Le startup a Kiev annunciano qualcosa di nuovo sul fronte orientale

30 December 2016
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“A start-up nation in the making: Social innovation in Ukraine” Fearless in the face of economic crisis, young innovative entrepreneurs attempt to transform Ukraine into a start-up nation. In the second instalment of his two-part report, Luigi Spinola speaks to some of the talented individuals involved about risk, resources and culture. 

Ivan Seleznov ha 20 anni, ma ne dimostra meno. E parlando con uno che ha il doppio della sua età, semplifica i concetti e articola bene le parole, dando per scontato che non capisca. Non ha torto. Già a scuola, a Nikolaev, città dell’Ucraina meridionale nota per il suo cantiere navale, aveva sviluppato un guanto speciale per i non vedenti. Ora che è al terzo anno di ingegneria, Ivan è a capo di un’azienda che con il progetto OpenWorld punta a rendere le città ucraine più accessibili – “oggi i ciechi contano i passi e vanno in giro con una canna bianca” – attraverso lo sviluppo di un sistema di beacon Bluetooth collegati a un’app.

Hub 4.0 a Kiev, nell’ottobre del 2016. Photo: Lorenzo Pesce, Contrasto

A metà ottobre è cominciata la sperimentazione pubblica a piazza Indipendenza, teatro della rivolta europeista che tre anni fa ha costretto alla fuga il presidente Viktor Janukovic. Entro due anni l’ambizioso piano di sviluppo prescrive l’ingresso nel mercato europeo. “La rivoluzione ha dato una bella spinta”, spiega. “Sono cambiate le amministrazioni, sono più aperte a questi progetti. Da un paio di anni è possibile presentare petizioni su iniziativa popolare e il comune deve tenerne conto”. Il tentativo di raccogliere denaro con il crowdfunding però è stato un mezzo flop. Come mai? “Immagino sia difficile pensare a questo tipo di innovazione sociale quando ancora ti mancano dei beni fondamentali”, si lascia scappare con un po’ di imbarazzo.

L’Ucraina non se la sta passando bene. La rivoluzione di piazza Indipendenza cominciata nel novembre di tre anni fa ha scacciato il vecchio regime (o quasi), costringendo il presidente filorusso Viktor Janukovic alla fuga, ma l’economia, complice la guerra anche commerciale con la Russia, è crollata: nel 2014 si è contratta del 6,8 per cento, l’anno dopo del 12 per cento. Nel 2016 la recessione dovrebbe essere finita, ma nel frattempo la moneta, grivna, ha perso due terzi del suo valore, polverizzando il potere d’acquisto dei cittadini di un paese che importa quasi tutto. E anche prima della crisi, l’economia faticava a liberarsi dall’eredità sovietica: nel 2013 non aveva ancora raggiunto i livelli del 1992, l’anno dell’indipendenza. Il denaro rimane in mano a un pugno di uomini – la concentrazione della ricchezza è doppia perfino rispetto all’oligarchica Russia – a capo di colossi improduttivi che godono dei favori della politica.

Risate a denti stretti

Accanto a questi mammut si moltiplicano però i giovani imprenditori innovativi che stanno trasformando l’Ucraina in una sorprendente startup nation. Già nel 2015 il settore valeva più di cinque miliardi di euro e contava più di duemila imprese e 20mila ingegneri specializzati in information technology (It).

A Kiev incontri gli startupper al 1991 Open Data Incubator, ospitato dagli uffici di Microsoft nei pressi dell’università Shevchenko, nei vecchi depositi dei cantieri navali di Podil sul fiume Dnepr, dove hanno trovato casa comunità di creativi come Izone, e negli spazi di co-working. Hub 4.0. è uno dei più frequentati. Qui Ivan Seleznov e altri neoimprenditori spiegano come si apre un’impresa in un paese in crisi, in guerra e scosso da una (mezza) rivoluzione.

Il flop del crowdfunding per Ivan è stato un inciampo, assicura, nulla più. I soldi per partire li hanno messi lui e i suoi compagni di studio, dopo averli raccolti dando lezioni. “È stata una scelta, così è tutto nostro”, dice. Poi ha sviluppato il prodotto entrando nel programma dell’acceleratore 1991 Open Data Incubator e ora sono arrivate ordinazioni da quattro città del paese. Il decollo è vicino.

Trovare soldi, però, può essere dura. “I miliardari ucraini hanno un’idea tutta loro del rischio d’impresa”, spiega Oleksandr Savsunenko. “Una volta ne ho incontrato uno a New York, un nome grosso, ex ministro. Mi dice: ‘Il progetto mi piace ragazzo i soldi non sono un problema, però devi raddoppiarli in tre mesi, ok? Ce la fai?'”. Ridono tutti per la sua voce da Padrino versione ucraina, anche se è una storia che hanno già sentito. Come molti startupper ucraini, Oleksandr ha in testa la favola di Jan Koum, un ragazzo povero della periferia di Kiev emigrato in America e passato dalle mense dei poveri prima di fondare WhatsApp, poi venduta per 19 miliardi di dollari a Facebook. Lui negli Stati Uniti c’è andato partendo da Donetsk per lanciare con la sua Titanovo un kit del dna che consiglia diete personalizzate.

È tornato in Ucraina perché il visto è scaduto, ma ditta e socio sono rimasti negli Stati Uniti. A Kiev sta bene, ma non aprirebbe mai un’impresa. Teme le estorsioni legalizzate. “Non voglio farmi sbancare da un manipolo di uomini mascherati che fanno prelievi fiscali con le armi in pugno”, dice, “e qui succede ancora”. Il cambiamento non c’è stato secondo lui. “Ci ho creduto, sono tra quelli che si sono lanciati per spirito civico in politica, ma ho lasciato perdere dopo aver visto come imbrogliavano alle ultime elezioni comunali”.

Gennadij Kornev invece ha un’esperienza positiva. Ha aperto una startup nel settore della cibersicurezza, trovando i soldi a condizioni decenti. “È vero, fino a poco tempo fa se non ripagavi il debito finivi in fondo alla Dnepr con i piedi nel cemento. Per questo esistevano solo startup di successo negli anni novanta. Gli altri aspiranti imprenditori sono morti”. Fa una pausa per godersi la risata degli altri. “Ora gli investitori capiscono cos’è il rischio, sanno che per avere una startup di successo devi avere 99 fallimenti”.

A mettere i soldi, dice, “sono sempre le stesse tre persone che posseggono l’Ucraina”, ma hanno consiglieri più giovani che gli spiegano perché oltre a energia e metallurgia, devono investire anche su progetti innovativi, ad alto valore aggiunto. “Per come la vedo io, quando questi manager avranno abbastanza soldi da investire in proprio, l’economia cambierà davvero”. Gennadij ha fiducia, sarà che il mercato della sicurezza in tempi di guerra tira. Almeno quello.

La guerra non aiuta lo sviluppo del sistema economico ucraino. I soldi da fuori non arrivano, pochi vogliono investire in un paese invischiato in un conflitto, per quanto congelato. Gli ucraini però sperano di replicare la storia di successo di Israele, la più vivace startup nation al mondo, malgrado il contesto geopolitico più complicato al mondo.

Il laboratorio di incisione e stampa della comunità Izone a Kiev, nell’ottobre del 2016. Photo: Lorenzo Pesce, Contrasto

La guerra ha incrociato il destino anche personale di tanti startupper, arruolati in una “brigata It” messa in piedi dall’esercito per non perdere il conflitto nel ciberspazio. Preoccupazione che si è aggravata dopo che nel dicembre dell’anno scorso il primo attacco cibernetico al mondo contro delle centrali elettriche ha causato un blackout nell’Ucraina occidentale, lasciando 230mila persone al buio.

Le competenze al fronte

Molti della comunità di information technology sono anche andati al fronte come semplici volontari. Gennadij è tra quelli che sono partiti. Nel 2013 lavorava per Kyivstar, il più grande operatore di telefonia mobile del paese. Aveva 29 anni, e abbastanza soldi sul conto in banca da potersi permettere di vivere in centro, vicino a piazza Nezalezhnosti. “Ho sentito gli spari che hanno ucciso i ragazzi. Era il 20 febbraio, quattro giorni prima del mio compleanno. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: ‘Sono grande e grosso e ci sono ragazzini di 18 anni uccisi perché io possa vivere così. Non va bene’. Poi c’è stato l’attacco in Crimea e nel Donbass, mia moglie è di lì e sono arrivati i suoi parenti. La guerra mi è entrata in casa. E io sono partito per il fronte. Dovevano addestrarmi, ma sono finito subito sul campo di battaglia”.

Al fronte Gennadij ha passato quattro mesi. Nel suo plotone, dice, erano tutti volontari. “C’era di tutto, gente del settore informatico come me, insegnanti, contadini”. Ride quando gli chiedo se la sua competenza è stata sfruttata. “L’unica competenza richiesta è la velocità nello scavare trincee, perché se non sei abbastanza rapido l’artiglieria russa ti fa fuori”.

Tornato a casa, però, Gennadij ha passato altri sei mesi in un’unità dell’esercito composta da esperti di informatica. Poi con degli amici ha lanciato Hideez, una startup di cibersicurezza. “È brutto dire che mi ha ispirato la guerra. La guerra non può ispirarti. Ma è stata il fattore determinante. Nel 2013 ero seduto alla mia postazione di co-working e condividevo tutto su Facebook e Instagram. Poi vai in guerra e sai che c’è gente che viene sequestrata e picchiata per una password”. Così ha sviluppato una di quelle chiavi digitali che proteggono tutte le password, e le generano automaticamente. “Se ti prendono e la distruggi, salvi la pelle. Lo so, al fronte sono diventato paranoico. Perché ho capito che le battaglie più importanti ormai si svolgono nel ciberspazio. E noi siamo impreparati”.

Ci sono quelli che partono per il fronte a est e quelli che da est sono stati costretti a partire. Come la fondazione Izolyatsia, piattaforma per iniziative artistiche e culturali nata in una fabbrica dismessa alla periferia di Donetsk, e ora esule a Kiev.

“Il Donbass ha fabbriche e miniere, ma pochissimi luoghi per la cultura. Operai e minatori stanno chiusi in casa”, racconta Mikhailo Glubokyi, responsabile dei progetti della fondazione. “Così nel 2010 abbiamo creato un nucleo di industria creativa, anche per far vedere ai nostri concittadini com’è fatto il mondo esterno”. I soldi per il progetto li ha messi Luba Mikhailova, che ne ha tanti, ma Izolyatsia ha poi trovato anche delle partnership con imprenditori locali interessati a ricavarci profitti. “Quando eravamo pronti a partire davvero, però”, ricorda Mikhailo “i paramilitari russi ci hanno cacciato”.

È il 9 giugno 2013. Alcuni uomini armati occupano Izolyatsia. I ragazzi della fondazione devono partire, riempiendo le automobili all’inverosimile di opere d’arte e strumenti dei laboratori. Salvano il salvabile. “Non so se sia rimasto qualcosa di intatto, ma temo di no”, dice Mikhailo. “So che una istallazione di Daniel Buren è stato distrutta per recuperare il metallo, e un lavoro di Pascale Martine Tayou è stato fatto esplodere. Altre opere sono diventate dei bersagli nel poligono di tiro”, racconta. La vecchia fabbrica viene usata dalla milizia per gli addestramenti e serve anche da prigione. C’è rimasto rinchiuso per due mesi anche un giornalista che era andato lì a curiosare.

Quando i miliziani irrompono a Izolyatsia, Mikahilo si trova a Lione con la moglie. Scopre sul volo di ritorno che non c’è più un aeroporto dove atterrare. Sbarcano a Kiev, hanno solo uno zaino a testa. “Abbiamo pensato: aspettiamo un po’ e vediamo”. A Donetsk non sono più tornati. E dopo una lunga ricerca hanno trovato il posto che cercavano per riaprire Izolyatsia a Podil, sul fiume, in un ex laboratorio navale.

In questi due anni è diventato un cantiere di creativi, la comunità Izone punta a tradurre in impresa le intuizioni artistiche. Al secondo piano la galleria espone un’opera sulla democrazia, con città fatte di zollette di zucchero costruite e ricostruite dai visitatori, al terzo ci sono degli spazi di co-working. Il cuore produttivo di Izone però lo trovi salendo al quarto piano, che ospita il laboratorio di litografie e incisioni, la camera oscura, la stanza per lavorare il legno e l’officina dei maker, governata dal monumentale Gennadij, ingegnere di formazione, anche lui arrivato da Donetsk.

“Aiuto le persone che hanno delle idee in testa a realizzarle”, spiega. La maggior parte ha uno sviluppo commerciale. Ora è impegnato a costruire un minirobot con un software Arduino per l’azienda Introbots. Taglia il metallo con il laser, poi assembla, lavorando in tandem con un designer. Anche l’indispensabile stampante 3d che si trova qui l’ha costruita lui. “Questa è una startup community più che un gruppo di artisti”, dice.

Gennadij è un maker fatto in casa. “È una parola che conosco da poco. Dopo l’università mi divertivo a inventare cose in garage. Era il mio hobby, tutto qui. Poi è cominciata la guerra, quando ho visto le prime mitragliatrici me ne sono andato. E a Kiev è diventato un lavoro”. A Donetsk torna ogni mese, ma la situazione, dice, peggiora di continuo.

Non aspettare che dicano sì

Mikhailo invece non sa quando tornerà. “La città è cambiata. E non vorrei riaprire in un luogo diventato una prigione”. A Donetsk sono rimasti gli amici e una parte della famiglia. “Eravamo riusciti a recuperare mia nonna, ma dopo due mesi è voluta tornare”. Non si considera uno sfollato, però. “Mia moglie e io preferiamo pensarci nomadi”. E il rifugio che hanno trovato gli piace molto.

“Podil è una zona fantastica. Non sai la quantità di posti che sono stati aperti qui negli ultimi tempi”, racconta. “La cultura si sta sviluppando molto rapidamente. La scorsa estate per esempio abbiamo ospitato una mostra di artisti bielorussi, che a casa loro non possono esporre. Molti sono arrivati in treno da Minsk per vederla. Poi c’è stato il festival lgbt, con qualche provocazione dei conservatori, sì, ma nulla rispetto a quanto accade a Mosca”.

Un fervore figlio anche della rivoluzione di piazza Indipendenza, che secondo molti ucraini però si sta impantanando. L’indice di gradimento del governo è crollato quanto il pil, a fine ottobre aveva toccato quota 6,8 per cento dei consensi. “Non siamo mai soddisfatti, siamo fatti così”, sbuffa Mikhailo. “E abbiamo anche dei buoni motivi. La società civile corre molto più in fretta del governo. Ma è anche in grado di influenzare le autorità molto più di prima”.

“Il processo di democratizzazione non riguarda solo la politica”, spiega. Loro si stanno battendo per cambiare il modo in cui l’Ucraina si presenta alla Biennale di Venezia. Oggi il padiglione è appaltato al Pinchuk art centre, la più potente fondazione artistica del paese, che ha il nome e i soldi dell’oligarca Victor Pinchuk, amico di Donald Trump e 1250º uomo più ricco del mondo, stando alla classifica di Forbes. “Vogliamo che curatore e artisti siano scelti attraverso un processo trasparente. E quest’anno siamo sbarcati a Venezia per la Biennale di architettura con un nostro progetto sulle città al fronte”. Una cosa con la rivoluzione l’hanno imparata, dice: “Non aspettare che sia il potere a fare le cose, falle tu, senza aspettare che ti dicano di sì”.

Published 30 December 2016

Original in Italian
First published in Internazionale, 23 December 2016

© Luigi Spinola / Internazionale / Eurozine

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