"Mort aux juifs"

L'antisemitismo in Francia tra false drammatizzazioni e vere preoccupazioni

Nel 2014, 6.658 ebrei francesi hanno fatto la propria aliyah (letteralmente, ascesa) verso Israele. Per la prima volta la Francia si trova in testa alla classifica degli olim (letteralmente “coloro che ascendono”), ben davanti a Ucraina, Russia e Stati Uniti. Più di 30 mila persone hanno partecipato ai vari eventi organizzati dalla Agence Juive per dare informazioni sull’emigrazione in Israele. Anche per quanto riguarda Sar- El, il programma di volontariato civile in Israele riservato alla Diaspora (a partire dai 16 anni), nel 2013 per la prima volta i francesi sono diventati la prima comunità (1.066 contro 967 americani, quando l’anno precedente le cifre rispettive erano state 1.086 e 1.221). Ed è probabilmente la prima volta che in un Paese occidentale 1% della popolazione ebraica decide di trasferirsi in Israele in un solo anno. Oltretutto un numero imprecisato ma sicuramente importante ha scelto di emigrare in Nord America, soprattutto a Montreal.

Grand Synagogue of Paris. Photo: melina1965. Source:Flickr

Dati che riflettono il profondo malessere che vive la principale comunità israelitica in Europa, forte di 500/600 mila unità. Anche se per il momento non ci sono studi scientifici, la principale motivazione addotta sia da chi è già partito, sia da chi pensa seriamente di farlo è che l’antisemitismo è cresciuto e che gli ultimi anni hanno segnato un vero e proprio spartiacque. La recrudescenza registrata dall’inizio del secolo, nel contesto della seconda intifada, non può più essere considerata come un fenomeno puramente congiunturale.

Se il massacro del 9 gennaio all’HyperCasher di Vincennes appare drammatica testimonianza dell’aumento dell’antisemitismo, i dati del ministero dell’Interno e del Spcj (Service de protection de la communauté juive) sono però contemporaneamente ambigui e chiari. Non si registra infatti una recrudescenza recente degli atti di antisemitismo, anzi è abbastanza evidente che rispetto al periodo 2002/2004 c’è stato un calo sensibile. Al contempo, le forme più violente di antisemitismo sembrano essere ormai una costante nella società francese, tanto più quando si faccia riferimento agli attacchi alla persona (sei omicidi nel 2012 e uno nel 2013, oltre a un tentativo di omicidio all’arma bianca nel XI arrondissement di Parigi). Secondo il Spcj, gli ebrei sono stati oggetto di oltre la metà degli atti violenti a carattere razzista commessi in Francia nel 2013 – una proporzione altissima per una minoranza che rappresenta a malapena 1% della popolazione. Il peggioramento della situazione nei primi sette mesi del 2014 è però stato chiaro: gli atti di antisemitismo sono stati 527, contro 276 nello stesso periodo nel 2013, mentre gli atti (violenze, anche sessuali, attentati, incendi e vandalismo) sono cresciuti più rapidamente che le minacce (tra cui primeggia la propaganda “cospirazionista” su Internet, che si è manifestata di nuovo a gennaio 2015). Ma anche la crisi (stagnazione dell’economia e aumento della disoccupazione) sta giocando un ruolo tra gli ebrei francesi. Così come le misure che Israele ha adottato per incoraggiare l’immigrazione d’imprenditori e di personale qualificato: esonero decennale dei redditi percepiti all’estero, riduzioni sulle imposte dirette, facilitazioni fiscali per l’acquisto di un’autovettura e altri benefici (biglietto d’aereo, corsi di ebraico gratuiti per un anno, allocazione per l’alloggio, aiuto nella ricerca del lavoro). La stessa aliyah francese va poi vista nel contesto più ampio dei movimenti migratori internazionali, che nell’epoca di Internet, della caccia ai talenti e del trasporto aereo low cost hanno perso in gran parte la loro natura un tempo definitiva. Ne è del resto testimonianza proprio Israele, dove sono sempre più numerosi i detentori di doppio passaporto e chi, soprattutto tra i più giovani, aspira a lasciare il Paese per i motivi più diversi – tra cui insicurezza dei ceti medi, rifiuto della politica degli insediamenti e paura per il conflitto mediorientale. Quelli che partono all’estero sono chiamati yordim, “coloro che scendono”, e verso di loro si sono scagliati negli anni i dirigenti israeliani, trattandoli come mezzecartucce che si trasferiscono a Berlino perché fare la spesa costa meno.

Il conflitto mediorientale e l’operazione Protective Edge dell’estate 2014 hanno radicalizzato le proteste contro lo Stato ebraico e il sionismo, fino alle grida di “Mort aux juifs” negli incidenti che hanno avuto come bersaglio le sinagoghe di rue de la Roquette a Parigi (13 luglio) e, la domenica successiva, di  Sarcelles in Val-d’Oise, dall’altro lato del périferique. Allorché è stato possibile identificarli, autori degli
atti sono stati nella maggior parte dei casi cittadini francesi o immigrati di origine maghrebina o africana.

Si è sottolineato la responsabilità del comico Dieudonné M’bala M’bala, già molto popolare tra i giovani di origine africana e araba, che ha adottato il gesto della “quenelle”, di chiara connotazione filo-nazista, ripreso successivamente dal calciatore Nicolas Anelka. In uno spettacolo, poi proibito, definiva “ebreo isterico” il presidente della Ligue internationale contre le racisme et l’antisémitisme (Licra), Alain Jakubowicz, e se la prendeva con gli attori Gad Elmaleh, Elie Semoun e Patrick Timsit, il presentatore Arthur, il cantante Patrick Bruel e il giornalista Patrick Cohen. Dieudonné è stato condannato in Corte d’appello nel novembre 2013 a una pena di 28 mila euro per aver dichiarato che gli ebrei sono “i più grandi imbroglioni del pianeta” e aver utilizzato la canzone Chaud cacao, di Annie Cordy, per ironizzare sulle vittime dell’Olocausto (al posto di “chauds ananas” cantava “Shoah nanas”, letteralmente “le pollastre della Shoah”). Per le sue dichiarazioni dopo gli eventi di gennaio 2015, è stato messo in stato d’accusa per apologia del terrorismo. L’antisemitismo francese versione 2014 ha però anche radici nell’estrema destra, ben distinta dalle comunità musulmane, e altri maîtres à penser. Uno è Alain Soral,
editore di testi come La France juive (di Édouard Drumont) e Le juif international (di Henri Ford), mentre nella galassia digitale è molto noto Boris Le Lay, nazionalista bretone e simpatizzante pro-nazista, più volte condannato in contumacia (sembra che risieda in Giappone). I confini con l’antisemitismo tradizionale sono del resto labili: l’altro picco di atti e minacce nel 2014 è stato in occasione del Jour de colère, organizzato dalla destra cattolica contraria alla liberalizzazione del matrimonio alle coppie omosessuali. Gli slogan antisemitici, razzisti e omofobici sono una costante di queste sfilate.

Infine, l’antisemitismo di matrice chiaramente islamica e jihadista ha armato la mano di Mehdi Nemmouch, che il 24 maggio 2014 ha ucciso quattro persone di fronte al Museo ebraico di Bruxelles, e di Amedy Coulibaly, tragici epigoni di Mohamed Merah, che il 19 marzo 2012 aveva attaccato la scuola ebraica Ozar Hatorah di Tolosa facendo quattro vittime, tra cui tre bimbi, oltre a uccidere nei giorni precedenti tre militari di origine araba. Per la gang des barbares che uccise Ilan Halimi nel 2006, l’islamismo si mescolava alla ricerca dell’arricchimento personale (sequestrare un ebreo perché non può che essere ricco). Simile la motivazione nell’assalto di Créteil a fine 2014, quando una giovane coppia è stata sequestrata e la donna violentata.

Non c’è dubbio che la situazione è chiaramente peggiorata e non si può che concordare con Georges Bensoussan secondo cui “l’antisemitismo è ormai diventato un codice culturale nelle periferie”. Ciò però non equivale a concludere che l’antisemitismo si sia “banalizzato”. Né tanto meno che sia ormai diffusissimo in Francia, come sostengono articoli apparsi sui media anglosassoni, sia di matrice progressista come “Slate”, “Washington Post” e “The Guardian”, sia invece più conservatori come “The Australian” e “Wall Street Journal”. Al contrario, il mondo politico francese sta prendendo coscienza della situazione ben più rapidamente che in passato. Un sentimento che si è rafforzato in occasione delle stragi d’inizio 2015.

Non dimentichiamo infatti che, nel 2002, quando le cifre iniziavano a destare seria preoccupazione, Jacques Chirac dichiarò che non c’era alcun aumento dell’antisemitismo in Francia (26 febbraio). Solo Alain Madelin (destra liberale), Francois Bayrou (centro) e Corinne Lepage (verdi centristi) parteciparono alla grande manifestazione parigina a sostegno d’Israele (7 aprile). In occasione della cena annuale del Crif, a marzo 2014, Francois Hollande ha invece riconosciuto che, al di là delle cifre, si tratta di un problema serio e ha messo in guardia contro l’utilizzo di Internet per propagare l’odio. Soprattutto, il presidente ha contestato con forza la tesi di un nesso tra antisemitismo e crisi economica (“Ce n’est pas une cohorte de chômeurs qui crient “mort aux juifs”!”). A settembre, commentando i dati del Spcj, il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ha immediatamente riconosciuto che la tendenza è preoccupante e rinnovato la determinazione delle autorità a “lottare con vigore contro queste manifestazioni di odio che rodono la Repubblica dall’interno”. Ai prefetti è stata trasmessa la consegna di ricorrere sistematicamente all’articolo 40 del Codice di procedura penale, che permette di segnalare d’ufficio alla giustizia qualsiasi atto di antisemitismo, indipendentemente dal fatto che sia stato denunciato dalla vittima.

Presentando alla sinagoga della Victoire a Parigi gli auguri di Rosh Ha-Shana, Manuel Valls ha riconosciuto che il piano d’azione contro razzismo, antisemitismo e xenofobia non funziona. Primo capo di governo in sei anni a recarsi nella più grande sinagoga d’Europa, Valls (la cui moglie è ebrea) ha sottolineato che “senza gli ebrei di Francia, la Francia non sarebbe più la Francia”, una posizione ripetuta a gennaio 2015. Di fronte al rischio di fare l’amalgama tra critiche a Israele e sospetti d’antisemitismo, il primo ministro aveva ricordato durante l’estate che la stragrande maggioranza di chi protestava contro l’operazione israeliana a Gaza lo aveva fatto senza slogan offensivi e violenze.

Rispetto agli altri europei, i francesi manifestano maggior preoccupazione in merito all’antisemitismo (85% contro 66%), ma sono anche più orientati a pensare che il governo di Gerusalemme ne porti una parte di responsabilità (58% contro 44%). Al contempo, i francesi di religione ebraica sono di gran lunga meglio accettati che le altre minoranze etniche e religiose: 79% (anche se nel 2009 si era arrivati al livello record di 85%), rispetto a 73% per i neri, 58% per i maghrebini e 51% per i musulmani. Mentre nel 1946 solo un terzo dei francesi considerava gli ebrei dei connazionali “come tutti gli altri”, ora a dare questa risposta è l’85% (mentre solo il 65% equipara i musulmani agli altri francesi). Ancorché lo scarto sia piccolo (31% vs. 26%), una maggioranza relativa ha della religione ebraica un’opinione positiva, mentre metà dei francesi interpellati ha un apprezzamento negativo di quella musulmana (contro 20% di opinioni positive). Di fronte a una tale molteplicità di dimensioni del fenomeno, anche la reazione della comunità ebraica francese assume forme diverse. Per il presidente del Crif, Roger Cukierman, l’antisemitismo traduce una deriva violenta della società francese di cui gli ebrei sono le prime vittime: “Prendersela con gli ebrei equivale ad aggredire l’insieme della società francese”. A conforto di questa tesi, nel 2013 sono aumentati anche gli atti violenti e le minacce contro i musulmani (tra cui le donne che portano il velo o il foulard in strada) e le loro istituzioni (Observatoire national contre l’islamophobie). Un trend che il massacro di “Charlie Hebdo” è destinato a rafforzare.

Sullo stesso registro Marek Halter, che preferisce addirittura usare il termine anti-judaïsme, ricordando come la maggioranza dei musulmani siano semiti. Lo scrittore non minimizza la portata del fenomeno, soprattutto nelle periferie delle grandi città in cui liberi professionisti (per lo più medici) e commercianti ebrei convivono quotidianamente con le provocazioni e la piccola delinquenza, ma lo collega allo stato attuale della Francia. Se Halter cita Goethe – “Gli ebrei sono il termometro del grado d’umanità dell’umanità” – mette però in guardia dai facili parallelismi: non siamo negli anni Trenta, quando furono le autorità statali a venir meno all’obbligo di difendere i cittadini, indipendentemente dal loro credo religioso.

Più decisa la presa di posizione di Jol Mergui, presidente del Consistoire central, che sottolinea la centralità del jihadismo nella nuova ondata di antisemitismo e il parallelismo tra odio degli ebrei e odio dell’Occidente e dei valori della Repubblica. Va infine menzionata la Ligue de Défense Juive (Ldj), che s’ispira alla Jewish Defense League, creata nel 1968 dal rabbino americano Meir Kahane e che l’Fbi ha definito organizzazione terroristica nel 2001. La Ldj ha preso di mira figure dell’ebraismo progressista come Stéphane Hessel o lo scrittore Jacob Cohen, ed è finita sotto accusa dopo episodi di violenza anche gravi.

Sarcelles rappresenta il caso forse più interessante della reazione della comunità. Gli ebrei sono circa 15 mila, un quarto della popolazione di un comune fortemente cosmopolita. In un contesto tanto particolare, c’è grande attenzione per preservare una coabitazione finora serena e all’indomani dei vandalismi di luglio si sono susseguite le manifestazioni di solidarietà. Però qualcosa si è incrinato e molti ebrei cercano ora rifugio nelle istituzioni comunitarie, in primis le scuole, per rivendicare e trasmettere la propria identità.

Al di là della reazione immediata, l’aspetto strutturale più sorprendente è il progressivo spostamento dell’elettorato ebraico verso il centrodestra e soprattutto il Front national (anche se, sul piano esclusivamente economico, si può discutere sulla classificazione alla destra dell’Ump di Nicolas Sarkozy del partito di Marine Le Pen, tanto populista e in fondo “anti-liberale” è il suo discorso). Se a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta tra gli ebrei prevalevano coloro che votavano per il Ps di Francois Mitterrand, ma anche il Pcf più o meno euro-comunista, nelle ultime elezioni nel 2007 e nel 2012 si stima che sia di molto aumentato il sostegno al centrodestra (fonte Ifop). Da presidente, Sarkozy aveva inizialmente conservato il sostegno dell’elettorato ebraico, dove il suo indice di popolarità era ben più alto che a livello nazionale (come tra i cattolici praticanti), ma a fine mandato una parte importante di questo capitale di voti era evaporata. Al primo turno delle presidenziali, la progressione di Marine Le Pen rispetto al padre è stata folgorante, da 4% nel 2007 (6% con Bruno Mégret nel 2002 all’epoca della seconda intifada) a 14,5% – peraltro sempre nettamente inferiore allo score a livello nazionale (18%). Mentre sia Francois Hollande (che ha fatto peggio che Ségolène Royal nel 2007), sia Jean-Luc Mélenchon (gauche de la gauche) hanno ottenuto tra gli ebrei meno voti che sul piano nazionale. E al secondo turno Sarkozy ha fatto l’en plein tra chi due settimane prima aveva votato Fn, laddove Hollande non ha superato il 38,5% dell’elettorato ebraico. Negli ultimi anni la destra ha aumentato i propri consensi elettorali un po’ dappertutto in Europa (e in Israele), e la Francia non fa eccezione. Ci sono però dei motivi ulteriori nel caso dell’elettorato ebraico, che come e forse più che altrove sostiene massicciamente i politici che dimostrano maggiore simpatia verso Israele, come era stato il caso con Alain Madelin di Démocratie Libérale, nel 2002. Nel marzo 2006, da ministro degli Interni, Sarkozy aveva ricevuto le famiglie di giovani israeliti aggrediti a Sarcelles e deciso la dissoluzione della Tribu Ka, il cui leader, Kemi Séba, si proponeva di “liberare Sarcelles dai sionisti”. Durante la campagna elettorale del 2007, Sarkozy ha ripetuto la stessa strategia, consolidando i legami tessuti negli anni con la comunità israelitica in I^le-de- France con un discorso non solo “muscolare” sul piano della lotta e repressione del crimine, ma anche profondamente pro-atlantico in politica estera.

Per il Fn, ottenere la simpatia degli elettori ebraici, ancorché non ancora della comunità, ha un valore non solo simbolico nella strategia di “de-diabolizzazione” che costituisce il tratto marcante di Marine Le Pen rispetto al padre. Laddove non si contano le occasione in cui il fondatore del Fn ha manifestato il proprio antisemitismo – tra cui la più celebre è la dichiarazione del 1987 delle camere a gas come “dettaglio della storia della Seconda guerra mondiale”, poi ripetuta nel 2011 – la figlia ha riconosciuto la Shoah nel 2011, espulso i pro-nazisti dal Fn, manifestato la propria neutralità nel conflitto israelopalestinese (“Ni pro-Israélien ni pro-Palestinien, Francais!”). Si è rapidamente smarcata dal padre quando questi, riferendosi sul suo blog ai personaggi pubblici che si oppongono al Fn, ha promesso di “infornare” Patrick Bruel, che è appunto ebreo. Marine Le Pen ha espresso ripetutamente la propria ammirazione per Israele (dove però non è ancora riuscita ad andare, mentre a New York nel 2011 ha brevemente incontrato l’ambasciatore presso l’Onu, Ron Prosor) e Aymeric Chauprade, il suo consigliere di politica internazionale, ha sostenuto che il Fn dovrebbe adottare una posizione espressamente pro-israeliana. Per il Fn, che nasce dalla nostalgia per la Francia di Vichy e l’Algeria francese, l’antisemitismo è stato a lungo un vero e proprio collante, che Marine Le Pen ha semplicemente sostituito con l’islamofobia. La Francia è in guerra contro il fondamentalismo sunnita e questo giustifica tutto, anche la sospensione degli accordi Schengen, anche le azioni violente della Ldj come reazione di fronte all’insicurezza e alla timidezza delle forze dell’ordine. Di fronte a questo apparente mutamento, una parte della comunità ebraica chiede di dialogare con il Fn, sia nella prospettiva di una sua possibile ascesa al potere, sia perché si sente meglio rappresentata che dai partiti dell’arco costituzionale. È la posizione per esempio di Gilles-William Goldnadel, avvocato, giornalista e segretario nazionale dell’Ump incaricato dei media. Molto ambigua quella di Roger Cukierman, che nel 2002 aveva auspicato un buon risultato di Jean Le Pen al secondo turno delle presidenziali, che i musulmani avrebbero visto come un segnale a starsene tranquilli; nel 2013 ha invece evocato l’incubo di assistere all’elezione di Marine Le Pen nel 2017, che farebbe sprofondare la Francia “in un regime in cui il populismo rifiuta le opinioni minoritarie, rigetta ciò che non corrisponde alle sue norme, ridefinisce come vuole i diritti e le libertà”.

In ogni caso, un “voto ebraico” non esiste in Francia più di quanto sia presente negli Stati Uniti, oppure di quanto si possa parlare Oltralpe di “voto musulmano” o di “voto arabo”. Per tornare a Sarcelles, la stessa petite Jérusalem che ha dimostrato un tropismo di destra liberale nel 2002, poi sarkozysta nel 2007 e nel 2012, alle elezioni municipali vota compatta dal 1997 per Francois Pupponi, il sindaco socialista che è succeduto a Dominique Strauss-Kahn. Senza dimenticare che nella Diaspora e anche in Francia sono numerose le voci che si erigono contro le politiche del Likud, che in chiave anti-araba trovano invece l’approvazione entusiastica di Marine Le Pen.

Ciò che sta accadendo in Francia non può che sollevare inquietudini, e sarebbe profondamente sbagliato banalizzare l’attuale rigurgito di antisemitismo considerandolo come un fenomeno transitorio, dovuto alla crisi economica, alla perdita di legittimità delle istituzioni repubblicane tradizionali e alla situazione in Medioriente. Non c’è bisogno di evocare Dreyfus per sostenere che l’antisemitismo ha in Francia radici molto profonde, sia per la sua natura carsica, magari a lungo invisibile ma pronto a riemergere con regolarità, sia perché è pronto ad alimentarsi di nuove forze, a loro volta prodotto delle trasformazioni della società transalpina. È come minimo sconcertante constatare che i tragici eventi di Tolosa nel 2012 non abbiano condotto a una battuta d’arresto delle violenze e delle minacce verso gli ebrei, ma che Merah sia al contrario diventato un martire le cui azioni ispirano altri folli. E c’è da scommettere che gli assassini di gennaio non saranno certo sufficienti per tacitare i deliri antiebraici di ambedue le estreme, che sia per vedere la mano di Israele dietro le stragi, o quella del complotto giudaico-massonico dietro le riforma del diritto familiare o l’introduzione della prospettiva di genere nelle scuole. Questo nuovo clima d’odio è però circoscritto. Ovviamente lo Stato francese non è antisemita, come lo è stato invece nei momenti più tragici della sua storia, e i politici hanno rapidamente reagito con le parole e con gli atti. Gli ebrei francesi (e quelli che vivono in Francia senza essere francesi) non si sentono soli. Al contempo, destinare maggiori risorse alla polizia per proteggere i luoghi di culto, o sanzionare con durezza e celerità gli atti di antisemitismo su Internet, non può essere la sola soluzione. Come ha osservato giustamente Jol Mergui, dopo aver sperimentato una crescita rapida nell’ultimo mezzo secolo (cioè dall’indipendenza dell’Algeria e della Tunisia) e aver creduto nella Francia come destino, la comunità ebraica che s’interroga ora sul proprio avvenire e si trova a dover gestire la decrescita. Di fronte a un male che non è solo un problema degli ebrei, ma piuttosto della società che lo genera, è necessario un lavoro importante e costante nelle scuole, soprattutto di periferia, nelle prigioni, nei media, su Internet. In una condizione di paura, debolezza e solitudine, frange dell’ebraismo francesi s’illudono di trovare alleati nella destra populista. Dare credito prematuro al Fn e contribuire così al suo “sdoganamento” appare però molto pericoloso e ingenuo, come lo fu per Esau scambiare la propria primogenitura per un piatto di lenticchie.

Perché la rinuncia apparente all’antisemitismo come credo e strategia politica non è credibile senza un esercizio serio di analisi del passato anche molto recente del Fn – che per il momento Marine Le Pen si guarda bene dal condurre, cercando di salvare la capra della sua moderazione e i cavoli dell’intolleranza paterna. Senza dimenticare che il primo senatore del Fn, il giovane e ambizioso David Rachline, cita Charles Maurras, il teorico del nazionalismo integrale e dell’antisemitismo di Stato, come proprio modello di pensiero e di azione (forse per tacitare i rumori che lo vogliono di origine ebraica). Perché nulla garantisce che per il Fn la conversione a Israele e il sostegno allo Stato ebraico espresso in occasione della recente guerra non siano che delle manovre di circostanza. Poche voci nella comunità ebraica si ergono per arginare le prese di posizione di un Éric Zemmour, principale “intellettuale organico” del Fn. Il suo Le suicide français sta avendo uno straordinario successo sostenendo che l’immigrazione araba e africana sta distruggendo la Francia, ma anche che Pétain aveva sacrificato gli ebrei stranieri per salvare quelli autoctoni e che la Shoah è diventata “la religione suprema della Repubblica”. Del resto la comunità ebraica deve interrogarsi su chi al suo interno esprime posizioni intolleranti e razziste che nessuna situazione speciale può giustificare. Sulla pagina Facebook della Ldj abbondano le ingiurie verso i musulmani, definiti “ratti” e “gentaglia [racaille] maghrebina”.

Perché, e forse è il motivo più profondo, il sentimento autoritario, xenofobo e anti-arabo del Fn, pronto ad attizzare le paure generate dalla globalizzazione e dalla crisi, potrà un giorno indirizzarsi contro altre minoranze. L’euroscettico britannico Nigel Farage ha detto che l’antisemitismo è il dna del Fn e si è rifiutato di accoglierlo nel gruppo europarlamentare condotto dall’Ukip. E Marine Le Pen stessa lo ha dimostrato, allorché ha manifestato con grande enfasi il proprio sostegno a Dieudonné, erigendolo a paladino della libertà di pensiero.

Published 25 March 2015
Original in Italian
First published by Il Mulino 1/2015

Contributed by Il Mulino © Andrea Goldstein / Il Mulino / Eurozine

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