Dalla parte giusta della storia

Ai turisti costa diciassette euro attraversare con un battello di linea le poche miglia che separano Bodrum da Kos – la più vicina alla costa turca fra le isole del Dodecaneso –, e mille ne chiedono i traghettatori a chi fugga dalle guerre in Medioriente. Potrebbe iniziare così, nella concretezza feroce del denaro, un appello alla compassione per gli uomini, le donne e i bambini che premono ai confini d’Europa. Non piace, la parola “compassione”? Sembra paternalistica, oltre che desueta? Suona meglio la parola “solidarietà”, ancora più desueta?

Dividi, sobilla et impera! […] Sobilla et impera! Perché è pieno di buio e crudeltà, il mondo, di pregiudizi e di superstizioni! 1

Dopo Aylan

Il 2 settembre 2015, su una spiaggia a venti chilometri da Bodrum giace bocconi il corpo di Aylan Kurdi. Con il fratellino Galip – di cinque anni, due più di lui – e con la madre Rehan e il padre Abdullah, la notte precedente Aylan è salito su una barca di pochi metri. Fuggiti dalla Siria, i Kurdi hanno comprato la speranza pagandola quattromila euro, ma a metà traversata un’onda li ha sbalzati in mare. Dopo aver cercato invano di salvare i suoi figli, solo Abdullah è sopravvissuto. La corrente ha poi risospinto Aylan indietro, di nuovo sulla costa turca. Lì la mattina lo vede e lo fotografa Nilüfer Demir, con il viso contro l’acqua della battigia, rivolto verso l’Europa. La giornalista riprende anche il gesto protettivo e impacciato di un militare che raccoglie il piccolo corpo, quasi voglia portarlo al sicuro, lontano dalla curiosità dei turisti accorsi sulla spiaggia.

Le due immagini commuovono il mondo. Sembra che ora – meno di un anno fa – all’esodo da oriente gli europei possano guardare con compassione, se non proprio con solidarietà. In ogni caso, non più come a un’invasione minacciosa. Nei mesi che seguono, molti altri bambini muoiono nello stesso braccio di mare. Alla fine di aprile 2016 si calcola siano già 400. Nessuno però se ne commuove. Non fanno notizia, sono quotidianità. Anche del piccolo Aylan, con il suo viso affondato nella battigia, non resta che un ricordo sbiadito. Nei casi migliori è occasione di dediche e discorsi. Così avviene il 14 marzo ad Adrano, in Puglia, dove Angelino Alfano inaugura un asilo a lui intitolato. La foto di “Aylan restituito dal mare sulla spiaggia della Turchia – assicura il ministro – ha messo l’Europa dalla parte giusta della storia” 2. Quale sia questa parte, e se sia o non sia quella giusta, ognuno giudichi considerando i muri che oggi la chiudono, la nostra Europa impaurita, e le terribili meschinità che la attraversano. Basti qui considerare pochi fatti di cronaca, a sostegno della nostra memoria incerta.

“Il treno speciale dei profughi arriva al binario 3 ogni sera”, si legge a fine gennaio 2016, in un resoconto dalla stazione di Jesenice, in Slovenia 3.

L’orario non è molto preciso. “Dipende da quanti sono e da quanto ci mettono a caricarli tutti”, dice il capostazione. “Ma lo riconoscerete senza dubbio. Perché lo fanno fermare sempre un po’ oltre, in modo da non dare fastidio ai passeggeri degli altri treni. E poi vedrete arrivare i poliziotti. Vengono apposta per loro”.

Verso le sei di sera, dieci minuti dopo l’arrivo della polizia – riferisce Niccolò Zancan su “La Stampa” –, lo si vede spuntare dall’ultima curva prima del confine austriaco.

Sta viaggiando da quattro ore. Tutte le luci sono spente, tranne quella del locomotore. Sembra vuoto. Invece è pieno di migranti. E adesso, abbassano i finestrini nel gelo. “Amico, hanno chiuso le porte. Tutte chiuse. Non possiamo scendere. Siamo bloccati. Dove siamo? Quanto manca all’Austria? Ci fanno passare?”.

Da qualche parte arriveranno, i passeggeri di questi treni “piombati” e strettamente sorvegliati. Non serve che si dica loro dove, né che sappiano che cosa li attende. Serve solo che non diano fastidio. Rinchiusi, non si spargeranno per la stazione. Al buio, nessuno li noterà.

Ancora a gennaio, le cronache riferiscono la decisione presa a maggioranza – 16 contro 15 – dal consiglio municipale di Randers, nello Jutland centrale: alle mense delle scuole e degli asili è fatto obbligo di mettere in tavola carne di maiale. “Vogliamo che i bambini nati in Danimarca possano nutrirsi del nostro piatto nazionale anche in futuro, preservando così l’identità del cibo danese” 4, spiega il leader locale del Dansk Folkeparti, il Partito del popolo danese che è stato decisivo nella votazione. Viene da lontano, la frikadellekrigen, la tragicomica guerra delle polpette. Secondo “Russia Today” inizia nel 2013, quando il primo ministro Helle Thorning-Schmidt critica gli asili che non servono più carne di maiale, rifiutata dai bambini musulmani. “The islamist only need to go back home they should be deported for get of rid all the problems”, commenta un lettore 5: dovrebbero essere deportati, questi islamisti

Sempre a gennaio, e ancora dalla civile Danimarca, arriva una notizia crudele e paradossale 6. Con l’appoggio del Partito del popolo danese, ma anche dei socialdemocratici, il governo di minoranza liberale approva la confisca ai rifugiati dei beni che eccedano le 10.000 corone (1.340 euro), esclusi gli oggetti di valore affettivo “speciale” (in precedenza si è ipotizzato un limite di 3.000 corone). Secondo la Commissione europea, se “proporzionata e necessaria”, la misura è compatibile con le norme internazionali. Gli stessi criteri, necessità e proporzionalità, immaginiamo valgano per le decisioni analoghe dei Länder della Baviera e del Baden-Württemberg (nel primo i rifugiati non possono tenersi più di 750 euro, non più di 350 nel secondo) 7, e anche della Confederazione elvetica (i rifugiati devono contribuire alle spese di accoglienza con 1.000 franchi, circa 930 euro, e sono obbligati a consegnare i loro beni in frontiera) 8.

Sono così pochi, gli euro sottratti ai profughi, che non incidono in misura significativa sull’onere assunto dai vari Stati per accoglierli. Nella loro inutile crudeltà, dunque, non sono necessari. Quanto alla proporzionalità, siamo al paradosso. A che cosa si potrà considerare proporzionato togliere a persone in fuga dalla guerra i soli beni loro rimasti? E quanto potrà essergli rimasto? Prova a rispondere Alessandro Dal Lago9:

Tenendo conto che il reddito pro capite in Siria non arriva a 2.000 dollari (nel 2007, prima della guerra), meno di un ventesimo di quello tedesco o austriaco, è difficile immaginare più di un migliaio o due, cucito nelle fodere, ma solo se stiamo parlando di professionisti o commercianti. Il resto, se ce l’avevano, se ne sarà andato, sicuramente, a ungere miliziani e doganieri, non solo in Turchia, e a comprarsi da mangiare. E poi, ci saranno anche qualche gioiello di famiglia, un orologio, un cellulare e magari un tablet.

Oltre che non necessario e non proporzionato, è ben poco quello che gli si può prendere. Perché glielo si prende, allora? Ancora Dal Lago:

I danesi, che hanno introdotto il sequestro d’ingresso, lo hanno detto chiaramente. Sappiamo che è una misura priva di qualsiasi significato economico, ma così li scoraggiamo.

Non è solo dissuasiva, la ratio del provvedimento, ma anche politica in senso stretto, finalizzata al consenso interno: dare agli elettori l’impressione univoca e forte che i profughi non peseranno sulle loro tasche, che non sarà loro consentito approfittarsi della generosità danese, bavarese, svizzera… A fondamento e legittimazione dell’atto di esproprio c’è poi (la parvenza di) un principio etico-politico: è giusto pretendere da chi ci chieda aiuto che lui per primo contribuisca alle “spese”. A questo proposito, sul Facebook italiano qualcuno arriva a evocare il precedente del Manifesto del partito comunista, là dove prevede la confisca dei beni “di tutti gli emigrati [Emigranten] e ribelli”. Poco conta che Karl Marx e Friedrich Engels pensassero ai controrivoluzionari in fuga dai Paesi in cui i comunisti avrebbero applicato i primi interventi “dispotici nel diritto di proprietà e nei rapporti borghesi di produzione” 10. Quando si ha da fermare un’invasione, non c’è esegesi raffinata che valga.

E così ha fatto l’Europa con la Turchia. La nostra “ipocrisia di fondo” – come la chiama Alberto Negri su “Il Sole – 24 Ore” – non si è smarrita in esegesi raffinate sulla natura inquietante del potere di Recep Tayyip Erdogan, e ha pagato il leader turco 3 miliardi di euro, aumentabili fino al doppio, “per tenersi 2,5 milioni di profughi e stare fuori dall’Unione, dove per altro non è neppure tanto interessato a entrare” 11. Ora – scrive Jean Quatremer su “Libération” 12 – chi sbarca sulle isole della Grecia può essere rispedito manu militari verso le coste turche. Dunque, almeno in pratica, l’accordo “met fin au droit d’asile en Europe”, mette fine al diritto d’asilo in Europa.

Intanto, in molti Paesi della Ue si incriminano e si puniscono i volontari che prestano aiuto ai rifugiati. Così è accaduto in Danimarca a Lisbeth Zornig 13, processata l’11 marzo 2016 con l’accusa di traffico di esseri umani – aveva dato un passaggio in auto a una famiglia siriana – e condannata a pagare 22.500 corone. E così accade dal settembre 2015 anche in Norvegia 14, in Grecia, in Spagna, in Francia 15 (in spregio del diritto del mare e della sua etica, così accadeva non molti anni fa in Italia a chi accogliesse a bordo i migranti in balia delle onde nel Canale di Sicilia) 16. A Boulogne-sur-Mer, il 14 gennaio 2016 Rob Lawrie, un militare inglese in congedo, viene processato per aver tentato di portare in Gran Bretagna una bambina afghana di 4 anni per riunirla ai suoi parenti. Bahar Ahmadi, questo è il nome della bambina, era con il padre in un campo di raccolta di Calais, noto come “Giungla”. “It was a cold night. She had fallen asleep on my knee. I could not leave her there in a tent”, si giustifica Lawrie davanti al giudice: era una notte fredda, s’era addormentata sulle mie ginocchia, non potevo lasciarla là in una tenda… Forse per questo se la cava con una multa di 1.000 euro, evitando una possibile condanna fino a cinque anni 17.

Dopo Aylan, è questa la parte giusta della Storia, per dirla con il ministro Angelino Alfano?

Strategie di indifferenza

“[…] zur Ultima Ratio gehört der Einsatz von Waffengewalt”, all’ultima ratio appartiene l’impiego delle armi, assicura Frauke Petry al suo intervistatore il 30 gennaio 2016 18. In Germania non c’è una legge che ordini di sparare sui profughi alle frontiere, spiega la portavoce di Alternative für Deutschland (AfD). Né io lo voglio, aggiunge. D’altra parte, c’è pur sempre un’ultima ratio che rimedia al “vuoto legislativo”. Con argomenti come questo il 13 marzo 2016 la sua Alternativa per la Germania continua a mietere successi elettorali e oggi sembra poter insidiare il potere di Angela Merkel. Con argomenti simili, ancora, la destra xenofoba raccoglie consenso in tutta Europa, certo non escluse la Francia di Marie Le Pen e l’Italia di Matteo Salvini. A farcene stupire non è il cinismo di questi e di quella. Così è, per sua natura, la retorica della politica demagogica. A farcene stupire – oltre all’acquiescenza di partiti che, per ragioni ideali e storiche, dovrebbero opporsi alla xenofobia – è l’entusiasmo montante degli elettori.

A proposito di questo entusiasmo, conviene avere il coraggio intellettuale d’essere ingenui, giusto per tentar di capire. Dato il loro flusso, che sembra inarrestabile, si comprende che nell’immaginario diffuso l’accoglienza dei profughi appaia non solo difficile, ma addirittura impossibile, che corrisponda o non corrisponda alla realtà. E però, come è potuto accadere che gli europei non ne sentano nemmeno più il dolore? E perché, invece, incrudeliscono, o lasciano che la politica incrudelisca? Detto altrimenti, perché non c’è alcun “effetto Aylan”? Perché le sofferenze testimoniate dalle notizie e dalle immagini che passano in tivù o riempiono la rete non ci muovono più a compassione, e ancora meno a solidarietà?

Un indizio di risposta sta in una frase pronunciata a fine febbraio 2016 da Alexander Gauland, vice della Petry – “Wir können uns nicht von Kinderaugen erpressen lassen” 19, non possiamo farci ricattare dagli occhi del bambini –, poi ripresa dalla stessa Petry. Mostrare occhi di piccoli profughi impauriti, sostiene la portavoce di AfD, può impedire “una discussione aperta e critica sulle politiche migratorie” 20. Le immagini della sofferenza non ci consentono di analizzare, valutare, decidere. Serriamo i nostri, di occhi, rinneghiamo le ragioni “espresse” dai loro corpi, e la discussione sarà aperta. Solo eliminando dalla scena pubblica, e dal dibattito politico, il dolore di milioni di esseri umani, potremo occuparcene criticamente. Insomma, comportiamoci da spettatori freddi che sanno guardare le lacrime dei bambini senza lasciarsene fuorviare.

Solo spettatori, dunque, niente più che spettatori privi di emozioni. Ma si può essere spettatori e non averne, di emozioni? Si può guardare e non vedere? Gli spettatori improbabili della Petry, e dei tanti altri demagoghi xenofobi, somigliano ai testimoni descritti da Stanley Cohen in Stati di negazione: privi di tensione morale e vuoti di riferimenti a una verità da riprodurre e da “testimoniare” 21. Non possiamo che immaginarceli così, gli uni e gli altri: impegnati a trovar motivi per chiudere gli occhi.

Un modo per guardare e non vedere è cedere alla sfiducia nei confronti delle immagini e delle notizie che giungano attraverso quella che Luc Boltanski chiama “situazione mediatica” 22. Tra lo spettatore e la sofferenza documentata da televisioni e giornali – e anche tra lo spettatore e l’autore del documento, cronista o fotografo che sia – c’è una distanza che volentieri viene tradotta in incertezza e sospetto circa i criteri con cui valutare quella sofferenza 23. D’altra parte, come osserva invece Zygmunt Bauman 24, la qualità delle informazioni – fotografie o filmati, “pezzi di “realtà” congelati e preservati” nella perfezione digitale –, questa qualità, dunque, è oggi tale che, se lo si volesse, basterebbe a contrastare i motivi della sfiducia e ridurre il sospetto. In questo senso, le vediamo con i nostri occhi, le sofferenze patite dagli esseri umani che premono ai confini del nostro mondo, o già dentro il nostro mondo, magari in un treno con le porte serrate, o in un campo di raccolta che si merita il nome di “Giungla”. Per quanto si ami credere che accadano lontane da noi, nelle immagini ci si fanno vicine.

In ogni caso, che abbia visto o udito direttamente, con i suoi occhi e orecchi, o che lo abbia fatto con la mediazione di testi e immagini 25, questo spettatore/testimone resta inattivo. Varie sono le gradazioni della sua immobilità umana e politica. Con Bauman, le possiamo riportare a due formule generali: non sapevo, non potevo farci niente 26. Che si tratti della strategia dell’ignoranza, la prima, o dell’impotenza soggettiva, la seconda, in ogni caso lo spettatore finisce per considerare normale il proprio silenzio interiore sulla questione di una sua personale responsabilità. Il suo occhio pretende d’essere e di restare innocente, e il suo cuore indifferente.

Quanto alla prima formula – non sapevo –, il flusso di notizie circa la realtà da cui i profughi fuggono è stato ed è tale, che il non sapere non può valere come giustificazione. Al contrario, quest’ignoranza ipotetica sarebbe un’aggravante. D’altra parte, se anche si insistesse in questa strategia, provvederebbe il realismo crudele delle immagini a rammentarci quel che cerchiamo di dimenticare. Allora capita che la si abbandoni, questa specifica strategia di indifferenza, e la si sostituisca con quella dell’impotenza soggettiva: non potevo e non posso farci niente, comunque non più di quanto già ho fatto. A questo fine, per paradosso, un aiuto viene dalla sovrabbondanza di informazioni.

Sovraccarico di orrore visivo, tentato dai carnevali della pietà 27 che di tempo in tempo trasformano lo spettacolo del dolore in una festa di compassione pubblica e di ipocrisia – così è accaduto attorno alla foto di Aylan Kurdi –, e forse annoiato dall’insistere di tutto ciò, lo spettatore “a occhi chiusi” si convince che si tratti di eventi troppo grandi, troppo complessi per provare a contrastarli. Alla fine – così dice a se stesso –, come posso io rimediare a catastrofi e crudeltà che traggono origine da cospirazioni di portata mondiale, da interessi economici globali, da politiche di potenza planetarie, se non anche da responsabilità e colpe di coloro stessi che le soffrono? 28

Quello che “appare in tivù”, dunque, può essere trasformato in un disastro autoinflitto 29, che si è abbattuto su popolazioni lontane da noi anche nel senso di molto meno civili, o proprio “barbare, ignoranti, prepotenti, fanatiche e sanguinarie” 30. A questo, in particolare, è lecito sospettare sia incline la strategia dell’impotenza soggettiva dello spettatore. Per quanto si dia da fare, o immagini di darsi da fare, per quanto manifesti compassione e solidarietà, magari partecipando a uno dei tanti carnevali della pietà, i sofferenti insistono a restare sofferenti. Dunque, e con ogni evidenza, portano essi stessi l’ultima responsabilità della propria condizione. Per loro fortuna, prosegue l’ipotetico spettatore/testimone, esistono persone di buon cuore come me, anzi come noi, pronte a tentare di salvarli dalla loro ignoranza, dalla loro pigrizia, dalla loro imprevidenza. Più di così non ci si può chiedere, prosegue, né saremmo in grado di fare. In ogni caso, paghino anche loro le spese del loro soccorso, solo che gli sia rimasto nelle tasche, nelle valigie o nei sacchi qualcosa più di 1.340 euro, o 750, o 350… Per il resto, manteniamoci aperti e critici, senza lasciarci ricattare dagli occhi dei bambini.

Le parole e la peste

Incrudeliamo, o lasciamo che la politica incrudelisca, chiudendo gli occhi e rifugiandoci nell’indifferenza. Ma far tacere le emozioni non è facile. Non è facile resistere al moto spontaneo verso l’altro che il suo dolore fa nascere in noi. Lo si chiami compassione, con un termine insieme forte e ambiguo – chi compatisce può presumere una propria superiorità rispetto al compatito –, o simpatia nel senso di Adam Smith – rappresentazione a noi stessi di “quel che sarebbe propriamente nostro, se noi fossimo al suo posto” 31 –, o anche identificazione di destini nel senso di Albert Camus e della sua révolte 32, comunque lo si chiami, dunque, occorre interrogarsi su che cosa riesca a inibirlo, questo moto umano, molto umano.

La domanda è tanto decisiva, che in un passaggio cruciale di Mein Kampf 33 se la pone anche Adolf Hitler, non sospettabile di attenzione eccessiva all'”altro” e alla sua sofferenza.

[…] si possono [kann man] estirpare le idee con la spada? Si possono [Kann man] combattere delle “visioni del mondo” con l’uso della violenza brutale?

Kann man? Hitler non usa dürfen, potere in senso morale. Usa können, essere in grado, riuscire. In italiano le sue parole dovrebbero suonare: Si è in grado di combattere le idee con la spada? Si riesce a estirparle con la violenza? Si tratta di domande strettamente tecniche, e la risposta lo è anche di più.

Rappresentazioni e idee così come movimenti […] possono [können] essere distrutti […] con strumenti di forza e di potere di tipo tecnico solamente nel caso che queste armi materiali siano in pari tempo esse stesse portatrici di un nuovo pensiero entusiasmante, di una nuova idea o visione del mondo.

La forza materiale, dunque, riesce a spezzare movimenti e idee, e a incrudelire su esseri umani, solo se porta con sé un sistema di pensiero che la giustifichi. L’uso della violenza, infatti, di per sé non può

condurre all’annientamento [Vernichtung] di un’idea e della sua diffusione, se non nella forma di un totale sterminio persino dell’ultimo esponente e della distruzione dell’ultima memoria.

Questa necessaria radicalità, tuttavia, minaccia di capovolgersi in un vantaggio per gli avversari, dal momento che,

secondo l’esperienza, […] ogni persecuzione che avviene senza un presupposto spirituale, appare come moralmente non giustificata e dunque fomenta gli elementi di maggior valore di un popolo alla protesta, la quale ha come effetto un’appropriazione del contenuto ideale del movimento ingiustamente perseguitato.

A rendere antieconomica una tale tecnica d’annientamento priva di pensiero – ecco l’intuizione di Hitler – è la reazione di chi eserciti le violenze (e dei loro spettatori, aggiungiamo). Il rischio è che alcuni tra essi arrivino a scorgere l’altro che hanno di fronte, trovando occhi per le sue sofferenze e orecchi per i suoi lamenti. Questo produrrebbe in loro una “appropriazione del contenuto ideale” della sua visione del mondo: una compenetrazione nella sua situazione, un’assunzione del suo dolore, una condivisione della sua richiesta di giustizia. Insomma, per compassione o per simpatia o per immedesimazione di destini, sarebbero spinti a riconoscere la sua dignità di uomo tra uomini. Non c’è che una via d’uscita da questa situazione antieconomica, sconveniente: rinsaldare la spada con una adeguata motivazione ideale, con un “pensiero” che impedisca allo spettacolo del dolore di indurre nei carnefici (e negli spettatori) un moto spontaneo verso le loro vittime. L’effetto di questa terapia ideologico-politica è la sostituzione d’ogni spinta possibile, e probabile, alla solidarietà con il più certo dei sentimenti politici o, per dirla ancora con Hitler, con “l’unica emozione che non vacilla”, l’odio 34.

Quello che in Mein Kampf viene argomentato in modo tanto diretto e crudo non si applica solo al fanatismo persecutorio che il Führer teorizza e prepara. In versioni più moderate – più moderate nel linguaggio, non sempre negli effetti –, ha accompagnato, giustificato e reso praticabili le politiche crudeli dei differenzialismi, degli etnismi, dei razzismi che negli ultimi decenni hanno percorso l’Europa, e in particolare l’Italia 35.

A partire dagli anni Novanta del secolo scorso 36, caduto il fantasma del Grande Nemico sovietico – nel cui specchio per quasi mezzo secolo abbiamo trovato la conferma paradossale della nostra identità di “occidentali” –, un nuovo fantasma lo ha sostituito 37. Di fronte a noi, e in mezzo a noi, abbiamo immaginato – cioè, siamo stati indotti a immaginare da una delle due narrazioni ideologiche vincenti, l’altra essendo il neoliberismo –, di fronte e in mezzo a noi, dunque, abbiamo immaginato un brulicare di nemici non dichiarati e subdoli, di insetti velenosi inafferrabili e incontrollabili. Si trattava (e si tratta) degli uomini e delle donne che venivano (e vengono) dalla povertà dell’Est europeo, dalla miseria del Sud maghrebino e africano, dalla disperazione del Medioriente, narrati come invasori e stupratori di confini.

Certi d’essere di fronte al riemergere transitorio di pulsioni arcaiche e prepolitiche, se non addirittura folcloristiche, e in ogni caso secondarie nello scenario complessivo, molti analisti – almeno in Italia – ne hanno sottovalutato il veleno. Il loro ottimismo ha ripetuto quello del Don Ferrante manzoniano 38. Non essendo né “accidente” né “sostanza”, in rerum natura la peste non esiste, sentenzia serafico quell’intellettuale da ipse dixit, salvo poi morirne. E mentre i Don Ferrante del pensiero politico si illudevano che gli elettori fossero decisori razionali, pronti a bilanciare e confrontare valori, e soprattutto interessi, ben altri “intellettuali” erano intenti a costruirci parole e senso comune, sulla trista emozione della paura e dell’odio. E quelle parole e quel senso comune esibivano con successo crescente sul mercato della politica.

Nel marketing elettorale, appunto, l’insecurizzazione è parte essenziale delle strategie commerciali più efficaci. La funzione della politica è la riduzione della paura, e il suo aumento dovrebbe portare a una diminuzione di consenso. E però in questi nostri anni tale logica è stata capovolta. Così suggerisce Bauman 39, e così appare a chi osservi il contesto italiano.

Ben sapendo che non la domanda crea l’offerta, ma l’offerta crea la domanda, gli imprenditori politici nazionali più “accorti” innalzano ad arte la percezione sociale dell’insicurezza per indurre negli elettori/consumatori una domanda di ordine che, a gran voce, affermano d’essere in grado di soddisfare meglio degli altri, e contro gli altri. E così incrementano il proprio fatturato. Quando poi raggiungono posizioni di governo – ecco il “secondo tempo” del capovolgimento della logica del consenso –, trovano economico continuare a diffondere paura e odio, imputando la responsabilità dell’insicurezza ai loro concorrenti, descritti come conniventi con i migranti invasori.

La politica che si affida a questa strategia di marketing sposta ogni grande questione sociale dal piano dell’esperienza concreta a quello della proiezione fantasmatica di colpa sugli “altri” e sui nemici e traditori interni. In tal modo, la sua pratica tende a sottrarsi a qualunque prova di realtà, e dunque al rischio di perdere voti. È questo il valore di mercato della colpevolizzazione sistematica del migrante (o del rom), della riduzione e della svalorizzazione della sua umanità. Ed è questo il valore di mercato del “sistema di pensiero” – del nuovo pensiero entusiasmante, direbbe Hitler – inoculato nel nostro immaginario dagli imprenditori della paura e dell’odio.

Ripetute per una trentina d’anni, e sottovalutate dai Don Ferrante, le parole del populismo etnistico e razzistico – o differenzialistico, come ama definirsi – sono diventate discorso corrente e quotidiano, conquistandosi un’egemonia di linguaggio e pensiero che ne ha fatto una sorta di ovvio sociale. Soprattutto, vista la loro efficacia nel marketing elettorale, quell’ovvio è stato fatto proprio dagli altri partiti contigui, di destra e centrodestra. E poi è stato subito dai partiti di centrosinistra. Spinti da quel che loro resta di antiche ragioni ideali, certo quei partiti non ne hanno fatto strumento di consenso. E però, timorosi di pagare in termini di voto la gran festa della paura e dell’odio, di fatto si sono guardati dal prendere sulla questione una posizione critica forte, immaginando che programmi e interessi sarebbero bastati a vincere la concorrenza degli avversari sul mercato politico. In tal modo, rinunciando “per prudenza” a sostenere e diffondere un diverso sistema di pensiero, hanno lasciato campo libero al veleno sociale delle loro parole e del loro discorso.

Al pari della realtà irriducibile e testarda della peste che si incarica di confutare i patetici sillogismi del Don Ferrante letterario, oggi quelle parole e quel discorso, trasformati in visione del mondo, si prendono con arroganza il centro della scena politica, in Italia come in Europa.

Quello che siamo diventati

Torniamo alla nostra ingenuità metodologica, e alle sue domande. Come può accadere che gli europei non vedano e non sentano il dolore degli esseri umani che premono ai loro confini? E perché invece incrudeliscono, o comunque, rimanendo in silenzio 40, lasciano che la politica incrudelisca? Che cosa consente loro di inibire il moto spontaneo verso l’altro che dovrebbero provare alla vista di tanto dolore? A noi pare che tutto questo, in primo luogo il silenzio, sia il risultato del lungo e incontrastato lavorio nelle nostre coscienze delle parole/peste che nei decenni si sono fatte padrone dei nostri discorsi.

Siamo quello che siamo diventati: ciechi alla compassione, alla simpatia, alla immedesimazione di destini, incapaci di solidarietà. La nostra politica di oggi si nutre della nostra politica di ieri, e la prosegue con coerenza. A pagarne il prezzo non sono però solo i profughi consegnati alla Turchia di Erdogan, né solo quelli ammassati nella Giungla di Calais, o quelli che derubiamo del niente che ancora gli resta. Lo paghiamo anche noi, questo prezzo. Lo paghiamo in senso politico, non solo umano.

I nostri muri più alti non sono quelli materiali con cui ci illudiamo di tagliare un epocale cammino della speranza, ma quelli simbolici che a essi si accompagnano. A che cosa potrebbe servire una recinzione di tre o quattro centinaia di metri attraverso la A22 del Brennero, uno dei tratti meridionali della dorsale E45, che da Karesuvanto in Finlandia scende fino a Gela? A che cosa può servire una rete metallica uguale a quella di Spielfeld fra Austria e Slovenia – come ha dichiarato il ministro della Difesa Hans Peter Doskozil 41 –, e dunque alta meno di 3 metri? A che cosa possono servire i controlli di chi venga da Sud, reintrodotti contro gli accordi di Schengen? Tutto questo può rallentare gli spostamenti dei cittadini europei fra due Stati europei, non certo fermare i profughi. Alla fine, la “messa in scena della sicurezza” voluta dalla Große Koalition di Vienna non serve che a convincere gli elettori austriaci che l’invasione sarà fermata, proprio come la confisca dei miseri beni dei profughi serve al consenso interno dei singoli Paesi.

Sono questi i nostri muri più alti, simbolici e politici. Come vale per ogni muro, il loro senso è esclusione, separazione. Esclusi e separati sono i profughi, da cui ci divide la potenza delle parole prima ancora del filo spinato. La divisione, per dirla con Vasilij Grossman, trae forza dal buio, dalla crudeltà, dai pregiudizi e dalle superstizioni di cui abbiamo riempito il nostro mondo. E però, esclusi e separati ormai sembrano anche gli europei. Anche per loro – fra loro, contro di loro – vale il “dividi, sobilla et impera”. La chiusura verso l’esterno produce e giustifica chiusure interne: non più solo noi europei contro loro siriani, afghani, eritrei…, ma anche noi austriaci contro loro italiani, noi sloveni contro loro croati, noi macedoni contro loro greci, noi britannici contro loro francesi, noi ungheresi contro loro rumeni… L’elenco dei “contro” può essere riletto anche in senso inverso, naturalmente.

Se mai la storia avesse “parti” – come immagina l’ottimismo da inaugurazione del ministro Alfano –, se non fosse invece il luogo dell’arbitrio e del sangue, e se mai ce ne fosse una giusta, di parte, non sarebbe quella che la nostra Europa sta scegliendo.

V. Grossman, Il vecchio maestro, in Id., Il bene sia con voi, Milano, Adelphi, 2014, pp. 28 s.

"Corriere del Mezzogiorno", edizione online, 14.3.2016.

N. Zancan, Al buio e con le porte bloccate. Quel treno spettrale che porta i profughi in Austria, "La Stampa", 30.1.2016.

M. Imarisio, Randers, la città danese dov'è obbligatorio mangiare carne di maiale. Con tanti saluti all'accoglienza, "Corriere della Sera", 22.1.2016.

A. Dal Lago, La doppia pena del migrante, "il manifesto", 22.1.2016 (cfr. anche www.rivistailmulino.it/item/3084).

K. Marx e F. Engels, Manifesto del partito comunista, con testo tedesco a fronte, ed. it. Milano, Rizzoli, 2015, pp. 12-14.

A. Negri, La scommessa curda che scuote Turchia e Siria, "Il Sole -- 24 Ore", 18.3.2016.

J. Quatremer, Migrants: l'accord Turquie-Ue est-il applicable?, "Libération", 20.3.2016.

Sul famoso caso della nave tedesca Cap Anamur, cfr. www.asgi.it/media/comunicati-stampa/cap-anamur-assolto-lintervento-umanitario.

Intervista di T. Mastrobuoni, Germania, la valanga della destra anti-immigrati. Petry: "Chiudiamo ai profughi, l'Europa è in pericolo", http://www.repubblica.it/esteri/2016/03/13/news/germania_intervista_frauke_petry-135361738.

S. Cohen, Stati di negazione, trad. it. Roma, Carocci, 2002, pp. 39 ss., 251 ss., 359 ss.

L. Boltanski, Lo spettacolo del dolore. Morale umanitaria, media e politica, trad. it. Milano, Cortina, 2000, pp. 238 s.

Ibidem, pp. 241 ss., 271 ss.

Z. Bauman, La società sotto assedio, Roma -- Bari, trad. it. Laterza, 2003, pp. 236 s.

Cohen, Stati di negazione, cit., p. 40.

Bauman, La società sotto assedio, cit., pp. 224 s.

Ibidem, p. 234.

Ibidem, p. 239.

Ibidem, p. 235.

Riprendo qui il commento di un lettore a un articolo pubblicato il 1 marzo 2016 da Gad Lerner sul proprio blog (www.gadlerner.it/2016/03/01/hanno-ragione-i-profughi-in-rivolta-contro-uneuropa-capace-solo-di-chiuderli-in-gabbia).

A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, trad. it. Milano, Rizzoli, 2001, p. 82.

Cfr. il mio La libertà negli occhi, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 132-145.

A. Hitler, La mia vita, Milano, Bompiani, 1941, pp. 185-188.

Da un discorso di Hitler pronunciato ad Amburgo nell'ottobre 1926: cfr. I. Kershaw, Hitler e l'enigma del consenso, Roma -- Bari, Laterza, 1997, p. 66.

Cfr. il mio Il silenzio dei persecutori ovvero il Coraggio di Shahrazàd, Bologna, Il Mulino, 2001.

Per l'Italia cfr. il mio La battaglia della Lega, "il Mulino", n. 4/1999.

Cfr. il mio Metamorfosi della paura, Bologna, Il Mulino, 2015-3.

Il riferimento è, ovviamente, al finale del capitolo 37 dei Promessi sposi.

Cfr. Z. Bauman, Voglia di comunità, Roma - Bari, trad. it. Laterza, 2001, pp. 49 ss., e il mio La libertà negli occhi, cit., pp. 125 ss.

Sul silenzio sociale si può leggere, in generale, E. Noelle-Neumann, La spirale del silenzio. Per una teoria dell'opinione pubblica, trad. it. Roma, Meltemi, 2002.

Cfr. l'intervista di K. Knolle a Doskozil del 12 aprile 2016: uk.reuters.com/article/uk-europe-migrants-austria-idUKKCN0X90VM.

Published 13 July 2016
Original in Italian
First published by il Mulino 3/2016

Contributed by il Mulino © Roberto Escobar / il Mulino / Eurozine

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