Credere negli Usa, tra nuove paure e vecchie risposte

19 September 2005
Read in:

Giancarlo Bosetti: Prof. Benhabib, lei conosce molto bene sia gli Usa che l’Europa. Esiste un reale divario tra le due situazioni rispetto alla questione del ruolo della religione e della sfera pubblica?

Seyla Benhabib: Assolutamente sì. Penso che ciò sia vero sia che si guardi all’Europa cattolica che a quella protestante. L’Europa ha avuto l’esperienza della lotta tra chiesa e Stato che ha fatto sì che venissero tracciate alcune linee, e non credo che a nessuno verrebbe in mente di oltrepassarle. In Europa gran parte dei discorsi verte sul concetto di cultura, che diventa un contenitore più solido per questioni morali ed etiche complesse di quanto non sia la religione. A volte, è vero, ci sono discussioni pubbliche che toccano la religione; è accaduto, per esempio, in Germania, a proposito del crocifisso nelle scuole; oppure con la questione del velo in Francia: la secolarizzazione ha spinto perché gli studenti, cristiani, ebrei o musulmani, non ostentino apertamente segni della loro religione. Ma l’Europa sta ancora tentando, in modi molto diversi, di mantenere la neutralità della sfera pubblica.

GB: E negli Usa?

SB: Gli Stati Uniti hanno tutt’altra esperienza, sono stati istituti dai puritani che vi erano arrivati per poter esercitare la libertà religiosa; dunque, l’esercizio di questa libertà ha un posto importante nella sfera pubblica, anche se esiste al tempo stesso una forte dottrina della separazione tra chiesa e Stato. In generale, la sfera pubblica americana è molto più pervasa da toni religiosi, anche se non da una religione in particolare: si pensi solo alla celebre frase “Dio benedica l’America”. Insomma, non ho mai sentito un presidente tedesco dire: “Dio benedica la Germania”! Negli Stati Uniti, c’è una sorta di religiosità ecumenica, molto diffusa. Voglio fare un altro esempio. Sono rimasta molto colpita quando, dopo l’11 settembre 2001, ad una cerimonia di commemorazione delle vittime, il presidente Bush ha invitato non solo un prete, un pastore e un rabbino, ma anche un religioso musulmano. È stato un gesto sorprendente, l’invito di tutte queste figure religiose, se si pensa che i dirottatori erano musulmani. Il fatto interessante è proprio questo: gli Stati Uniti hanno portato la religione all’interno della sfera pubblica senza penalizzarla o escluderla, ed questa è la grande differenza con l’Europa. Questa invece si trova sempre di più a dover affrontare numerosi problemi legati al rapporto fra religione e sfera pubblica, in particolare per la presenza della popolazione degli immigrati musulmani.

GB: I valori morali hanno giocato un ruolo di peso nella competizione politica negli Stati Uniti e in Europa, in rapporto alle rispettive situazioni. Si può affermare che uno degli aspetti di questo fenomeno è il ritorno dell’influenza della religione nella vita politica degli Stati Uniti?

Certo, questo è innegabile, occorre vedere se si tratta di un ritorno della religione intesa in termini di dogma e di fede o di un fenomeno più strumentale che andrebbe discusso; ma è evidente che siamo di fronte ad un ritorno alla religione in tutto il mondo e non soltanto negli Stati Uniti. Negli ultimi vent’anni, c’è stata un’ascesa di movimenti fondamentalisti ovunque, tanto nel mondo islamico quanto in quello cristiano, e questo in qualche modo costituisce la differenza. Uno dei fenomeni con cui abbiamo a che fare oggi è, a mio avviso, il potere dell’evangelismo organizzato. La crescita negli Usa non viene dal cattolicesimo americano, o da tutte quante le denominazioni protestanti, come i metodisti, congregazionisti o gli episcopali, quanto piuttosto dal movimento evangelico, e parte soprattutto dal sud del paese.

GB: A quanto affermano gli specialisti, dall’analisi delle elezioni presidenziali è emerso un ruolo determinante sull’esito elettorale non solo del voto dei cristiani re-born ma anche dei cattolici; un po’ tutta la stampa, da “Mother John” alla “Boston Review”, ha portato avanti un discorso comune per cui la destra sarebbe stata maggiormente favorita dalla religione perché è più vicina ai sentimenti della gente, mentre la sinistra e i liberal restano più elitari. Cosa ne pensa?

SB: Rimango poco convinta e le spiego il perché. Lei parla di John Kerry e del voto cattolico; Kerry ha rifiutato di fare del suo cattolicesimo un argomento fondamentale, preferendo una celebrazione civile della separazione tra chiesa e Stato. Se infatti la maggioranza dei voti cattolici non è andata a Kerry, anche se non dispongo dei numeri, è stato piuttosto per una questione di classe. I voti persi da Kerry fra i cattolici sono dovuti a una questione di classe, alla percezione di elitarismo che una classe di elettori di tradizione democratica ha avuto di lui. L’elitarismo ha avuto un ruolo molto importante in queste elezioni presidenziali, ed è questa l’assurdità della situazione perché George W. Bush e John Kerry sono andati entrambi a Yale ed entrambi venivano da famiglie altolocate: ma la famiglia di George W. Bush è molto più legata alla struttura delle élite del paese, mentre il padre di Kerry era un emigrante ebreo. Eppure Bush è riuscito a far apparire la destra più vicina alla gente.

GB: Secondo alcuni, i liberal parlano alle persone dei loro bisogni in termini di politica, mentre i repubblicani e la destra di quello che la gente è, di come si sente.

SB: È il modo di perseguire lo scopo. Non penso che la sinistra si debba preoccupare di questo, la politica si può fare con il cuore o con l’impegno. Esistono sicuramente dei valori attorno ai quali la sinistra può mobilitare un sentimento, che possono essere la rabbia, l’onore, il coraggio: basta che ci sia un ideale. Il punto su cui i repubblicani hanno fatto leva è stato un sentimento, estremamente potente, e cioè la paura. Si è parlato di conservatorismo compassionevole, ma a mio avviso le ultime elezioni presidenziali si sono giocate sull’11 settembre 2001 e non sulla religione. Il ricorso alla religione di indirizzo evangelico è stato usato per orientare il voto, per organizzare la comunità, ma in realtà il fattore determinante è stato quello della sicurezza: quale poteva essere il presidente che meglio poteva garantire la sicurezza nazionale, combattere il terrorismo internazionale, affrontare le loro paure.

GB: Ma la religione non può aver rappresentato una sorta di risposta a quelle paure?

SB: Personalmente sono dell’idea che di fatto che la destra religiosa abbia avuto una maggiore influenza nel partito repubblicano durante le campagne presidenziali precedenti. In questa particolare campagna presidenziale, i temi religiosi sono stati subordinati all’organizzazione. Ritengo sia importante comprenderlo, perché la maggioranza morale e i valori familiari sono sempre stati alla base delle passate campagne repubblicane, mentre in questa specifica campagna, il presidente ha accuratamente evitato di toccare argomenti “agguato”, così la mia opinione riguardo a quello che è stato il fattore principale non coincide con la sua. Ritengo che questo “pacchetto morale” esista, ma venga dopo la paura e la sicurezza.

GB: Sta dicendo, dunque, che il processo di secolarizzazione non si è arrestato e sta andando avanti anche negli Stati Uniti?

SB: No, non intendo affermare questo, non penso che si possa realmente sostenere l’ipotesi della secolarizzazione. Ritengo che ci sia una crisi generale e la crisi della secolarizzazione ne faccia parte. Oggi il progresso della tecnologia porta nuove domande sulla medicina, sul ruolo della scienza, e una grande quantità di persone in ogni settore si interroga sull’inizio e la fine della vita. In questo genere di questioni, si pensa che la scienza e la tecnologia abbiano la soluzione, in realtà creano più problemi di quanti non ne risolvano e anche la sfera pubblica non ha soluzioni pronte. In breve, la secolarizzazione non ha risposte per questo progresso o per la tecnologia, così posso capire che alcuni l’abbiano abbandonata.

GB: Si dovrebbe forse chiedere alla sinistra di servirsi di più della religione, o alla destra di servirsene meno? Qual è un’opinione liberale a questo proposito?

SB: Penso che dal punto di vista sociologico, la tesi della secolarizzazione non abbia più valore. La modernità e la tecnologia non significano la fine della religione. Non è così, da un punto di vista sociologico. Ritengo che in generale ci sia una sorta di ricerca segreta nella nostra cultura, e la religione è una delle forme che assume. Questo è un grande dibattito che riguarda la sociologia e la cultura: se la grande domanda del ventunesimo secolo è “c’è un ritorno alla religione?”, bene, allora ritengo che la risposta sia positiva: sì, c’è un ritorno alla religione e la spiegazione risiede in un aumento della complessità della vita e in un’incapacità dell’ideologia politica, anche quella liberale, di garantire una soluzione a molti problemi. Non penso tuttavia che la sinistra debba usare strumentalmente la religione. A volte esistono gruppi religiosi organici all’interno della sinistra. Ne è un esempio l’American Civil Right Group, che, come è noto, è un caso in cui è evidente l’influenza della religione, delle chiese, sullo Stato. Si sa, un Martin Luther King non lo si può inventare, ma è molto evidente che a volte esistono dei collegamenti organici tra il movimento progressista e la religione, e penso che li si dovrebbe coltivare il più possibile, non c’è motivo di contrastarli. La questione è di distinguere tra collegamenti organici o strumentali. La sinistra non può semplicemente riscoprire la religione in funzione dei suoi obiettivi, piuttosto dovrebbe avere degli obiettivi comuni per i quali potrebbe mobilitare forze diverse. Forse ci può essere una politica per la giustizia sociale, contro la povertà, per il disarmo, contro la guerra, per gli immigrati clandestini, i sans papier, in cui ci può essere una mobilitazione sia delle persone appartenenti a gruppi legati alle chiesa che dei laici, per lavorare insieme. È questo quello che io cercherei.

Published 19 September 2005

Original in Italian
Translation by Dora Bertucci
First published in Reset 90 (2005)

Contributed by Reset
© Seyla Benhabib/Giancarlo Bosett/Reset Eurozine

PDF / PRINT

recommended articles