L'egemonia tedesca che la Germania non vuole

L’egemonia tedesca in Europa è un prodotto dell’Unione monetaria europea e della crisi del 2008. Non fu tuttavia la Germania a volere l’euro: fin dagli anni Settanta, le sue industrie di esportazione avevano convissuto molto bene con le ricorrenti svalutazioni dei partner commerciali europei, in risposta alle quali la produzione manifatturiera tedesca si spostò da mercati price-sensitive a mercati quality-competitive. A volere una valuta comune europea fu soprattutto la Francia, per superare l’umiliazione della svalutazione del franco rispetto al marco e, dopo il 1989, per vincolare la Germania unificata a un’Europa unita, auspicabilmente a guida francese.

Fin dalla sua concezione, l’euro fu una costruzione contraddittoria. La Francia e altri Paesi europei, come l’Italia, erano stanchi di dover seguire la politica di tassi d’interesse da moneta forte della Bundesbank, che era diventata de facto la banca centrale d’Europa. Sostituendo la Bundesbank con la Banca centrale europea, essi si aspettavano di recuperare almeno una parte della sovranità monetaria perduta a favore della Germania. Chiaramente l’idea era anche di fare in Europa una politica monetaria meno ossessionata dalla stabilità e più orientata verso obiettivi politici e sociali, come la piena occupazione. Allo stesso tempo, Franois Mitterrand e il suo ministro delle Finanze, Jacques Delors, ma anche la Banca d’Italia, speravano di ottenere un vantaggio politico contro i partiti comunisti e i sindacati precludendo il ricorso a svalutazioni e quindi costringendo la sinistra a rinunciare alle sue ambizioni politico-economiche in conseguenza ai vincoli posti da una moneta più forte, anche se non così forte come quella auspicata dalla Bundesbank.

Helmut Kohl intended the European Central Bank to be a “giant replica” of the German Federal Bank, Frankfurt (pictured here). Photo: Torben. Source:Wikimedia

In Germania, la Bundesbank e gli economisti (prevalentemente ordoliberali e anti-keynesiani) erano risolutamente contrari all’unione monetaria, temendo che potesse compromettere la “cultura della stabilità” tedesca. Anche Helmuth Kohl avrebbe preferito che l’unio-ne monetaria fosse preceduta dall’unione politica. Ma i suoi partner europei volevano la moneta comune non per rinunciare alla loro sovranità, bensì per ripristinarla. Vedendo l’unificazione della Germania a rischio, Kohl accettò di dare la precedenza all’unione monetaria, nella speranza che un’unione politica sarebbe giunta più tardi, come conseguenza: superò poi la resistenza di potenti forze della sua parte politica insistendo affinché il regime monetario comune fosse costruito sul modello tedesco, con la Bce come gigantesca replica della Bundesbank.

Lo slogan con il quale il governo tedesco alla fine riuscì a vendere l’euro al proprio elettorato divenne: “L’euro: stabile quanto il marco”. I partner europei, desiderosi di concludere comunque qualcosa, alla fine firmarono il trattato, presumibilmente sperando di emendarlo più tardi sotto la pressione delle realtà economiche, in via di fatto se non formalmente. Gli anni Novanta, oltretutto, erano un periodo in cui il consolidamento fiscale costituiva un obiettivo politico comune dei Paesi del capitalismo Ocse, a cominciare dagli Stati Uniti, nel contesto della finanziarizzazione crescente dell’economia e della transizione a un regime monetario liberista, non-keynesiano. L’impegno a fissare un tetto al debito pubblico al 60% del Pil, e a un deficit di bilancio mai superiore al 3%, era nello spirito dell’epoca, e i mercati finanziari avrebbero guardato con sospetto qualsiasi Paese che non si fosse allineato.

Oggi è la Germania, insieme a Paesi come l’Olanda, l’Austria o la Finlandia, che sta godendo dei vantaggi dell’Unione monetaria europea. Ma è importante ricordare che è così soltanto dal crollo finanziario del 2008. Durante i primi anni dell’unione monetaria, la Germania era “il malato d’Europa”, e l’unione monetaria contribuì parecchio a questo stato1. Il tasso d’interesse comune imposto dalla Bce, che doveva tenere conto delle economie di tutti i Paesi membri, era troppo alto per un’economia a bassa inflazione come quella tedesca.

Un’alternativa sarebbe stata quella di forti aumenti salariali a seguito di una decisa spinta sindacale. Ma in un Paese fortemente industrializzato e dipendente dall’esportazione, come la Germania, questo avrebbe significato non solo minori esportazioni ma anche, in un’epoca di sempre maggiore mobilità del capitale, una delocalizzazione del lavoro all’estero. Ciò spiega quella che per tanti osservatori stranieri rimane una misteriosa moderazione dei sindacati tedeschi fin dall’inizio del 2000. A confronto, le economie più inflazionistiche del Mediterraneo godettero di tassi di interesse reali molto bassi o negativi, insieme al forte calo del costo del debito pubblico, nella convinzione dei mercati finanziari – incoraggiati dalla Commissione europea – che con la moneta comune ci sarebbe stato anche qualche tipo di responsabilità comune nel garantire la solvibilità degli Stati membri. Il risultato fu un boom nel Sud e la stagnazione, con alta disoccupazione e crescente debito pubblico, in Germania.

La Germania risorge

Questa situazione fu rovesciata nel 2008 e, contrariamente alla mitologia liberista più diffusa, ciò dipese solo in piccola parte dalle cosiddette “riforme Hartz”. Al più queste arrivarono a intaccare la spesa pubblica, soprattutto nei sussidi di disoccupazione, e aprirono la porta all’espansione del lavoro a basso costo, ma al di fuori dei settori chiave dell’economia tedesca. Ciò che davvero pesò fu che l’economia tedesca, tradizionalmente spinta dalla domanda estera e in perenne “sovra-industrializzazione”, dopo il 2008 si trovava in posizione di esaudire la domanda di prodotti manifatturieri di alta qualità sul mercato globale. Di conseguenza, essa soffrì a causa della crisi fiscale e del crollo del credito molto meno dei Paesi dell’Unione più dipendenti dalla domanda interna. Inoltre, quando divenne chiaro che non ci sarebbe stata alcuna mutualizzazione del debito pubblico degli Stati membri meridionali – il che, naturalmente, era del tutto in linea con i trattati, anche se era stato opportunisticamente dimenticato – i Paesi con alto debito dovettero pagare interessi molto più cospicui, sollevando così l’eventualità di default di parecchi Stati membri. Fu a questo punto che la Germania, senza averla voluta o cercata, conquistò la nuova egemonia del continente. La Germania post-bellica non desiderò mai guidare l’Europa. I leader politici tedeschi, di qualsiasi partito, convennero che come potenza europea la Germania avesse un problema di fondo tale da richiedere una gestione delicata: era troppo grande per essere amata e troppo piccola per essere temuta. Quindi, l’interesse nazionale tedesco doveva consistere nel divenire parte di un’entità europea più ampia, non guidata dalla sola Germania bensì in cooperazione, in particolare con la Francia. Dovendo garantirsi l’accesso ai mercati esteri, sia per procurarsi materie prime sia per esportare i prodotti finiti, la Germania non aveva alcun interesse allo status internazionale. In particolare sotto la guida di Kohl, l’integrità del guscio europeo dentro il quale la Germania sperava di trovare una comoda casa divenne talmente importante che lo stesso cancelliere, qualora si verificassero attriti con i suoi partner europei, era sempre più che pronto a fornire i mezzi materiali – cioè a pagare il conto – per un compromesso che lasciasse intatta l’unità europea, almeno nella sua apparenza.

Oggi non è più possibile, ed è questa la situazione che il governo Merkel si trova a dover fronteggiare. Dall’inizio della crisi, di cui quasi sette anni dopo ancora non si vede la fine, tutti in Europa e altrove guardano alla Germania per una soluzione, e magari per una soluzione sul modello Kohl. Ma oggi i problemi sono diventati davvero grandi, certamente troppo grandi perché la Germania li possa risolvere di tasca propria. Quello che c’è di nuovo con Angela Merkel, rispetto a Kohl, non è che l’attuale cancelliera sia desiderosa di diventare il Führer d’Europa. Ma il momento è tale che il capo del governo tedesco, piaccia o meno all’attuale titolare, deve uscire dall’ombra del retroscena europeo, se non altro perché altrimenti la scena rimarrebbe deserta.

Qui i problemi di Angela Merkel sono enormi: sia in Europa, dove l’integrazione si è rivelata un disastro economico e politico e la Germania appare grande abbastanza da prendersi la colpa di tutto ciò che non va ma ancora troppo piccola per porci rimedio; sia all’interno, dove il consenso centrista della politica tedesca è prossimo al collasso.

L’Europa divisa

Veniamo alla Germania in Europa. Qui pochi anni di unione monetaria post-crisi hanno spazzato via tutte, o quasi, le simpatie che i governi tedeschi erano riusciti con tanta difficoltà a guadagnarsi fra i loro vicini nel dopoguerra. Nei Paesi del Mediterraneo, e in parte anche in Francia, la Germania di oggi è odiata come non mai dalla fine della guerra. I dirigenti tedeschi sono raffigurati in uniforme della Wehrmacht con tanto di svastiche. Il modo più sicuro per vincere le elezioni è di impostarle come campagne contro la Germania e la sua cancelliera, da parte tanto della destra quanto dalla sinistra. Anche tralasciando ogni altro risultato che possa derivare dal quantitative easing disposto della Bce, la misura ha certamente prodotto un senso di trionfo dell’Europa meridionale sulla Germania, sconfitta dalla direzione stessa della Bce. L’eroe d’Italia è Mario Draghi, a prescindere dal suo credo liberista e dal suo passato alla Goldman Sachs: ciò che gli viene riconosciuto è di avere ripetutamente gabbato e umiliato “i tedeschi”. Il nazionalismo oggi è trionfante in Europa, e sta cominciando a montare anche in quello che per tanto tempo è stato il Paese meno nazionalista del continente, la Germania.

In Europa meridionale la politica estera consiste sempre più nello strappare concessioni alla Germania – su come imbrigliare la Germania nell’interesse del proprio Paese, della “solidarietà europea ” e dell’umanità in generale. Nessuno può prevedere quanto tempo ci vorrà, se mai sarà poi possibile, a rimarginare la ferita emotiva che l’euro ha prodotto nei rapporti fra la Germania e Paesi come l’Italia o la Grecia.

È un’ironia della storia, che certo non sarà sfuggita alla cancelliera, il fatto che l’unione monetaria, pensata per cementare per sempre l’unità europea, stia ora per ridurre a pezzi l’Europa. La dirigenza tedesca sta lentamente comprendendo che il conflitto dentro e sopra l’Unione monetaria europea non riguarda il “salvataggio” dello Stato greco o delle banche francesi (o tedesche). Anziché scomparire, a seguito di qualche abile ed eroica mossa chirurgica, per dare luogo a una rinnovata unità, il conflitto è inerente alla struttura stessa dell’Unione monetaria europea. L’Ue unisce società nazionali molto differenti, con istituzioni, pratiche e culture economiche altamente divergenti che riflettono differenti contratti sociali di regolazione dell’intreccio fra capitalismo e vita sociale. Elementi importanti di tali ordini economico-politici divergenti sono i loro rispettivi regimi monetari2.

In sintesi, i Paesi del Mediterraneo in particolare hanno sviluppato un tipo di capitalismo nel quale la crescita è anzitutto guidata dalla domanda interna, se necessario stimolata da inflazione alimentata dal deficit pubblico e con forti sindacati che beneficiano di un’alta sicurezza occupazionale, soprattutto in un settore pubblico di grandi dimensioni. L’inflazione, a sua volta, rende più facile per lo Stato ottenere prestiti, dato che svaluta il debito accumulato. A questo corrisponde un sistema bancario nazionale pubblico o semi-pubblico. Tutto ciò rende possibile conciliare più o meno bene gli interessi di operai e imprenditori, in particolare nella piccola industria per il mercato interno. Il prezzo di questo tipo di pace sociale è la perdita di competitività internazionale, che deve essere compensata da periodiche svalutazioni della moneta nazionale. Naturalmente questo richiede la sovranità monetaria.

Le economie nord-europee, soprattutto la Germania, funzionano in maniera diversa. Esse traggono la loro crescita dalla competizione vincente sui mercati esteri, cosa che le rende avverse all’inflazione. Questo vale anche per i lavoratori e i sindacati, in particolare oggi, perché costi interni crescenti possono facilmente indurre alla delocalizzazione produttiva. Per un’economia di questo tipo non è importante essere in grado di svalutare la moneta nazionale. Mentre i Paesi mediterranei, e in una certa misura anche la Francia, si trovavano meglio in passato con una valuta debole, Paesi come la Germania storicamente hanno preferito una politica monetaria che mantenesse forte la valuta nazionale. Ciò li rende maldisposti non solo all’inflazione ma anche al debito, nonostante l’interesse che sono abituati a pagare sia basso (anche perché il loro debito accumulato è basso). Riuscire a fare a meno di una politica monetaria accomodante consente loro, inoltre, di vivere senza il rischio di bolle che sconvolgano il mercato del risparmio. Da questo traggono beneficio i loro risparmiatori, e non ce ne sono pochi3.

Una battagl ia fra due linee

Un regime monetario unificato per economie (nord-europee) “risparmia e investi”, da un lato, ed economie (sud-europee) “prendi a prestito e spendi”, dall’altro, non può servire bene entrambe. Se si vuole una valuta comune, una delle due economie politiche deve “riformare” il suo sistema di produzione, e il patto di pace sociale su di esso basato, sul modello dell’altra. Allo stato attuale, i trattati fanno ricadere l’onere sui Paesi mediterranei, obbligandoli a “cambiare” per diventare “competitivi”, con la Germania come loro regista di inflessibilità monetaria. Come si può vedere, questo non è quello che i loro governi possono fare, o possono fare in breve tempo, o vogliono fare.

Il risultato è una battaglia fra due linee all’interno dell’Unione monetaria: una battaglia che sta diventando odiosa perché non si riflette soltanto sui livelli materiali di vita delle persone, ma anche sulle loro abitudini più consolidate (come rivelano i cliché negativi su entrambi i lati dello scontro: i “greci poltroni” contro i “tedeschi algidi” che “vivono per lavorare e non lavorano per vivere” e, difendendo sia i trattati sia il proprio assetto capitalista, appaiono come spietati castigamatti dei loro vicini europei). I tentativi dei Paesi meridionali di avere un euro “leggero”, in modo da poter tornare ai tassi di inflazione, ai debiti pubblici e alle svalutazioni periodiche a cui erano abituati, incontrano la resistenza dei governi e degli elettorati nord-europei, i quali rifiutano di essere trasformati in creditori d’ultima istanza dei loro vicini meridionali e di pagare per le iniezioni di liquidità senza le quali l’economia politica di questi ultimi non può riprendersi e prosperare.

La politica interna dell’unione monetaria, quindi, è fatta di alleanze di Stati membri che spingono il regime monetario comune in direzioni differenti, verso quella meridionale oppure quella settentrionale. Sebbene non possano coesistere, non vogliono per il momento neppure separarsi: i Paesi esportatori del Nord prediligono i tassi di cambio fissi mentre i Paesi meridionali vogliono tassi di interesse bassi, per i quali accettano i tetti al debito e i limiti al defi- cit, sperando nell’indulgenza degli Stati membri in caso di necessità. Adesso la Germania e i suoi alleati hanno il sopravvento. In prospettiva, però, nessuna delle due parti può permettersi di perdere lo scontro, perché la parte perdente dovrà ricostruire fin dalle fondamenta il complicato assetto delle istituzioni interdipendenti che formano la sua economia politica, con esito incerto e, ammesso che tutto vada bene, con un lungo periodo di transizione pieno di incertezze politiche e perturbazioni economiche. Per esempio, mentre i Paesi meridionali dovrebbero accettare un regime di mercato del lavoro nord-europeo, i tedeschi dovrebbero abbandonare la loro propensione al risparmio – agli occhi dei loro partner, distruttiva ed egoistica4.

Se, dunque, i dibattiti sulla forma futura del regime monetario europeo riguardano anche gli aspetti morali, e non solo quelli tecnici, è importante osservare che nessuno dei diversi modi di fare capitalismo è eticamente superiore agli altri. Il radicamento del capitalismo nella società e la conciliazione della sua logica con quella della vita sociale è sempre una questione complessa, per sua natura fatta di improvvisazione e compromessi, mai del tutto soddisfacente in entrambe le prospettive. Questo non impedisce ai fautori di ciascun modello nazionale di considerare gli altri modelli come deficitari moralmente, mentre il proprio non solo è naturale e razionale ma corrisponde ai più alti valori sociali. Così, quando i tedeschi esortano i greci a “riformare” la loro economia politica, e dunque se stessi, rinunciando a sprechi e corruzione, non si rendono conto che richiedendo la sottomissione alle “leggi del mercato” essi stanno in realtà domandando la sostituzione di una corruzione vecchio stile, socialmente integrata, con la corruzione endemica del capitalismo contemporaneo, cioè la corruzione finanziaria, alla Goldman Sachs. Non c’è alcun motivo di credere che gli aspri conflitti economici e ideologici che oggi stanno dividendo l’Europa lungo linee nazionali, alimentando sentimenti nazionalisti da ogni parte, si risolveranno presto. Anche se l’austerità riuscirà a fare ciò che si suppone debba, cioè ripristinare la competitività degli Stati meridionali sotto una moneta forte, ciò sarà a costo dell’abbassamento del tenore di vita nei Paesi debitori, stimato in un 20-30% rispetto alla situazione precedente il 2008. Naturalmente, la ragione per la quale si chiede ai Paesi in crisi di accettarlo sta nella scommessa liberista di una successiva ripresa su basi economiche “finalmente solide”. Ma una riduzione dei differenziali di reddito per convergenza nel e grazie al libero mercato, viste le numerose forze di vantaggio cumulativo che operano in quest’ultimo5, è semplicemente una chimera. Le disparità regionali, esacerbate dall’austerità, chiederanno voce politica in seno all’unione monetaria, sul modello di Stati-nazione come Italia e Germania. Qui il Mezzogiorno e i Neue Länder, rispettivamente, traggono beneficio e dipendono dal sostegno continuo da parte dei governi nazionali per cercare di attenuare il divario fra tenori di vita regionali. Italia e Germania trasferiscono ogni anno grosso modo il 4% del loro prodotto interno alle regioni arretrate, e tuttavia ciò basta solo a impedire che il divario esistente fra regioni si approfondisca ulteriormente6. Le differenze economiche fra gli Stati membri dell’Unione monetaria genereranno conflitti laceranti sia fra di loro sia al loro interno.

I Paesi meridionali chiederanno “programmi di crescita”, un “Piano Marshall” europeo, una politica di sostegno regionale che li aiuti a costruire un’infrastruttura competitiva, e “solidarietà” concreta in cambio della loro adesione al “mercato unico” e all’unità europea più in generale. I Paesi settentrionali non saranno in grado, per ragioni economiche oltre che politiche, di fornire che una piccola parte di quanto loro chiesto7. E comunque esigeranno il controllo su come verrà speso il loro denaro, se non altro per evitare di ricevere accuse di spreco, clientelismo e corruzione dalle loro opposizioni interne. I Paesi meridionali, a questo punto, opporranno resistenza all’intrusione settentrionale nella loro sovranità, continuando a lamentarsi della taccagneria e dell’invadenza del Nord, mentre i Paesi settentrionali continueranno a pensare di pagare fin troppo e di controllare troppo poco. La Germania, in particolare, in quanto più grande e probabilmente anche più ricco Stato membro, sarà percepita come politicamente imperialista ed economicamente egoista, senza poterci fare granché: gli elettori non permetteranno al suo governo di sostenere i Paesi meridionali incondizionatamente, e si rifiuteranno di versare più che un obolo per una politica regionale europea in aggiunta a quanto stanno già pagando per la Germania orientale.

L’erosione del consenso

Quanto ancora Angela Merkel e la sua Grande Coalizione, schiacciate fra i loro partner europei e il loro elettorato, saranno in grado di destreggiarsi? Potrebbero arrivare presto a finire la pazienza. Le industrie d’esportazione e i sindacati tedeschi hanno fatto del mantenimento dell’unione monetaria la loro priorità assoluta, e con l’aiuto della sinistra euro-idealista hanno sacralizzato l’euro in maniera davvero singolare, considerato che si tratta poi solo di una valuta8. Angela Merkel, tradizionalmente attenta alla base del suo potere nel Paese, è sempre stata coerente con il suo celebre slogan, “se fallisce l’euro, fallisce l’Europa”. Essendosi vincolato all’euro in nome di alti obiettivi morali, il suo governo deve oggi patire la dolorosa e umiliante esperienza di essere osservato e valutato nelle sue possibilità di concessione nell’ambito della dura contrattazione internazionale che caratterizza la vita quotidiana europea sotto l’Unione monetaria. Di recente, il nuovo governo greco, ben più esperto in teoria dei giochi dei suoi remissivi predecessori, avendo firmato un accordo di “riforma” in cambio di una promessa di denaro contante, ha tenuto gli occhi puntati sul ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, mentre questi cercava di convincere il suo partito alla ratifica in Parlamento. Un giorno prima del voto, il suo collega greco dichiarò l’accordo privo di sostanza, aggiungendo che si sarebbe dovuti arrivare proprio alla cancellazione del debito greco, cosa che Schäuble aveva appena dichiarato al Bundestag essere fuori discussione. Il ministro greco dovrebbe essersi accorto che il suo collega tedesco ha continuato a spendere un significativo capitale politico per fare approvare quell’accordo9.

Non è che il governo tedesco – agendo come comitato esecutivo dell’industria d’esportazione, degli imprenditori e dei lavoratori tedeschi insieme – non sia sempre stato disposto a sacrifici per la sopravvivenza dell’euro. Il problema è che il “consenso permissivo” dei tedeschi a favore dell’integrazione europea si è dissipato man mano che l’integrazione è penetrata più in profondità nella struttura economico-politica nazionale. Improvvisamente c’è “euroscetticismo” in Germania, cioè dove era meno probabile trovarne finora.

Un nuovo partito, la AfD (“Alternative für Deutschland), minaccia di erodere la destra dello spettro politico della Cdu. Per limitare i danni, i partiti del centro, compreso la Spd, dovranno fare molta attenzione a qualsiasi concessione europea sarà un domani loro richiesta dagli altri Paesi. Finora, i versamenti di denaro nell’ambito dell’Unione europea e dell’Unione monetaria europea sono stati nascosti nei fondi sociali o regionali per l’Europa. Ma le somme che l’Unione monetaria richiederà, non tanto per il “salvataggio” della Grecia, quanto soprattutto come prassi corrente in conseguenza di quest’ultimo, saranno troppo grandi per essere mimetizzate nei soliti modi. Parecchie cause di fronte alla Corte costituzionale hanno contribuito a politicizzare l'”Europa” e ad allarmare il pubblico tedesco. Per un po’ è sembrato che il governo Merkel guardasse con silenziosa approvazione ai tentativi della Bce di scavalcare con una serie di fantasiosi espedienti la proibizione sancita dai trattati di fornire direttamente credito agli Stati membri. Mentre la Bundesbank se ne lamentava, il governo rimaneva significativamente in silenzio. Ma se i conflitti distributivi fra Stati membri dell’Unione monetaria europea diventassero cronici, i costi dell’Unione monetaria per la Germania, politicamente ed economicamente, potrebbero salire a un punto tale da non poter più essere né nascosti né giustificati di fronte a un pubblico che sta sempre più patendo a seguito del consolidamento fiscale.

Conclusioni

Nonostante la sacralizzazione della moneta unica, l’economia tedesca potrebbe trovare il modo di fare a meno dell’euro. Restituire qualche tipo di sovranità monetaria ai Paesi dell’Europa, permettere ai Paesi meridionali (e a quelli sud-orientali in attesa di entrare) un po’ più di respiro, potrebbe far meglio alla ripresa economica che non la moneta unica. I dubbi sulla sostenibilità del regime monetario unico-valido-per-tutti stanno cominciando a crescere, anche in Germania. Dopotutto, se è valida la convinzione tedesca che in certe circostanze la salute economica di un Paese sia meglio garantita dall’austerità, va detto che in pratica l’austerità ha operato i suoi effetti solo se accompagnata dalla svalutazione della moneta nazionale10. Oggi l’Unione monetaria europea è tenuta insieme quasi interamente dalla paura e dall’incertezza di quello che potrebbe succedere se essa andasse in pezzi. Ben presto ciò potrebbe non essere più sufficiente per giustificare agli elettori tedeschi i contributi loro richiesti per mantenere in vita l’Unione.

A fronte dell’insorgere di un nazionalismo populista, le élite politiche tedesche potrebbero trovare consigliabile abbandonare la loro identificazione ideologica dell’euro con l'”Europa” e dare ascolto al crescente numero di economisti che, anche in Germania11, stanno cominciando a pensare a un regime monetario europeo alternativo, più flessibile, meno unitario. Magari questa potrebbe non essere la soluzione ideale, però bisogna ricordare che le soluzioni ideali non sono normalmente disponibili all’interno di un’economia capitalista, con le sue molteplici contraddizioni interne. Le esportazioni tedesche potrebbero soffrire per un po’, ma i contribuenti tedeschi potrebbero trarne beneficio, e con loro la reputazione tedesca fra i Paesi vicini. Ricordando la rapida inversione di Angela Merkel sull’energia nucleare, non si può escludere in assoluto che essa a un certo punto decida di rimanere nella storia come la liberatrice dell’Europa da una moneta comune rivelatasi un incubo comune.

Vedi F.W. Scharpf, Monetary Union, Fiscal Crisis and the Pre-Emption of Democracy, "Zeitschrift für Staats- und Europawissenschaaften", IX (2011), n. 2, pp. 163-198.

Su quanto segue vedi, per esempio, K. Armingeon e L. Baccaro, Political Economy of the Sovereign Debt Crisis: The Limits of Internal Devaluation, "Industrial Law Journal", XLI (2012), n. 3, pp. 254-275; C.B. Blankart, Oil and Vinegar: A Positive Fiscal Theory of the Euro Crisis, "Kyklos", LXVI (2013), n. 3, pp. 497-528; P. Hall, The Economics and Politics of the Euro Crisis, "German Politics", XXI (2012), n. 4, pp. 355-371; B. Hancké, Unions, Central Banks, and Emu. Labor Market Institutions Integration in Europa, Oxford, Oxford University Press, 2013; M. Höpner e A. Schäfer, A New Phase of European Integration: Organized Capitalism in Post-Ricardian Europe, "West European Politics", XXXIII (2010), pp. 344-368.

Erst sparen, dann kaufen -- prima risparmiare, poi comperare -- è un sunto efficace, anche se un po' esagerato, dei comportamenti economici tradizionali tedeschi, incoraggiati dalle istituzioni economico-politiche tedesche. Vedi D. Mertens, Privatverschuldung in Deutschland: Institutionalistische und vergleichende Perspektiven auf die Finanzialisierung private Haushalte, Tesi di dottorato, Köln, Max-Planck-Institut für Gesellschaftsforschung und Wirtschafts- und sozialwissenschaftliche Fakultät der Universität Köln, 2014.

L'attuale programma di quantitative easing della Bce, ufficialmente mirato ad alzare il tasso d'inflazione al 2%, può essere visto come parte di una strategia di indebolimento dell'euro, nell'interesse degli Stati membri mediterranei. E in realtà il suo primo effetto è un rapido calo del valore esterno dell'euro. Va ricordato che, da primo ministro, Enrico Letta, fu udito parlare in una situazione informale, del "maledetto euro", troppo alto per la ripresa economica italiana. Il problema è che una svalutazione dell'euro va a vantaggio soprattutto di un Paese orientato all'export come la Germania e non riesce a migliorare la posizione dei membri più deboli dell'Unione monetaria in rapporto ai più forti. Inoltre, a lungo termine può scatenare una battaglia di svalutazioni competitive a livello globale. E se gli esportatori tedeschi non potranno lamentarsi dell'ulteriore aumento della loro competitività, i risparmiatori tedeschi dovranno convivere a lungo con tassi di interesse negativi.

Come viene acutamente esposto in T. Piketty, Il capitale nel XXI secolo, trad. it. Milano, Bompiani, 2014.

Vedi W. Streeck e L. Elsässer, Monetary Disunion: The Domestic Politics of Euroland, MPIfG Discussion Paper,14-17, Köln, Max Planck Institut.

Stime approssimative, basate sull'esperienza nazionale di Italia e Germania, indicano che i trasferimenti necessari dentro l'Unione monetaria solo per impedire che i divari di reddito si approfondiscano tropp eccedono la capacità di pagare di Germania, Francia e Olanda insieme. Vedi Streeck e Elsässer, Monetary Disunion, cit.

Forse è la continuazione di un'abitudine sviluppata dai tedeschi nel dopoguerra, quella di confondere la loro identità collettiva con la loro moneta, qualcosa che a suo tempo Jürgen Habermas definì ironicamente come D-Mark-Patriotismus ("patriottismo del marco").

Il comportamento incostante del governo Tsipras potrebbe essere in realtà un tentativo ben calcolato di mettere alla prova l'impegno tedesco nell'Unione monetaria. Nell'arco di poche settimane, infatti, i ministri greci hanno collegato lo sgravio del debito alle minacciando di confiscare le proprietà tedesche in Grecia; hanno ricordato pubblicamente a Schäuble il suo coinvolgimento nello scandalo finanziario della Cdu sotto Kohl, parlando di "corruzione"; hanno minacciato di inviare in Germania profughi entrati in Grecia, e fra questi un numero imprecisato di jihadisti; e così via. Il tutto accompagnato dalla previsione fatta pubblicamente dal ministro delle Finanze greco che "qualunque cosa dicano i tedeschi, alla fine pagheranno" (intervista a "La Tribune", 20.1.2015). Il risultato è che per il governo Merkel è diventato politicamente molto difficile garantire aiuto finanziario alla Grecia. Dovrebbe essere attentamente valutato, e non solo in Grecia, quanto malcontento interno Merkel sarà disposta a sopportare per l'euro.

Vedi M. Blyth, Austerity: The History of a Dangerous Idea, Oxford, Oxford University Press, 2013.

Di particolare interesse, in proposito, un libro recente scritto da Heiner Flassbeck, segretario di Stato al ministero delle Finanze tedesco sotto Oskar Lafontaine, e Costas Lapavitsas, economista e figura di spicco dell'ala anti-euro di Syriza: Against the Troika. Crisis and Austerity in the Eurozone, London-Brooklyn, N.Y., Verso, 2015.

Published 21 September 2015
Original in English
Translated by Rinaldo Falcioni
First published by Il Mulino 4/2015

Contributed by Il Mulino © Wolfgang Streeck / Rinaldo Falcioni / Il Mulino / Eurozine

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