo potere. 

Così le due parole della targa sono diventate lo slogan delle proteste. A renderle popolari era stata la violenza politica. Eppure alcuni intellettuali progressisti hanno criticato la pochezza politica dei manifestanti. Riferendosi ai romeni emigrati, la politologa Alina Mungiu-Pippidi è arrivata a usare il prefisso lumpen (parola spregiativa usata per definire il sottoproletariato), dirottando l’indignazione contro i manifestanti stessi. Altri osservatori hanno interpretato la volgarità dello slogan come una conferma dell’inconsistenza delle proteste. Se l’aver scelto come tema centrale la lotta alla corruzione, e non per esempio alle disuguaglianze, dimostrava un’accettazione della vulgata neoliberista e anticomunista diffusa nel paese, lo slogan Muie Psd confermava la debolezza della mobilitazione e delle sue richieste. Alcuni hanno anche sostenuto che la protesta non aveva un’ideologia forte e unificante ma esprimeva solo rabbia.

Quelle romene in realtà sono proteste disperate contro un governo che ha dimostrato non solo di saper camuffare le politiche neoliberiste da politiche di welfare ma, cosa ancora più grave, di poter smantellare il sistema giudiziario e le altre istituzioni pubbliche nell’interesse di singoli esponenti politici. Gli organismi che possono ancora amministrare la giustizia, difendere i lavoratori e garantire un’equa ridistribuzione della ricchezza vengono demoliti uno dopo l’altro. È stato questo che ha spinto gli emigrati a percorrere migliaia di chilometri per tornare a casa e protestare: la preoccupazione per le persone care e il loro sostentamento in un paese dove il governo concede amnistie ai politici corrotti mentre ignora l’istruzione e la sanità pubbliche.

Definire la protesta del 10 agosto “generica” rivela una profonda incomprensione non solo delle manifestazioni degli ultimi due anni, ma dell’idea stessa di rivolta civile. Una mobilitazione spontanea non propone necessariamente programmi politici articolati o una retorica sofisticata. L’apparente inconsistenza di uno slogan volgare come Muie Psd non esprime idee politiche confuse, ma una rabbia profonda per le misure antidemocratiche del governo e per la rottura del contratto sociale voluta da questo sistema di potere. È vero che le visioni politiche dei manifestanti si sono spesso dimostrate inconciliabili, ma questo non cancella i motivi della protesta. 

Mancanza di coerenza non significa mancanza di sostanza, al contrario, dà maggior peso alle rivendicazioni di una folla che si è mobilitata malgrado le divergenze. L’attacco alla democrazia in Romania è stato così drammatico da aver scatenato una risposta che supera i confini sociali e ideologici.

Le riforme per finta

Tra i motivi della protesta della diaspora c’era anche l’allontanamento della procuratrice Laura Codruţa Kövesi dalla Direzione nazionale anticorruzione (Dna), decisa all’inizio di luglio. Con Kövesi a capo della Dna erano stati incriminati centinaia di politici. La sua discussa rimozione si basava su un rapporto del ministero della giustizia che non denunciava reati oggettivi ma riproponeva alcuni dubbi espressi dai mezzi d’informazione su una serie di processi per corruzione. L’allontanamento di Kövesi ha chiarito che la riforma della giustizia voluta dal governo non avrebbe migliorato il sistema giudiziario, ma l’avrebbe indebolito, mettendo fine alle indagini sulla corruzione nel mondo politico. Vedendo minacciato lo stato di diritto, i romeni della diaspora hanno trasformato le tradizionali vacanze estive nel paese d’origine in un pellegrinaggio politico.

Con ogni probabilità, l’idea della protesta del 10 agosto ha preso forma alla fine di giugno, dopo che il Partito socialdemocratico aveva organizzato un raduno per rispondere alle manifestazioni antigovernative spontanee dei mesi precedenti. I partecipanti alla manifestazione indetta dal governo erano stati portati a Bucarest con viaggi organizzati e pagati da amministrazioni locali vicine al Psd. Gli era stato chiesto di vestirsi di bianco, simbolo di “purezza”, anche in risposta al movimento #resist, che definiva il partito al potere “la peste rossa”. Durante quel raduno Dragnea aveva ribadito le sue solite accuse contro lo “stato parallelo”, a suo dire costituito dall’alleanza tra servizi segreti e magistratura. Il candore della folla doveva rappresentare non solo “la purezza del popolo” ma anche, con una bizzarra associazione, la pulizia che il Psd avrebbe fatto dopo aver liberato il paese dai “ratti”, cioè i magistrati e gli oppositori. Non stupisce che queste dichiarazioni abbiano riacceso le passioni politiche, anche degli emigrati. 

Nel luglio del 2018 l’attuale maggioranza parlamentare aveva anche modificato il codice penale per depenalizzare di fatto il reato d’abuso d’ufficio, sempre più frequente in Romania. L’obiettivo del provvedimento era aiutare l’attuale leader del partito di governo, Liviu Dragnea, condannato lo scorso giugno dalla corte suprema a tre anni e mezzo di carcere per istigazione all’abuso d’ufficio a causa di una vicenda risalente al periodo 2006-2013, quando era alla guida del consiglio del distretto di Teleorman. In secondo luogo, quella modifica chiariva che il governo stava varando misure per chiudere un occhio sui reati dei colletti bianchi. Quando un governo è incapace o non vuole promuovere vere riforme, manipola i fatti e sposta l’attenzione dei cittadini. In Romania l’obiettivo immediato di quelle “riforme” era l’annullamento della condanna di Dragnea e della sua clientela politica. 

Ma quello del 2018 non era stato il primo tentativo del Psd di assoggettare la magistratura e riportare il paese all’epoca precedente alle riforme della giustizia del 2005. Nel febbraio del 2017 centinaia di migliaia di romeni protestarono contro il primo tentativo di depenalizzare l’abuso d’ufficio attraverso un decreto approvato a notte fonda in una riunione segreta del governo. Sui cartelli dei manifestanti si leggeva: “Giù le mani dalla Dna”. 

Il decreto fu abrogato, ma la depenalizzazione dello stesso reato è stata introdotta con una procedura più lunga in parlamento nel 2018. I cambiamenti al codice penale sono stati approvati in tutta fretta a giugno con la votazione di centinaia di pagine nel giro di un’ora e senza una discussione. In parlamento l’opposizione non ha potuto parlare e la procedura non è stata rispettata. Gli abusi sono stati motivati dalla “urgente necessità di mettere fine agli abusi”.

Critiche ingiuste

La lotta contro i corrotti e i profittatori è quindi solo un’illusione? Dopo la rimozione di Laura Codruţa Kövesi (che oggi è la principale candidata per la direzione della nuova procura europea) ora l’obiettivo del ministero della giustizia sembra essere il procuratore generale Augustin Lăzar. 

Il 1 gennaio 2019 la Romania ha assunto la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, ma il ministro della giustizia Tudorel Toader ha annunciato di non voler rinunciare al progetto di rimuovere Lăzar. Approfittando della maggiore visibilità in Europa, il presidente Klaus Iohannis ha dichiarato che si opporrà alla decisione in quanto infondata. Intanto Dragnea, leader de facto del governo, non è riuscito a far approvare il decreto di amnistia annunciato alla fine del 2018 per proteggere lui e la sua cricca. Ha quindi deciso di contestare gli stessi organi giudiziari che lo hanno condannato per abuso d’ufficio e perfino l’indagine condotta dall’Olaf, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, secondo cui la società Tel Drum, legata a Dragnea, si è illegalmente appropriata di 20 milioni di euro di fondi europei per la realizzazione di opere stradali. Non stupisce che il leader del Psd non abbia partecipato alla cerimonia ufficiale per l’inizio del semestre europeo della Romania. 

Unite a un’irresponsabile gestione economica, le misure decise dal governo nell’interesse di determinati individui hanno già avuto un grave impatto sulle economie locali, sulla sanità pubblica, sulla gestione dei fondi statali e sul funzionamento delle istituzioni. Gli investimenti sono bloccati a causa di insostenibili promesse elettorali che hanno svuotato le casse dello stato. I pubblici ministeri sono di nuovo sotto pressione. Nelle città più piccole le procure sono praticamente scomparse a causa delle misure di austerità e manca anche l’assistenza sanitaria, perché gli straordinari dei medici non vengono più pagati. 

In questa situazione è ridicolo criticare i manifestanti per non aver affrontato in modo approfondito le questioni legate al lavoro o liquidare la loro rabbia come frutto di esasperazione politica. Il cinismo nei confronti della lotta per la democrazia dei romeni è già penetrato nel discorso politico, come una sorta di virus che colpisce sia i giovani sia l’intellighenzia più matura. Gli intellettuali romeni devono risvegliare gli ideali democratici e affrontare i reali problemi del paese: si può ancora dare un quadro veritiero di quanto sta succedendo.

Published 7 March 2019
Original in Slovenian
First published by Razpotja 33 (Autumn 2018) (Slovenian version) / Internazionale 1294 (Italian version)

© Ioana Macrea-Toma / Razpotja / Internazionale / Eurozine

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