Jürgen Habermas, Sigmar Gabriel e Emmanuel Macron sull'Europa da ripensare

un incontro alla Hertie School of Governance

17 May 2017
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Jügen Habermas: Tanto il nome di Emmanuel Macron quanto quello di Sigmar Gabriel sono associati alla capacità di reagire con coraggio a situazioni difficili. Macron ha avuto l’ardire di oltrepassare una linea rossa rimasta intonsa dal 1789, liberandosi dell’inveterata suddivisione tra schieramenti di destra e di sinistra. In Germania possiamo osservare un impulso simile, benché sotto auspici differenti. In questo caso, Sigmar Gabriel ha scelto Martin Schulz quale depositario di un ruolo eterodosso. Schulz è stato acclamato dall’opinione pubblica come candidato, in larga misura indipendente, per la carica di Cancelliere, e ci si attende che apra il partito a nuovi orizzonti. Nonostante nei due Paesi il contesto politico, sociale ed economico sia diversissimo, il sentimento generale dei cittadini riflette a mio avviso un’analoga irritazione: irritazione per l’inerzia dei governi, che – malgrado la crescente e palpabile pressione dei problemi che ci troviamo a fronteggiare – continuano a vivacchiare senza alcuna prospettiva di ristrutturazione. L’impressione è che la mancanza di una volontà politica ad agire si riveli paralizzante, specie alla luce di quei problemi risolvibili solo collettivamente, a livello europeo.

Emmanuel Macron personifica l’antitesi alla passività degli attuali attori politici. Lui e Sigmar Gabriel, all’epoca in cui erano ministri dell’Economia, proposero un’iniziativa tesa a incrementare la cooperazione fiscale, economica, politica e sociale in seno all’Europa, che purtroppo non andò a buon fine. Se ben ricordo, essi si fecero promotori dell’istituzione di un ministero delle Finanze nell’Eurozona e di un bilancio indipendente congiunto sotto il controllo del Parlamento europeo. Entrambi si auguravano in tal modo di creare le condizioni per un’azione politico-economica flessibile a livello europeo, allo scopo di superare un ostacolo che anche in altre aree ha inibito una più stretta cooperazione tra gli Stati membri.

Le differenze significative nei tassi di crescita, nei livelli di disoccupazione e nel debito nazionale tra le economie del Nord e del Sud tendono a una convergenza persino quando presentano un evidente divario. Nel frattempo, la coesione politica dell’Unione monetaria si sta erodendo a causa delle persistenti divergenze, che non accennano a diminuire, nelle performance commerciali. Nel corso dell’applicazione di un regime di austerità, destinato a produrre drammatici effetti asimmetrici nelle economie dell’Europa settentrionale e meridionale, le esperienze divergenti e le narrazioni contrastanti che ne sono stati fornite nei vari Paesi hanno determinato reazioni aggressive in entrambi i fronti, portando a una profonda frattura all’interno dell’Europa.

Simili iniziative possono fallire per tutta una serie di motivi, compresi quelli di matrice istituzionale. Ad esempio, i governi meno attrezzati ad affermare gli interessi della comunità nel suo insieme sono quelli degli Stati membri, tenuti a rendere conto ai rispettivi elettorati; eppure, fintanto che non ci sarà un sistema partitico paneuropeo, essi rimangono gli unici organismi in grado di fare la differenza. Ciò che mi preme è sapere se, rifiutando di accettare le conseguenze di un’eventuale politica redistributiva, risulti compromesso qualsiasi ampliamento delle competenze europee una volta che la riallocazione degli oneri finanziari si sarà estesa oltre i confini nazionali. In parole povere: la reazione dell’opinione pubblica, quella tedesca poniamo, alla notoria espressione «unione di trasferimento» significa che ogni appello alla solidarietà in Germania è condannato al fallimento? Oppure stiamo semplicemente mettendo sotto il tappeto il problema di una crisi finanziaria non ancora scongiurata, perché le nostre élite politiche non hanno il coraggio di affrontare la questione scottante del futuro dell’Europa?

Sul concetto di solidarietà, mi limito a dire che, dall’epoca della Rivoluzione Francese e dei primi movimenti socialisti, questa espressione è stata utilizzata in senso politico più che morale. La solidarietà è ben altro dalla carità. Solidarietà – unità d’azione a sostegno dei propri alleati – significa accettare alcuni svantaggi nel nome di un interesse personale a lungo termine, confidando che in situazioni simili i partner si comporteranno in modo analogo. La fiducia reciproca – nel nostro caso una fiducia che trascende i confini nazionali – è in effetti una variabile rilevante; ma lo è altrettanto l’interesse personale a lungo termine. Contrariamente a quanto sostengono molti miei colleghi, non esiste nessuna motivazione naturale o inevitabile per cui i temi della giustizia redistributiva dovrebbero essere di esclusiva pertinenza nazionale e non dovrebbero essere discussi in seno alla comunità europea delle nazioni, malgrado queste nazioni detengano da lungo tempo un potere giuridico, e malgrado diciannove di loro siano da lungo tempo soggette alle restrizioni sistemiche di un’unione monetaria condivisa, sebbene con conseguenze asimmetriche.

A tutt’oggi, l’unificazione europea è rimasta un progetto di élite perché le élite politiche hanno evitato di coinvolgere la più ampia sull’Europa da ripensare opinione pubblica in un dibattito ragionato sugli scenari alternativi per il futuro. Le popolazioni nazionali saranno capaci di individuare e decidere cosa rientri nel loro rispettivo interesse nel lungo termine solo quando avvieremo una discussione – non più confinata all’ambito delle riviste accademiche – sulle alternative su vasta scala: ad esempio, l’alternativa tra abbandonare l’euro o ritornare a un sistema valutario con ristretti margini di fluttuazione, oppure optare per una più stretta cooperazione.

Frattanto, altri problemi – che attraggono sempre più l’attenzione dell’opinione pubblica – dimostrano quanto sia necessario perseguire una più stretta cooperazione in Europa. È diffusa la percezione di un acuirsi della crisi negli affari internazionali e globali, che lentamente ha raggiunto la soglia di tolleranza nientemeno che dei governi membri del Consiglio europeo, chiamandoli a uscire dalla loro angusta mentalità nazionale. Le crisi, che devono quantomeno farci riflettere sull’eventualità di una più stretta cooperazione, sono sotto gli occhi di tutti: la situazione geopolitica europea ha già subito radicali cambiamenti a partire dalla guerra civile siriana, dalla crisi in Ucraina e dal progressivo declino degli Stati Uniti come potenza regolatrice dell’ordine globale. Ma ora che la potenza globale incarnata dagli Stati Uniti sembra prendere le distanze dalla scuola di pensiero internazionalista, finora prevalente, la posizione dell’Europa è diventata ancor più imprevedibile. E a seguito delle pressioni esercitate da Trump sui membri della Nato affinché rafforzino il loro appoggio militare, la questione della sicurezza esterna ha acquisito una rilevanza addirittura maggiore.

Inoltre, nel medio termine la minaccia del terrorismo non è destinata a scomparire e la pressione migratoria in Europa è ormai diventata un problema di portata epocale. Appare chiaro che entrambi gli sviluppi richiedono una più stretta cooperazione da parte degli europei. Infine, il nuovo governo statunitense minaccia non solo di rompere con l’Occidente sul terreno del commercio globale e della politica economica. Di pari passo con gli sviluppi autoritari riscontrabili in Russia, Turchia, Egitto e altri Paesi, i pregiudizi nazionalistici, razzisti, anti-islamici e antisemiti – che, grazie all’inedito stile comunicativo e all’ideologia della nuova amministrazione, hanno acquisito ulteriore peso politico – stanno ponendo una sfida inattesa alla percezione che di sé ha l’Occidente dal punto di vista politico e culturale. D’improvviso l’Europa si vede costretta a fare affidamento solo sulle proprie risorse quale custode dei principi liberali, fornendo supporto a una maggioranza dell’elettorato americano che è stata messa ai margini.

Finora, l’unica reazione visibile a queste terribili spinte è consistita in tentativi appena abbozzati volti a promuovere un’«Europa a più velocità» nel campo della cooperazione militare. Per come la vedo io, anche questo tentativo è destinato a fallire, a meno che la Germania non sia nel contempo disposta a disinnescare la bomba a orologeria delle disparità economiche strutturali dell’Eurozona. Finché continueremo a fingere che questo conflitto non esiste, non riusciremo a ottenere una più stretta cooperazione in nessun’altra area della politica. Per giunta, la vaga nozione di «Europa a più velocità» si rivolge ai destinatari sbagliati, perché è dagli Stati membri dell’Unione monetaria – quei Paesi che fin dall’esplosione della crisi bancaria hanno manifestato una reciproca fiducia e interdipendenza – che possiamo aspettarci la massima disponibilità a cooperare. Non intendo in alcun modo suggerire che solo la Germania abbia buone ragioni per riesaminare le proprie politiche. Un altro aspetto che distingue Emmanuel Macron dai colleghi europei risiede nel fatto che chiama i problemi con il loro nome: problemi che possono essere affrontati soltanto all’interno della stessa Francia. Ora però tocca al governo della Germania, che pure non ha scelto questo ruolo, assumere l’iniziativa, congiuntamente alla Francia, cosicché possiamo capovolgere insieme questa situazione. La benedizione di essere la maggiore beneficiaria dell’Unione europea è anche una maledizione; questo perché, da un punto di vista storico, il fallimento del progetto di unificazione europea verrebbe attribuito all’indecisione della politica tedesca, e a buon diritto.

Henrik Enderlein: Stando a Jürgen Habermas, lei Macron sarebbe il solo politico con il coraggio di dire a chiare lettere cosa la Francia può fare in casa propria per portare avanti il dibattito sull’Europa. Che cosa occorre fare dunque?

Emmanuel Macron: Jürgen Habermas ha toccato molti temi importanti. Io ritengo che oggi si prospetti una doppia sfida, che è nostro dovere affrontare a livello nazionale. La prima consiste nel fatto che l’Europa ha smesso di funzionare come dovrebbe. Fin da quando, dieci anni fa, Francia e Olanda hanno detto «no» al trattato costituzionale, non sono state formulate nuove proposte. E il fatto che non ci sia più un’agenda di proposte in Europa, la indebolisce pesantemente, perché ormai non si parla d’altro che di divisione.

Eppure, l’avventura europea è guidata dalla logica della volontà. Ci saranno sempre Stati membri che suggeriranno qualcosa che fino a quel momento sembrava inconcepibile, col risultato che anche gli altri si uniranno a loro. E questa logica della volontà finirà per condurre all’inclusione di tutti, secondo il principio dei cerchi concentrici. Ma siccome nell’arco di un decennio non si è registrata nessuna nuova sull’Europa da ripensare proposta, la conseguenza è che subentra una generale apatia, tutti si tirano indietro e ci ritroviamo a parlare di Grexit e Brexit. Se non agiamo, avremo molti altri dibattiti del genere.

Dobbiamo perciò promuovere un’agenda europea, e attenerci a essa. A mio avviso gli europei sbagliano a credere di cattivarsi il favore dell’opinione pubblica dicendo che «l’Europa è diventata talmente impopolare che non ha senso parlarne», oppure «cerchiamo di non essere troppo europei». O ancora: «Cerchiamo di essere europei, ma prima di tutto nazionalisti». Un europeo recalcitrante è già in partenza un europeo sconfitto. In breve, non raccomando di certo questa opzione. Oggi, infatti, l’Europa è ciò che ci protegge dalle minacce incombenti.

In risposta alle osservazioni di Jürgen Habermas potrei sottolineare in particolare due punti. Primo: l’Europa è in una fase di stallo, ma non è stata avanzata nessuna nuova proposta soprattutto perché non siamo più in grado di conciliare l’etica della responsabilità con la giustizia sociale. In Francia siamo al centro di parecchi dibattiti nei quali la giustizia sociale viene interpretata nel senso classico di redistribuzione tra le classi sociali di un Paese. Ma questo non è un dibattito a cui si stia partecipando a livello europeo o nell’Eurozona.

Ciononostante, abbiamo un problema di disuguaglianza a livello europeo, e in particolare nell’Eurozona. Questo perché adesso come adesso le nostre entrate confluiscono in varie aree, in quanto alcuni Paesi stanno attuando delle riforme senza però sfruttarle nel modo migliore, e in quanto l’Eurozona è inefficiente. Dunque, in assenza di un dibattito reale sulla distribuzione e l’equità, nonché sul principio di responsabilità, non faremo alcun passo avanti. Il rischio principale è che a risultare fatalmente indeboliti siano quegli stessi governi che stanno attuando le riforme. Infatti, finché questi Paesi rimangono intrappolati nella morsa della disuguaglianza, le riforme avvengono a un ritmo troppo lento per produrre risultati degni di nota in un’ottica socio-politica, e allora sono i riformisti a cadere dalla parte del torto. Il che va a tutto vantaggio di populisti ed estremisti.

Enderlein: Quindi la Francia deve riformarsi per riconquistare la fiducia degli altri Paesi?

Macron: Esatto. E con questo arrivo al secondo punto. L’Europa ci consente anche di proteggerci dalle più gravi minacce citate da Jürgen Habermas, specie quelle internazionali. Credo che lo slancio che dobbiamo ritrovare – e in ogni caso la rinascita del progetto europeo – si possa raggiungere attraverso il partenariato franco-tedesco. Oggi la responsabilità poggia sulle spalle della Francia. Perché? Perché abbiamo perso la fiducia della gente, a partire da quando quindici anni fa la Francia non attuò le riforme promesse. All’epoca, la Francia si era impegnata ad avviare quelle riforme congiuntamente alla Germania, e per farlo negoziò una serie di deroghe condivise al trattato di Maastricht. In qualche modo abbiamo tentato di riguadagnare il terreno perduto in quindici anni. Insomma, come prerequisito per questa discussione, la Francia deve recuperare la propria credibilità in termini economici e di bilancio. Ma deve inoltre innescare un cambiamento in direzione di maggiori investimenti, nonché in direzione di una rinascita economica e di una maggiore solidarietà. La solidarietà, a mio parere, non si ferma al livello economico, ma sul versante tedesco arriva ad abbracciare l’immigrazione, la sicurezza e la difesa.

Oggi a preoccuparci è la mancanza di fiducia causata dalla logica della responsabilità diretta con cui l’Europa sta attualmente facendo i conti. Due anni fa, quando entrambi eravamo ministri dell’Economia, Sigmar Gabriel ed io ci siamo espressi contro tutto ciò in un articolo a quattro mani (Why Europe must become a social union, «Die Welt», 4.6.2015). Quindi dobbiamo risolvere i problemi della realtà e della fiducia.

Enderlein: Affrontiamo ora il tema dell’indecisione. Continuerà o no? Emmanuel Macron ha appena detto che la Francia è pronta ad agire. Cos’ha intenzione di fare la Germania?

Sigmar Gabriel: Credo che prima di poter raggiungere quanto auspicato da Jürgen Habermas, l’ottenimento di una maggioranza finalizzata all’estensione delle competenze europee, dobbiamo innanzitutto cambiare il modo in cui vengono raccontati i fatti. La politica, infatti, ha inizio quando si dicono le cose come stanno. Al momento è prassi comune puntare il dito contro chi produce false notizie, ma negli ultimi trent’anni e oltre si è assistito alla diffusione di frammenti di notizie false. Secondo il primo di questi la Germania sarebbe il cavallo da soma dell’Unione europea. Siamo noi tedeschi i contribuenti netti! Siamo noi a farci carico di tutti gli altri! Questa storia viene ahimè ripetuta da decenni in politica, nei media, in economia, a prescindere da chi è al potere in un determinato momento.

Ogni qualvolta si è discusso della struttura finanziaria dell’Unione europea, abbiamo sempre adottato il classico approccio transpartitico secondo cui bisogna ridurre il contributo netto, il cui bilancio ammonta a circa dodici miliardi di euro. Ecco perché quando mi viene fatta correttamente notare l’importanza del progetto europeo, questa cifra stratosferica non mi impressiona mai più di tanto. Nel bilancio federale tedesco spendiamo cifre di gran lunga superiori per cose assai meno il Mulino 3/2017 7 sull’Europa da ripensare importanti. Questo è il motivo per cui dobbiamo smetterla di considerare la Germania il cavallo da soma dell’Unione europea. In ultima analisi, questa visione distorta serve solo ad assecondare i presunti interessi nazionali delle persone. La recrudescenza dei sentimenti nazionalistici oggi sotto i nostri occhi non rappresenta l’inizio, ma l’esito di trent’anni di narrazioni erronee. La radice del problema sono le narrazioni create in ambito prettamente nazionale negli Stati membri dell’Unione europea, specie nel nostro Paese. Mentre la verità è che la Germania è la principale profitattrice, anzi la beneficiaria netta, dell’Unione europea.

In ambito politico, senza Europa non ci sarebbe una Germania unita – è un’ovvietà –, ma lo stesso vale in riferimento alla cultura, alla pace, e ancora al commercio, alla finanza e all’economia. È vero, il gettito fiscale che versiamo a Bruxelles è superiore alle entrate. Ma naturalmente è impensabile diventare campioni – del mondo persino – nell’esportazione europea senza produrre quantità di acciaio, componenti elettrici, sostanze chimiche e macchine tali da soddisfare non solo il mercato interno ma anche quello di altri Paesi.

E solo se gli altri Paesi sono in salute avranno abbastanza denaro per comprare le auto tedesche, così costose per via degli alti salari e degli elevati contributi previdenziali (e si spera che sotto questo profilo la situazione resti immutata, perché non vogliamo certo assistere a un abbassamento dei salari o a un deterioramento della sicurezza sociale). Come tedeschi, quindi, dobbiamo nutrire un forte interesse – anche solo da un punto di vista meramente economico – a che tutti i Paesi europei godano di uno stato di floridezza economica. Solo così anche noi staremo bene.

Così, lungi dall’essere dei contribuenti netti, siamo in realtà i beneficiari netti dell’Unione europea. Ma qual è il modo migliore per affossare questa falsa narrazione? Il suggerimento che mi sento di dare al mio partito è il seguente: in vista della campagna per le elezioni generali alle porte dovremmo affermare con risolutezza – cosa mai fatta prima d’ora – che siamo disposti a investire sull’Europa più di quanto pattuito, cioè l’1% sul Pil europeo. Dovremmo addirittura essere pronti ad accollarci l’onere, eventualmente senza alcun aiuto esterno, e senza che vengano applicati gli stessi criteri per tutti i Paesi europei. Solo per mezzo dello slogan provocatorio «Siamo disposti a pagare di più!» si getteranno le premesse di un dibattito volto a indagare le ragioni per cui, in Europa, dovremmo nutrire un interesse comune a tal riguardo.

La seconda falsa narrazione consiste nell’affermare che, in definitiva, siccome presuppongono una comune visione del mondo, è sulle politiche di difesa e di sicurezza che ci giochiamo la vittoria alle elezioni. Intendo dire che abbiamo bisogno in primis di una concezione comune in materia di politica estera, non solo perché il miglioramento delle nostre politiche di difesa e sicurezza non procurerà alcun beneficio senza un simultaneo progresso sul piano socio-economico nell’Ue, come sostiene Jürgen Habermas, ma anche perché dovremmo evitare di perseguire progetti di difesa a livello puramente nazionale in assenza di una simile concezione. Il rischio, infatti, è che questi progetti ci portino nella direzione sbagliata. Si tratta, io credo, di un ulteriore esempio di falsa narrazione. In Europa da sempre la politica estera è vista come un fattore chiave, specie a fini difensivi. Dico questo non solo per via della carica che ricopro, ma perché dovrebbe valere come regola generale. La politica, in soldoni, non prende le mosse dalle false notizie che noi stessi raccontiamo alla gente, cosa che si verifica quasi solo perché la gente crede che funzioni meglio nel corso di una campagna elettorale. Noi tedeschi, in particolare, dobbiamo capire che un’Unione europea forte e solida è nel nostro interesse. I nostri figli e nipoti non avranno più alcuna voce in capitolo nel mondo, se non avranno una voce europea. Ecco perché siamo pronti a investire di più, nel nostro interesse e negli interessi dell’Europa.

Concludo sulla questione della solidarietà (concetto di cui, come socialdemocratico, posso dire di sapere qualcosa). Solidarietà significa agire responsabilmente, verso se stessi e verso la comunità di appartenenza. In ciò si esaurisce il suo significato. E sono convinto che perseguendo questo tipo di narrazione otterremo anche le maggioranze necessarie per tradurla in pratica.

Enderlein: Jürgen Habermas ha sottolineato con grande chiarezza l’importanza non solo che in Germania si faccia di più per l’Europa, ma anche che negli altri Paesi si spenda di più: in altre parole, che si abbandonino le imperanti politiche di austerità. Ma se si spendono più soldi, aumentano i debiti, e presto o tardi qualcuno dovrà pagare quei debiti. Quel qualcuno potrebbero essere gli Stati-nazione, che sono in crisi: nel qual caso bisogna abbandonare il patto di stabilità. Oppure potrebbe trattarsi della Germania, ma anche se così fosse, fondamentalmente quei Paesi non ne trarrebbero giovamento. O infine dell’Unione europea. Ma dobbiamo valutare in che modo questi incipienti debiti europei verranno infine estinti. Come procedere dunque all’abbandono delle politiche di austerità?

Gabriel: Su questo punto anch’io ritengo sia di cruciale importanza incominciare con la giusta narrazione. I tedeschi sono soliti dire che all’inizio degli anni Duemila abbiamo attuato tutte queste riforme e il Mulino 3/2017 9 sull’Europa da ripensare che l’unico errore da noi commesso fu il non attenersi ai parametri del debito fissati dal trattato di Maastricht. La verità, ovviamente, è che le riforme sociali furono possibili perché nel contempo stavamo anche investendo, e non solo riducendo i nostri debiti. Il successo della Germania deriva dal fatto che, quando stavamo riformando il Paese, non abbiamo spinto troppo sulla via dello sviluppo economico, ma abbiamo invece investito: nell’educazione – all’epoca, la coalizione tra Spd e Verdi ha varato il primo programma scolastico a tempo pieno –, nelle energie rinnovabili, nella ricerca e nello sviluppo.

Legittimare le politiche di austerità portando come esempio la Germania – ossia facendo leva sull’argomento che si esce dalla crisi solo se si risparmia – confina con l’irresponsabilità. Abbiamo fatto l’esatto opposto. Abbiamo coniugato riforme sociali e politiche, con tutte le controversie del caso, accumulando più debiti di quelli all’epoca consentiti dall’Ue. Questa è l’unica ragione per cui siamo riusciti a impedire che la nostra crescita sfociasse nel collasso e che i tassi di disoccupazione crescessero ulteriormente. Ad ogni buon conto, ritengo che non sarebbe stato mai e poi mai possibile portare a compimento le riforme sociali poi attuate se avessimo agito in un altro modo.

Lo stesso vale per l’Europa. Anche qui bisogna seguire la giusta narrazione: se si fanno riforme, occorre tempo – e al limite temporeggiare – per ridurre i disavanzi. Come minimo si rendono necessari maggiori investimenti per stabilizzare i tassi di crescita e occupazione. Perché in fondo, quantunque ci possiamo impegnare per il bene dell’Europa, i nostri sforzi non fanno alcuna differenza: se la pretestuosa pressione dell’austerità causa alti tassi di disoccupazione giovanile in Paesi come l’Italia (dove si aggira intorno al 40%), perché mai un giovane dovrebbe provare interesse per l’Unione europea?

Per me l’Europa ha sempre rappresentato una speranza. Ma per molti giovani, oggi l’Europa rappresenta un pericolo, perché hanno l’impressione che nessuno li stia aiutando a trovare lavoro e a guadagnarsi da vivere. Questa è la ragione per cui ritengo doveroso raccontare come stanno per davvero i fatti. Il risparmio fine a se stesso, più che contribuirvi, impedirà l’attuazione delle riforme. Ecco perché in questo periodo storico abbiamo bisogno di una maggiore – e non minore – flessibilità negli investimenti.

Questo punto mi porta ad affrontare la questione dei finanziamenti e a spostare il dibattito sulla politica fiscale attualmente in corso. Sembra assurdo che da un lato l’Unione europea perda 1,5 trilioni di euro ogni anno attraverso forme legali di evasione fiscale e che noi forniamo garanzie per le banche irlandesi, mentre dall’altro lo stato irlandese può rifiutarsi di recuperare i 14 miliardi di euro che Apple gli deve. Non è che manchino i soldi: la questione è se siamo o meno preparati ad assicurare un’equa ripartizione tra i membri della nostra comunità. Dobbiamo forse chiedere a un fornaio berlinese di pagare tasse più alte di quelle che pagano le grandi corporazioni? Questo è l’interrogativo centrale.

Enderlein: Questo discorso pro-europeista può applicarsi in maniera convincente alla stessa Francia? Si è scatenato un acceso dibattito sull’identità nazionale e sulla questione della tassazione, quindi sulla solidarietà e i suoi limiti.

Macron: Credo che queste argomentazioni in favore dell’Europa siano del tutto convincenti, e io stesso le sostengo con forza. Se non combatti, hai perso fin dall’inizio. E nonostante ciò, in Francia non c’è stata nessuna austerità. Molte persone, certo, sono convinte che in Francia ci sia stata una politica di austerità, ma non è così. A essere colpita dall’austerità è stata l’Europa meridionale. Per riprendere l’osservazione di Sigmar Gabriel, le critiche in Francia derivano dal fatto che, dopo la crisi del 2008-2010, noi – con il governo Hollande – abbiamo corretto gli errori commessi nel passato, e il conseguente clima di sfiducia, attraverso le riforme.

In Europa non si può affrontare adeguatamente il problema dell’ingiustizia sociale senza misurarsi con la questione dell’«azzardo morale », della tentazione morale e dell’irresponsabilità economica. Non affrontandolo si è persa molta fiducia. Se vogliamo assistere al rilancio dell’Europa, dobbiamo domandarci: in che modo un Paese può attuare le riforme se non vi è alcuna spinta a farlo? E l’appoggio che diamo ai Paesi che attuano le riforme giuste significa che stiamo investendo nella maniera giusta? Oppure dovremmo investire in perdita in Paesi che non attuano riforme? È questo il vero dibattito che infurierà (si preannuncia infatti quanto mai accalorato) più in Germania che non in Francia.

Ecco perché – al di là della flessibilità invocata da Sigmar Gabriel, di cui alcuni Paesi si fanno promotori – potremo progredire soltanto per mezzo della comune capacità di investire, cioè tramite la creazione di un budget per l’Eurozona. Si tratta dell’unico strumento in grado di conciliare la giustizia sociale col problema dell’azzardo morale, perché a quel punto si avrebbe un’istituzione europea capace di restituire dinamismo e fiducia all’Europa.

Enderlein: Ne ha discusso anche con la cancelliera Merkel?

Macron: Sì, ne ho discusso anche con la cancelliera. Le ho detto che il primo passo è ovviamente la riforma in Francia, ma che questa riforma non potrà funzionare se contemporaneamente in Europa non si cambierà rotta in tutte le questioni fin qui menzionate. Questa dovrà essere la risposta, più o meno simultanea, da parte della Germania. Possiamo uscire vincitori da questo dibattito e convincere i nostri concittadini che l’Europa è e resta la soluzione. Mi allieta sapere che in tanti Paesi – Francia, Italia e molti altri – l’impegno per l’Europa è ancora vivo e che le questioni dell’Europa e dell’idea di Europa stiano così tanto a cuore alla gente, anche dopo molti anni di crisi ed enormi difficoltà. In Italia, Spagna e Portogallo un’intera generazione – la più giovane – non ha avuto modo di conoscere, dell’Europa, altro che il problema della disoccupazione di massa. E tuttavia questa generazione rimane legata all’idea europea, e attende semplicemente che si sviluppi un progetto europeo all’altezza dell’impegno da essa profuso.

Ma tutto questo può avvenire a patto che si spieghi come intendiamo creare un futuro di crescita e sicurezza. La narrazione sull’Europa che è nostro dovere offrire – e si tratta della stessa identica difficoltà in cui mi sto imbattendo nelle attuali elezioni presidenziali francesi – risiede nella constatazione che essa non si riduce alla mera visione ultraliberale di un mercato comune (mercato verso cui, a voler esaminare il nostro passato con spirito critico, siamo stati spesso indirizzati dalla Gran Bretagna e da altri Stati). L’Europa è invece un mercato comune privo di barriere che ci consente oggi di funzionare come un blocco di ventotto nazioni (a breve ventisette), nonché un’impresa cooperativa che si fonda su un insieme di norme e criteri minimi comuni, e perciò mossa da grandi ambizioni.

Aspetto ancor più importante, nella sua forma attuale l’Unione europea si configura come un’Europa che protegge – sul piano della sicurezza e dell’immigrazione –, e a tal fine deve sviluppare una comune politica di asilo e salvaguardare adeguatamente i nostri confini europei. La nostra è un’Europa che protegge il commercio. Da ministri dei dicasteri economici [Macron tra l’agosto del 2014 e l’agosto del 2016, Gabriel tra il dicembre del 2013 e il gennaio del 2017, N.d.R.] abbiamo combattuto per garantire che l’Europa salvaguardasse la sua industria siderurgica dal dumping cinese. Solo l’Europa può fare una cosa del genere. Né la Francia né la Germania sono in grado di opporsi alla Cina: l’Europa invece sì. Così, per ritornare alla nostra narrazione della crescita e della protezione, l’Europa ha un futuro nella nostra sfera pubblica. Ma dobbiamo accettare questa narrazione, farla nostra e sostenerla. Questo è un punto sul quale insisto a dispetto del disfattismo ormai endemico. Quando ho fondato il movimento En Marche!, la gente commentava: «È un pazzo, non andrà da nessuna parte». Ora quelle stesse persone si chiedono come governeremo; il che costituisce già un’indicazione che abbiamo superato molti ostacoli.

Eppure, molti in Francia, Germania e Inghilterra mi accusano di essere un ingenuo. Ma non sono affatto un ingenuo, anzi è vero l’esatto contrario. Io sono convinto che oggi, nella misura in cui lo si faccia onestamente, sia possibile vincere alle elezioni difendendo l’Europa: non un’Europa malfunzionante, bensì un progetto europeo.

In precedenza, Sigmar Gabriel mi ha mostrato l’archivio del partito socialdemocratico presso la Willy-Brandt-Haus. Mentre sfogliavamo le pagine del trattato dell’Eliseo abbiamo provato una grande emozione. Dov’era l’opinione pubblica in Germania e in Francia all’epoca delle prime iniziative europee? Direi che se allora si fosse parlato della questione così tanto come fin troppi fanno oggi non si sarebbero mai avuti né la Comunità europea del carbone dell’acciaio né i trattati di Roma. Quindi non dobbiamo in alcun modo illuderci. Il fatto che le nostre democrazie siano fortemente condizionate dall’opinione pubblica, o che i media abbiano acquisito un peso maggiore, non significa che i nostri rappresentanti politici debbano seguire pedissequamente l’opinione pubblica. Al contrario, dovremmo spiegare quali misure ci permetteranno di raggiungere il nostro obiettivo, anche se magari scontenteranno l’opinione pubblica. Ribelliamoci all’odierno tradimento dei chierici! Questa ideologia si manifesta oggi nella credenza che l’Europa sia bell’e finita, che non rappresenti più un tema rilevante per le sfide della nostra epoca e che il nazionalismo o la brutalità siano le giuste risposte alla situazione attuale.

Enderlein: Ovviamente è anche possibile uscire sconfitti dal dibattito sull’Europa, come abbiamo visto in Gran Bretagna.

Macron: È il pericolo che corriamo se non si partecipa attivamente a questo dibattito. È un dato di fatto. Abbiamo bisogno di dibattiti accesi. È nostro dovere dire cose che qualcuno potrebbe trovare sgradevoli. Ad ogni modo, la cosa migliore è assumere un ruolo guida nel proprio Paese in questo dibattito complesso. Onestamente, non è il caso che mi metta a dare lezioni ai tedeschi per spiegare come devono investire il loro denaro. Molti francesi l’hanno già fatto. Siamo i re incontrastati nel dare lezioni ai tedeschi. È molto più utile che io lo spieghi ai francesi: se vogliamo riscoprire la nostra dignità, la nostra capacità di agire e di difendere l’idea di Europa, dobbiamo prima di tutto attuare le riforme a casa nostra, così da innescare un processo di proporzioni assai maggiori in Europa. Questo è il motivo per cui credo anche che il Mulino 3/2017 13 sull’Europa da ripensare quello che voi state facendo sia di grande utilità, e sarebbe bello se intellettuali e politici dicessero con una voce sola: «Abbiamo bisogno di più investimenti e di più solidarietà!». E dovremmo guardarci dal fare del risanamento del bilancio – o dei rischi di inflazione che, in tutta franchezza, non mi sembra rappresentino la minaccia più spaventosa per la Germania – un feticcio.

Enderlein: Ma è possibile uscire sconfitti dal dibattito sull’Europa? È possibile correre questo rischio passando all’offensiva?

Gabriel: Emmanuel Macron ha ragione, non c’è dubbio: se non ci si prova nemmeno, si parte già sconfitti. Inoltre, è mia ferma convinzione che si tratti di un dibattito dal quale non possiamo che uscire vincitori. È la lezione che abbiamo tratto dall’Illuminismo francese: in ultima analisi, coloro che sposano il punto di vista illuminato trionferà. È vero, a volte hanno sofferto battute d’arresto, e altre volte sono stati sconfitti. Ma la storia dell’Illuminismo ci mostra che alla fine hanno la meglio. E perché mai non dovrebbe essere così anche nel nostro caso?

Enderlein: Jürgen Habermas, nella sua introduzione lei ha affermato che non esiste una legge naturale secondo cui la questione dell’equità distributiva è ristretta ai soli confini nazionali. Possiamo pertanto chiederci: perché l’Europa, nello specifico, e non invece gli stati-nazione, le regioni o il mondo intero addirittura, rappresenterebbe la categoria di riferimento? Perché l’Europa è così significativa? Habermas: La storia è un susseguirsi di incidenti: una ragione in più per continuare la strada fin qui intrapresa. Abbiamo investito mezzo secolo di energie – sessant’anni per la precisione, dalla firma dei trattati di Roma – in un progetto straordinariamente impegnativo. Oggi non dobbiamo chiederci «perché l’Europa?», bensì: «Esiste qualche ragione per abbandonare questo progetto, ormai in uno stadio così avanzato?». Questo malgrado i suoi successi non vengano più apprezzati come meritano, in quanto, a causa di scelte politiche avventate, siamo precipitati in uno stato di profonda divisione all’interno dell’Europa.

Ci troviamo qui a discutere la questione del futuro dell’Europa perché siamo ormai giunti a un momento storico cruciale. Dopo aver compiuto così tanti sforzi per creare in Europa una giurisdizione legale funzionante e a cui tutti noi apparteniamo non solo in virtù di un passaporto, e dopo aver compiuto così tanti sforzi per creare un’area economica comune e una valuta comune (che sarebbe assai più costoso abbandonare di qualsiasi altra opzione), è necessario che focalizziamo la nostra attenzione su come mantenere i risultati fin qui ottenuti, ma soprattutto su come correggere gli errori che ci hanno cacciato in questa situazione critica. Questi errori sono in larga parte l’esito di asimmetrie economiche tra le economie nazionali degli stati membri, e sono stati ulteriormente aggravati dal programma forzatamente tecnocratico che il Consiglio europeo concepì per risolvere il problema. Sigmar Gabriel ha ragione: per coinvolgere finalmente i cittadini in politiche che esercitino un impatto profondo sulle loro vite, occorre mondare la narrazione europea da pregiudizi ormai inveterati. Purtroppo, considerata la crescente opposizione che stiamo fronteggiando, non abbiamo molto tempo a disposizione.

Comprensibilmente, Emmanuel Macron ha esposto le sue tesi sulla base dello status quo: la sua opinione è che i francesi non possono dire al governo tedesco cosa fare – né dovrebbero volerlo –, e che prima di tutto dovrebbero risolvere da sé i loro problemi interni. Solo che, signor Macron, per come la vedo io, questo non basta nell’attuale situazione. Non dovrebbe riflettere sugli obiettivi che intende raggiungere in Europa e per l’Europa la prossima volta che visiterà Martin Schulz o Angela Merkel in qualità di presidente francese? Intendo quegli obiettivi che si possono raggiungere solo con un lavoro d’intesa.

Enderlein: Prima che Emmanuel Macron risponda, vorrei aggiungere una seconda domanda, riagganciandomi a quanto appena suggerito da Jürgen Habermas. Quale sarà la prima iniziativa che lei introdurrà da presidente? Qual è l’iniziativa più importante da attuare per quel che concerne l’Europa?

Macron: Innanzitutto, per non dare adito a fraintendimenti, mi preme sottolineare che su questo punto non mi sono arreso al disfattismo, né nutro alcun dubbio sul fatto che bisogna creare una nuova narrazione. Sigmar Gabriel ed io ne abbiamo convenuto a più riprese. Dei miei obiettivi riguardo all’Europa e all’Eurozona ho già scritto. Dico questo secondo uno stringente ordine di priorità: se vogliamo essere credibili, dobbiamo per prima cosa ricostruire casa nostra. E personalmente non vedo come inalterabile questo stato di cose.

Sto cercando di dire che sì, mi sono impegnato ad attuare le riforme, e sì, le considero necessarie per il mio Paese. Ma non bisogna fermarsi qui. Intanto si tratterebbe di misure insoddisfacenti per la Francia. Non risolverò tutti i problemi della Francia: il futuro della Francia è in una politica focalizzata sull’Europa e sull’investimento. In secondo luogo, non risolverò tutti i problemi dell’Europa da solo. E la road map che definisce la via da percorrere – e da noi sottoscritta nell’Ue – è molto il Mulino 3/2017 15 sull’Europa da ripensare più ambiziosa. Per cui, sotto questo profilo, non c’è nessuna ambivalenza. E quando ho parlato con la cancelliera Merkel sono stato chiaro su questo punto. Ma ora come ora, la precondizione essenziale è il recupero della credibilità da parte dei francesi e un rinnovamento delle relazioni franco-tedesche imperniato sulla fiducia. Difatti la situazione in cui mi trovo non è quella di un intellettuale indipendente, bensì di un politico responsabile che si presenta come candidato e tenta di ripristinare un partenariato efficiente con gli alleati tedeschi. La chiave, per me, consiste dunque nel ricostruire un livello di fiducia oggi inesistente. La cosa potrebbe avere anche a che fare con la passata abitudine, da parte dei francesi, a offrire lezioni, narrazioni o opinioni senza creare le necessarie precondizioni per metterle in pratica.

Essendo onesto con me stesso, voglio perseguire entrambi i progetti nel giusto ordine. Voglio convincere i miei concittadini che le riforme sono necessarie per diventare più forti, e voglio convincere i nostri partner europei che quest’obiettivo deve andare a braccetto con una maggiore assertività – una nuova narrazione, una nuova storia condivisa – nel perseguire gli obiettivi a livello europeo e dell’Eurozona. Solo così potremo progredire.

È questa storia condivisa ciò su cui concentrerò i miei sforzi come primo atto della mia presidenza. Voglio vedere una cooperazione molto più strutturata tra Francia e Germania su almeno tre questioni: investimento, sicurezza comune alle frontiere e difesa, specie nel Medio Oriente e in Africa. Credo poi che questa strategia vada integrata da atti simbolici.

Attuando questo «New Deal franco-tedesco», avremo compiuto un passo importantissimo, che ci permetterà di innescare ulteriori progressi tra tutti e ventisette gli stati membri e a livello di eurozona. Ma anche in Francia e in Germania questa iniziativa ci porterà a investire in qualcosa che si prefigura come la nuova risposta agli enormi rischi che incombono su di noi. Al momento, infatti, di cosa hanno paura le nostre popolazioni? Dei problemi riguardanti sicurezza e terrorismo, delle ondate migratorie e della sicurezza lungo le frontiere, e poi dei problemi dell’investimento e dei bassi tassi di crescita. Le tre risposte ai problemi da me descritti sono alla nostra portata, a patto che decidiamo di attuare una diversa strategia, e a patto che decidiamo di lavorare assieme e di instaurare un rapporto di autentica fiducia reciproca.

In entrambi i nostri Paesi l’opinione pubblica è a conoscenza dei rischi globali che vanno prospettandosi, ma non è automaticamente disposta a percorrere la strada europea. Sono convinto che se chiedeste al pubblico tedesco di appoggiare una politica di investimento su larga scala a vantaggio dell’Europa, ricevereste un secco rifiuto. E se io stesso proponessi una politica su larga di scala di difesa lungo le frontiere, scommetto che i francesi non lancerebbero grida di giubilo. Ma qualche decennio fa tedeschi e francesi avvertivano forse con la stessa intensità di oggi il bisogno di unificare le loro industrie dell’acciaio e del carbone? No. Ma andava comunque fatto.

Le tre azioni di solidarietà che ho qui delineato riguardano aree dove, in parte, Francia e Germania sono marginalmente predominanti. È mia intenzione agire rapidamente e con fermezza dopo le elezioni per mandare avanti assieme questi progetti.

L’incontro, intitolato «Welche Zukunft für Europa?», ha visto a confronto Jürgen Habermas, Emmanuel Macron e Sigmar Gabriel il 16 marzo 2017 presso la Hertie School of Governance di Berlino, moderati dal vicepresidente della Hertie School Henrik Enderlein.

Published 17 May 2017

Original in German
First published in Blätter für deutsche und internationale Politik 4/2017 (German version); Eurozine (English version); il Mulino 3/2017 (Italien version)

Contributed by il Mulino
© Blätter für deutsche und internationale Politik / Eurozine / il Mulino

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