Due o tre cose sull'Albania. Appunti di viaggio

Travel notes

13 May 2014
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Leggere Böll a Tirana

“Il fascino austero della Tirana di un tempo – mi dice Artan Puto, giovane storico albanese, redattore della rivista Përpjekja – non c’è più”. Una crescita edilizia senza capo né coda sembra aver fagocitato la città. Dalla terrazza del grattacielo della Coin, uno di quei luoghi in cui – sotto un sole ancora tiepido di fine novembre – la recente “alta società” albanese ama sedersi ai tavolini e ordinare un cappuccino, la burrascosa trasformazione della capitale si scorge nitidamente. Ci vorrebbe un grande film come L’età dell’innocenza di Scorsese, mi dice ancora Puto, per descrivere i riti della singolare upper class che ci circonda, i suoi codici, i suoi vestiti, i suoi status symbol, le sue case, le sue vacanze… Tra essa e le immagini dello sconquasso dei primi anni Novanta corre di mezzo una galassia.

The Italian Navy vessel Sibilia, which collided with the Albanian ship Kateri i Rades after it left from the Albanian port city of Vlore with 142 people on board. Photo: Eugenio Castillo. Source: Wikipedia

“Chi sono i nuovi ricchi?”, gli chiedo. Come si è creata la nuova ricchezza?
“Con il flusso di denaro proveniente dalle organizzazioni internazionali, innanzitutto. E poi con l’edilizia. Vent’anni fa Tirana aveva 250 mila abitanti, adesso ne ha quasi un milione”.
I signori di questa radicale trasformazione urbanistica sono i veri padroni dell’Albania contemporanea. Ma ora, dopo aver prosperato per un quindicennio, il loro piccolo impero comincia a scricchiolare sotto la crisi del mattone. Molti soccombono, i più lesti e rapaci riescono a reinvestire altrove. Ad esempio, nelle grandi concentrazioni editoriali (note per il fatto di pagare una miseria il lavoro dei giornalisti) oppure nel business tutto albanese delle scuole e delle università private. Tirana ne conta almeno trenta (di università private), con rette che si aggirano intorno ai 200-300 euro mensili (più o meno lo stipendio di un dipendente statale). Molte sono dispensatrici di un pezzo di carta (e noi italiani, con la triste vicenda di Renzo Bossi e dell’entourage leghista, ne sappiamo qualcosa). Alcune, le più serie, formano la nuova classe media. I figli dell’élite, invece, vanno a studiare direttamente a Londra o negli Stati Uniti.


Sono a Tirana per la Fiera dell’editoria. Il naufragio, il mio libro sull’affondamento della Kater I Rades al largo delle coste pugliesi nel 1997, è stato appena tradotto in albanese. Benché sia stato accolto positivamente dalla stampa liberal, ho l’impressione che una lunga opera di rimozione su tutte le vicende degli anni Novanta (e in particolare proprio sul cataclisma del 1997) si sia abbattuta sulla nuova Albania. Ne ho conferma chiacchierando con lo scrittore Ardian Vehbiu, autore di racconti sul periodo totalitario e di un saggio intitolato Kundër purizmit (Contro il purismo, Botimet Dudaj, 2012) sul dilagare del nazionalismo identitario. “I drammi del passato interessano solo una ristretta minoranza di intellettuali”. Tutti gli altri vogliono dimenticare certe vicende perché sono sinonime di povertà, miseria, caos. Non solo i nuovi ricchi: anche la ristrettissima classe media o il popolo delle periferie che preme alle porte del centro e stenta ad arrivare alla fine del mese. Vogliono rimuovere anche gli studenti che si affollano numerosi tra gli stand della Fiera: guardano avanti, sognano altro.

Questa rimozione ha due conseguenze. La prima è che la presenza dell’Italia (ancora evidente nei nomi delle banche, dei ristoranti o sugli scaffali dei supermercati) sembra evaporare. Non siamo più la terra promessa, ed è davvero molto difficile trovare un albanese al di sotto dei 25 anni che comprenda l’italiano: una cosa impensabile fino a 10 anni fa. Ora i ragazzi parlano un inglese perfetto, molto più dei loro coetanei al di là dell’Adriatico. (Ovviamente, la nostra incapacità di intessere un reale dialogo transnazionale, e di comprendere le trasformazioni radicali del paese vicino, è il principale alleato di questa evaporazione.)

La seconda è che, con la rimozione di una memoria critica degli anni Novanta, si è cancellata anche la possibilità di un’indagine obiettiva sulle responsabilità politiche. Oggi l’Albania sembra uno dei paesi più liberi del mondo, eppure sono al potere le stesse persone che, provenendo dalle file del vecchio partito comunista (le terze, le quarte file), erano già al potere nella prima metà degli anni Novanta. Mi dice Vehbiu: “La struttura del linguaggio pubblico, la costruzione sintattica delle frasi pronunciate dai ministri o dai leader politici, è la stessa di trenta o quarant’anni fa. Cambiano i soggetti delle frasi (invece che del comunismo si parla magari dell’Europa), ma il modo di parlare . il medesimo”.

Quasi a celare questo continuismo, e i problemi che affliggono i nove decimi della società, la capitale è avvolta da un numero spropositato di bandiere nazionali. Si celebra il centenario dell’indipendenza albanese del 1912, ma non ci sono solo i drappi ufficiali appesi ai palazzi del potere lungo il Boulevard. Da ogni condominio ne spuntano sei o sette, quasi fossimo alla vigilia di una finale dei Mondiali di calcio.

La Fiera del libro è ospitata nel Palazzo dei Congressi, in un angolo della città il cui impianto urbanistico è ancora quello dell’occupazione fascista. Pare di essere all’interno di una piccola riproduzione dell’Eur. Ampi spazi, imponenti colonnati razionalisti. Tra i libri venduti sono molti gli autori italiani. Sia i classici del Novecento (Calvino, Buzzati, Silone, Levi…) sia quelli più recenti (Eco, Tabucchi, Ammaniti, Saviano, Carmine Abate, Michela Murgia…) Ma in generale salta subito agli occhi come gli albanesi siano un popolo di grandi traduttori. Non c’è autore europeo o americano più o meno noto che non sia stato tradotto. Eppure – mi fa notare un giornalista – la qualità delle traduzioni lascia spesso a desiderare: “Molti hanno rovinato anche i premi Nobel…”.

Il mio editore, Arlinda Dudaj (punto di riferimento per le case italiane, dalla Mondadori alla Feltrinelli) mi confida che la crisi dell’editoria inizia a sentirsi anche qui, nelle stesse forme e con gli stessi numeri impietosi dell’Italia. Molti accusano perdite del 20-30%. Probabilmente saranno in pochi a sopravvivere nei prossimi anni, in un Paese la cui crisi economica sembra dipendere innanzitutto dalla crisi economica dei due vicini più grandi, l’Italia e la Grecia.

Tra i libri che acquisto, quello che più colpisce la mia attenzione è la traduzione albanese di Opinioni di un clown di Heinrich Böll. L’ha curata Ardian Klosi, scrittore cosmopolita, giornalista, editore raffinato, ecologista, una delle voci più interessanti e acute dell’Albania posttotalitaria. Nella primavera scorsa Klosi si è suicidato, e il suo suicidio – per il profondo shock che ha provocato in un’ampia cerchia di amici, intellettuali, compagni di strada, militanti politici – mi ha ricordato quello di Alex Langer. Sono rimasto colpito dalla sua traduzione di Böll, pubblicata tre anni fa, perché una pagina su cinque del libro è su sfondo grigio. Quando ho chiesto alla nipote il perché, mi ha risposto che la “pagine grigie” (una cinquantina) sono quelle censurate dal regime nella prima edizione del 1985. Parlano di sesso, religione, amore… (“temi allora proibiti”). Klosi ha voluto pubblicare in questa forma editoriale la nuova edizione. E non poteva esserci fotografia più impietosa della follia della dittatura: uno dei libri più feroci contro il pachidermico processo di denazificazione della Germania censurato per ottuso moralismo.

Di sera, passeggio da solo per le strade del Blok, un tempo cittadella proibita in cui abitavano, circondati dai soldati, il dittatore, i membri del Politburo e le loro famiglie. Oggi è rimasto in piedi solo qualche edificio, in particolare la residenza di Enver Hoxha, ormai disabitata. Il Blok è il cuore della trasformazione edilizia della capitale. Ci vive la nuova upper class. E di notte i suoi locali, le sue discoteche, i suoi lounge bar (presenti in una quantità eccessiva, neanche fossimo a Trastevere) si riempiono di gente che arriva in Suv o in Mercedes. Eccolo il cuore del potere socio-economico, e soprattutto estetico, della nuova Albania: la presa del Palazzo d’Inverno è avvenuta a colpi di drink e di musica chiassosa.

In viaggio verso Sud

Una volta, Pasolini ha detto più o meno che il Terzo mondo iniziava nelle borgate di Roma. Ho pensato lo stesso passeggiando per Tirana. Non serve andare nella periferia estrema. Basta allontanarsi un centinaio di metri dal reticolo delle strade centrali: già alle spalle dell’ambasciata americana inizia un altro mondo, profondamente diverso da quello del Blok e del Boulevard. Un dedalo di stradine confuse, palazzi diroccati, asfalto che si disfa, pozzanghere… Ma anche tantissimi negozietti che vendono di tutto, ambulanti, caffe popolari affollati a ogni ora del giorno e della notte: un brulicare di vita levantina.

L’Albania è un sovrapporsi di piani temporali e urbanistici differenti. Forse sarà eccessivo usare la categoria di Terzo mondo (in fondo, lo era anche per la periferia romana). Di sicuro, però, c’è un altro mondo che preme alle porte dello sviluppo distorto che a volte sembra aver avvolto il Paese. Un mondo fatto di uomini e di donne che arrancano.

Con Fatos Lubonja (scrittore che, condannato ai lavori forzati dal regime, ha vissuto 17 lunghi anni in un gulag) ho discusso a lungo dell’ultimo numero della rivista da lui diretta, Përpjekja: un numero monografico che decostruisce il mito nazionale di Giorgio Castriota Skanderbeg, colui che nel XV secolo resistette per oltre due decenni alle forze soverchianti dell’impero ottomano. Il numero è uscito proprio nelle settimane in cui andavano intensificandosi i festeggiamenti per il centenario dell’indipendenza albanese (che cade il 28 novembre), e il suo forte impianto anti-nazionalistico non poteva non stridere, in questi giorni di euforia patriottica. La tesi sostenuta da Lubonja è interessante. Skanderbeg, dice, è stato il principale mito intorno a cui si è costruito il nazional-comunismo albanese, ideologia di regime sempre più asfittica, ma necessaria, via via che Enver Hoxha rompeva – a uno a uno – con tutti gli altri stati dell’universo marxistaleninista e serrava il Paese all’interno dei suoi confini. Oggi quell’iconografia, continua Lubonja, non è stata rigettata. Anzi, in una singolare forma di continuità, viene utilizzata per altri scopi. Dal nazional-comunismo si è passati al nazional-europeismo. Il mito di Skanderbeg (alimentandone tra l’altro i tratti antiantioccidentali) diviene funzionale alla richiesta dell’ingresso nell’UE. Un gioco di specchi davvero paradossale.

Eppure ho l’impressione che il nuovo nazionalismo albanese, oltre a celare la crisi sociale del Paese, nasconda posticciamente altre differenze regionali. “La lotta politica si sta regionalizzando”, mi confidano in molti. Sali Berisha è sempre più percepito come un uomo del Nord, ed è proprio nel Nord rurale, ai confini con il Kosovo, che ha la sua roccaforte. Viceversa, il Partito Socialista, da sempre forte al Sud, “meridionalizza” ulteriormente la propria visione dell’Albania. La cartina politica del Paese è sempre più spaccata in due, e queste divisioni sembrano tra l’altro ricalcare le differenze linguistiche. Tirana, la capitale mutata tumultuosamente, sommo oggetto del contendere politico, è nel mezzo.

Che il nazionalismo copra un forte regionalismo lo si può cogliere anche girando per il Paese. A Valona, ad esempio, la città da cui ha avuto inizio il processo di indipendenza nel 1912, ricordare quegli eventi vuol dire ricordare quasi unicamente Ismail Qemali, una sorta di Mazzini albanese, originario proprio di qui. Il suo faccione è ovunque, nella città in riva al mare. Per converso, mi pare che il suo ricordo sia fortemente ridimensionato nella capitale.
Sono stato a Valona per un’altra presentazione del mio libro. Con i ragazzi della casa editrice Dudaj abbiamo attraversato tutto il Paese in macchina: una lunga autostrada senza pedaggio congiunge ormai l’Albania da Nord a Sud. A destra e a sinistra, tra innumerevoli pompe di benzina Taçi Oil (Rezart Taçi è il petroliere albanese che voleva acquistare il Bologna calcio) scorre un Paese molto diverso da Tirana. Durazzo è una città che ha distrutto il suo litorale, con una serie infinita di alberghi e palazzoni che arrivano giù giù fino al mare. La cementificazione della costa, spesso perseguita con veri e propri gioielli del non-finito, è uno dei massimi scempi dell’Albania contemporanea. L’altro è quello dello smaltimento dei rifiuti. In un Paese in cui la metà degli abitanti vive ancora nei villaggi, la stragrande maggioranza dell’immondizia viene bruciata alla luce del sole. Ciò poteva ancora essere sostenibile trent’anni fa. Ma oggi, con un Paese invaso dalla plastica in ogni suo anfratto, si stanno gettando le basi per un disastro ecologico.

A Fier è ancora possibile riconoscere molti tratti della vecchia Albania. I piccoli chioschi male illuminati, le bancarelle con i tacchini ancora vivi bene in mostra, i poveri bar in cui si beve raki o caffè alla turca… “Ti piace l’esotismo”, mi apostrofa la mia editrice Arlinda Dudaj, smascherando in poche parole quello che Edward Said avrebbe bollato come pessimo orientalismo. Eppure, pochi chilometri dopo la fine della città, non posso non rimanere stupefatto davanti a una vecchia serra di vetro che si estende per qualche ettaro. La serra è ormai in disuso, ma il vetro è ancora lì, al suo posto: una cattedrale di ingegneria agricola in mezzo ai campi. A Sud, l’Albania è un susseguirsi di ulivi, non molto dissimile dalla costa al di là del mare, quella salentina.

Nel corso dell’ultima edizione del Torino Film Festival, è stato presentato Anija (La nave), un film di Roland Sejko che racconta gli ultimi trent’anni di storia albanese attraverso i viaggi della speranza verso l’Italia: si partiva proprio dalla costa lungo la quale discendiamo. Moltissime sono le immagini e le interviste che ricordano ad esempio i primi sbarchi albanesi a Brindisi, nel marzo del 1991, cinque mesi prima della arrivo della Vlora nel porto di Bari.
È un film molto bello, quello di Sejko, soprattutto perché fa un largo uso di vecchi materiali della tv albanese: materiali che ci permettono di percepire un mondo (la vita sotto la cappa del totalitarismo, il desiderio di fuggire) oggi scomparso. Ci sono, poi, immagini in bianco e nero che tolgono il fiato. Riprendono un processo popolare tenutosi a Berat nel gennaio del 1978. Alcuni ragazzi (“persone degradate nella vita privata e sociale”) vengono condannati a morte per il solo fatto di amare la musica italiana e aver organizzato (così almeno dice l’accusa) un viaggio per espatriare.

Penso ai loro sguardi gelati dalla paura nel momento in cui la sentenza viene emessa, mentre attraversiamo la periferia di Valona. Qui la presenza dell’Italia e della lingua italiana sembra essere ancora forte, più forte che in qualsiasi altra città dell’Albania. Eppure, anche qui, guardando la costa mutata, le costruzioni sulla scogliera, i villaggi per i turisti che d’estate provengono dal Nord del Paese o dall’altra parte dell’Adriatico, penso che quegli sguardi terrorizzati siano un reperto archeologico.

Dopo la presentazione del libro, non abbiamo il tempo di proseguire ulteriormente verso Sud, in serata dobbiamo tornare a Tirana. Peccato… Sollecitato da quanto mi raccontava in macchina Artan Puto, avrei voluto vedere Ksamil, il punto più a Sud dell’Albania, dieci chilometri dopo Saranda, proprio di fronte all’isola di Corfù. “Prima”, mi dice Puto, intendendo “ai tempi del regime”, c’era un bellissimo giardino di aranci, uno spettacolo della natura e della mano dell’uomo. Oggi non c’è più: è stato sradicato dall’industria del turismo, come tante altre cose nella nuova Albania.

In fondo, penso tra me e me, meglio non averlo visto. Da qualche parte ho letto che la distruzione di un agrumeto è uno dei peggiori crimini contro la civiltà. Ma pur sforzandomi, lungo la strada che ci riporta verso la capitale imbandierata per la festa dell’indipendenza nazionale, non riesco a ricordare dove.

Ancora sulla rimozione del 1997

Voglio essere più preciso. Di tutte le cose che hanno colpito la mia attenzione in questo ultimo viaggio albanese, la rimozione della rivolta del ’97 (cruenta esplosione di violenza che provocò tremila morti in pochi mesi) è quella che più mi ha stupito. Su tutte le emittenti televisive albanesi, pubbliche e private, mi è capitato spesso di vedere in questi giorni uno spot propagandistico fatto realizzare dal governo Berisha. In pochi secondi si ricordano cent’anni di storia albanese, dall’indipendenza del 1912 ai festeggiamenti che ci circondano nel 2012. Ci sono tutti i protagonisti della storia nazionale: perfino Enver Hoxha sembra essere recuperato nel pantheon (come se noi, nel corso del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, avessimo ricordato allo stesso modo Cavour, Manzoni e Mussolini…). Ampio spazio iconografico viene dato ai moti contro il regime (con Berisha allora leader delle opposizioni) e al viaggio della Vlora verso le coste pugliesi. Poi si salta alle date del nuovo secolo. Nel mezzo, un enorme buco sembra avvolgere il 1997 e le sue responsabilità politiche. Quasi fossimo in un libro di Dick, una parte del passato nazionale è stata risucchiata nel nulla.

Sono passati quindici anni dal 1997, dal crollo delle piramidi finanziarie e dal caos che ne seguì, un caos che noi percepimmo unicamente come pericolo di una nuova ondata di sbarchi. In realtà, quei mesi sono un momento chiave per capire la storia albanese contemporanea. Un Paese uscito dal più rigido sistema stalinista sembrava crollare all’improvviso sotto le illusioni della finanza facile. Un evento casuale? No, tutt’altro. C’erano responsabilità politiche precise, radicate. C’erano un governo e un Presidente della Repubblica (lo stesso Sali Berisha), spalleggiati da molte ambasciate occidentali, che avevano esortato la gente comune a investire nelle finanziarie: quando manifestazioni sempre più oceaniche chiesero loro di dimettersi, si arroccarono al potere. Di contro, i partiti di opposizione non si mostrarono all’altezza degli eventi. La crisi albanese del ’97 nasce da qui, dall’intreccio tra bizantinismo politico e sconquasso economico. Dopo la violenta repressione di una sacrosanta rivolta sociale e politica, l’Albania piombò nel caos, e specie nel Sud il controllo fu assunto per alcuni mesi da bande armate.

A quei mesi, proprio Fatos Lubonja ha dedicato un romanzo, 1997. Apokalipsi i rremë (1997. Una falsa apocalisse, Marin Barleti, 2010), uno di quei libri che mi sono portato dietro in Albania quasi fosse una cartina storicogeografica. Non un saggio, non un libro di memorie, ma un romanzo storico che ruota intorno all’alter ego Fatos Qorri: un romanzo in cui pagine di diario del protagonista si alternano a una narrazione in terza persona che tiene conto delle convulsioni di tutto il Paese. Ciò che si racconta nel libro è drammaticamente vero: l’apocalisse del titolo è negli eventi che si susseguirono sempre più traumatici. Se suona “falsa”, è perché le proteste sfuggirono di mano. La rivolta divenne anarchia, e alla fine una cappa si richiuse gattopardescamente su se stessa, senza che nulla cambiasse.

Lubonja ebbe allora un ruolo attivo nella società civile. Insieme a Kurt Kola e Daut Gumeni fu tra i principali animatori del Forum per la Democrazia: un cartello eterogeneo di associazioni, ex-perseguitati politici, semplici oppositori che pretendeva una svolta. Nel nuovo corso instauratosi intorno a Sali Berisha (ritornato poi al potere anche nel nuovo secolo), c’era in realtà molto di vecchio.

In un’intervista recentemente rilasciata alla rivista albanese Mapo, e tradotta in italiano sul sito “Albanianews”, Lubonja ha ammesso: “Forse il mio punto di vista era un po’ troppo idealistico: portare a termine nel ’97 ciò che non fummo in grado di fare nel ’91, abbattere i residui della dittatura da soli, non solo tramite la caduta del Muro di Berlino.” E ancora: “Io considero quel disfacimento la pietra miliare di tutto ciò che è avvenuto in seguito: del fatto che abbiamo una classe politica che pensa solo a se stessa, che si arricchisce, fa tutto ciò che vuole, dove ci sono omicidi, distruzioni, ricostruzioni, e alla fine nessuno viene punito.”

Al di là dei duri giudizi politici, peraltro pienamente condivisibili, 1997 è un libro capace di restituire un’epoca e di spiegare quanto di quel passato obliato è ancora incistato nelle viscere dell’Albania che corre verso un futuro incerto. A un certo punto, Lubonja scrive a proposito dei giorni più cruenti di Valona: “Sparavano tutti contro il cielo. Il maggior pericolo era la follia e il panico delle persone che non sapevano cosa stava succedendo e cosa sarebbe accaduto loro l’indomani. Sembrava un evento apocalittico, ma era una falsa apocalisse. Non avrebbe portato nessuna novità. Avrebbe semplicemente lasciato le cose com’erano.”

C’è una domanda che mi frulla sempre più nella testa: è possibile creare le basi per una storia condivisa tra le due sponde dell’Adriatico? È possibile farlo davvero? Romanzi, racconti e inchieste che provano a sollevarsi dall’io più minuto, e a guardare al di là della propria parte, sembrano andare proprio in questa direzione. Non sono molti forse, ma ci sono. E a volte sono le uniche armi di cui disponiamo contro le truppe della rimozione.

Postfazione: La vittoria di Edi Rama

La vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Edi Rama alle ultime elezioni albanesi segna probabilmente la fine della lunga parabola al potere di Sali Berisha: premier da otto anni, ma soprattutto presidente della Repubblica nei primi anni del post-comunismo e durante la gravissima crisi del 1997. Berisha, alla guida del Partito democratico, è stato l’uomo forte della controversa transizione post-totalitaria, in un arco di tempo in cui il bizantinismo della politica ha fatto da contraltare alle rapide trasformazioni della società.

Le ultime elezioni ci dicono molto del “paese di fronte”: quale dialogo potrà essere instaurato nei prossimi anni? La flessione del Pd è stata netta. Nonostante il forte astensionismo, il voto anti-Berisha rivela che la gran parte degli albanesi che si sono recati alle urne, spesso tornando dall’Italia e dalla Grecia, vogliono un nuovo corso. Ora l’Albania è davanti a un bivio: chiudere con i tempi di quella lunga transizione e procedere verso l’integrazione europea, che tutti sembrano voler desiderare, o mutuare i vizi peggiori del passato.
Il candidato socialista Edi Rama, sindaco di Tirana dal 2000 al 2011 ha incarnato lo spirito di cambiamento. Eppure ha due pesanti macigni sul proprio cammino. Il primo: il profondo rinnovamento del Partito socialista erede di Fatos Nano deve ancora compiersi pienamente, il percorso è solo a metà. Il secondo: il suo principale alleato, Ilir Meta (forte di 16 deputati sugli 84 della nuova maggioranza), era alleato di Berisha fino a sei mesi prima delle elezioni.
Per i suoi detrattori, Meta (fuoriuscito dallo stesso Partito socialista) è il simbolo del trasformismo albanese. Nel gennaio del 2011 l’opposizione organizzò una manifestazione oceanica contro un caso di grave corruzione che vedeva l’allora vicepremier Meta come protagonista. La polizia sparò sulla folla, uccidendo quattro persone. Ora Rama è stato costretto ad allearsi proprio con lui per sconfiggere Berisha. Quali condizionamenti avrà il suo governo?

Ciononostante in Albania sembra soffiare un vento diverso. Rama non è stato votato solo dai giovani e dai ceti medi urbani, il suo partito ha vinto in quasi tutte le province del paese: non solo al sud, ma anche in alcune ex roccaforti del Pd al nord.

Per capire quali potranno essere le linee guida del governo che presiederà, bisogna leggere il suo ultimo libro, “Kurban”, un misto di memoir autobiografico e saggio politico, che in Albania ha venduto quanto un best seller (oltre ventimila copie). “Kurban” è innanzitutto un duro atto d’accusa contro la corruzione della politica e il servilismo di intellettuali e giornalisti, che spesso si comportano come se il regime non fosse mai caduto. Due temi molto caldi negli ultimi anni.

Rama sembra essere molto attento anche al rischio che l’Albania sia stravolta da un urbanesimo malato (male che finora è stato avvallato sia a destra che a sinistra dello schieramento politico, anche in anni in cui Rama era sindaco della capitale). Questo, insieme al rinnovamento delle istituzioni, sarà uno dei banchi di prova del suo governo di coalizione: è su tali temi che il governo Rama dovrà dimostrare di essere realmente all’altezza dei proclami lanciati dall’autore di “Kurban”. Altrimenti, ma speriamo che non sia così, la delusione sarà enorme.

Published 13 May 2014

Original in Italian
First published in Lettera internazionale 114 (2012) (original Italian version excluding "postface"); Wespennest 166 (2014) (German version); Eurozine (English version)

© Alessandro Leogrande / Lettera internazionale / Wespennest / Eurozine

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