Ragioni di confine
Gli studi sulle traduzioni, ai loro inizi, confinavano la nozione di traduzione all'interno dei limiti assai ristretti del modello che è stato definito con l'espressione "lingua incontra lingua", circoscrivendola a rapporti tra testi nei processi di trasferimento interlinguistico. Nella formulazione più semplice, e più semplicistica, tali processi presuppongono l'unità sia della fonte che del linguaggio di destinazione, limitando l'attività di traduzione alla ricerca di quelle equivalenze più adatte al trasferimento, da un linguaggio a un altro, di un significato preformato – in sostanza, il traduttore sarebbe un semplice interprete che si colloca in un campo d'azione assai ristretto e quasi privo di autonomia. E' giusto dire che, allo stato attuale dei translation studies, il modello che ho appena descritto è niente più che una mera caricatura. In effetti, l'ambizione epistemologica di questi studi si è andata ampiamente estendendo, ben oltre le eccessive semplificazioni di quel modello. Ciò ha comportato – tra le altre conseguenze – uno spostamento dall'asse della linguistica applicata a quello dei cultural studies e, contemporaneamente, la definitiva attestazione della traduzione come interdisciplina.
Politics of translation
Our understanding of the field of translation studies has in recent years taken on many more meanings and now encompasses spheres beyond the usual textual dimension: Translation today is as much about the translation of cultural, political, and historical contexts and concepts as it is about language.
Introduction
Politics of translation
António Sousa Ribeiro
The reason of borders or a border reason?
Hasan Bülent Kahraman
Translating the translation
Tomislav Longinovic
Balkan in translation
Rada Ivekovic
Transborder translating
Mischa Gabowitsch
Translation as tragedy and farce
Erica Johnson Debeljak
Gained in translation
Cultural diversity
Migration is part of modern society, meaning more and more people of different ethnic, religious, and cultural backgrounds live together in Europe. The multitude of perspectives and experiences represents an enormous resource, but as cultural conflicts inherent in today's urban societies become visible, doubts are also raised about the value of diversity. [ more ]
Kenan Malik
Mistaken identity
Will Kymlicka
Multiculturalism and liberal democracy
Tommi Laitio
Superlocal identities. The European in the youth experience
Laurent Dubois, Michel Giraud, Marc-Olivier Padis, Lilian Thuram, Patrick Weil
A history to be handed down. Interview with Lilian Thuram
Monique Selim
An anthropologist between "banlieues" and the world
Gerard Delanty
Peripheries and borders in a post-western Europe
Jörg Lau
Muslims and the decadent West
Ali Fathollah-Nejad, Feridun Zaimoglu
"You've got to swing your hips!". A conversation with Feridun Zaimoglu
Ali Fathollah-Nejad, Navid Kermani
"I won't be an Uncle Tom". A conversation with Navid Kermani
Per Wirtén
Doing the world differently. In defence of multiculturalism
Abdul-Rehman Malik
Take me to your leader. Post-secular society and the Islam industry
Lila Abu-Lughod
The Muslim woman. The power of images and the danger of pity
Ramin Jahanbegloo
Beyond the clash of intolerances
Ted Cantle
Parallel lives
Yasmin Alibhai-Brown, Candace Allen, Ted Cantle, Dreda Say Mitchell
Multiculturalism: A failed experiment?
António Sousa Ribeiro
The reason of borders or a border reason? Translation as a metaphor for our times
Moris Farhi
All history is the history of migration
Irena Maryniak
The Polish plumber and the image game
Martin Ehala
The birth of the Russian-speaking minority in Estonia
Salil Tripathi
A tale of two communities. Multiculturalism in London and Leicester
Vladimir Malakhov
Racism and migrants
Cynthia Ghorra-Gobin
Political representation as response to urban rioting. A comparative perspective
Ayhan Kaya
The Beur uprising. Poverty and Muslim atheists in France
Nikola Tietze
Zinedine Zidane or games of belonging
Kenan Malik
Free speech in a plural society. Opening address at the 19th European Meeting of Cultural Journals
Isolde Charim
Culture as battlefield. The Danish cartoon controversy and the changing public sphere
Alex Rhys-Taylor
The irrepressibility of Mangifera
Ekow Eshun
Identities and the subversion of borders
Ursula Owen
Apprenticeship in assimilation. Closing speech at the 19th European Meeting of Cultural Journals
Marco Pautasso
Ich wäre gerne European
Se, in ogni epoca, esistono concetti che a un certo momento raggiungono una diffusione tale da sembrare in grado di designare essi stessi i principali elementi che caratterizzano quell'epoca, si può sostenere che oggigiorno il concetto di traduzione appartenga a questo genere. Si può infatti affermare, senza alcuna riserva, che la traduzione è diventata una metafora centrale, una delle parole-chiave del nostro tempo. Potenzialmente, qualsiasi situazione in cui cerchiamo di rapportarci significativamente alla differenza può essere descritta come una situazione di traduzione. In questo senso, la traduzione evidenzia come linguaggi differenti, culture differenti, contesti politici diversi possano essere messi in contatto tenendo conto dell'intelligibilità reciproca ma senza dover sacrificare le differenze nell'interesse di un'assimilazione cieca. Ciò spiega anche perché le questioni dell'etica e della politica della traduzione siano divenute, oggi, tanto più urgenti.
Si potrebbe, ovviamente, sostenere che nell'era della globalizzazione, la traduzione sia sempre più superflua e la necessità di tradurre sempre meno evidente. L'uso dell'inglese come lingua franca, come avviene in tantissimi incontri internazionali in tutto il mondo, può – è vero – significare la creazione di uno spazio comunicativo "neutrale" al servizio di uno scopo strumentale, evidente nel luogo comune che considera la lingua inglese l'esperanto del nostro tempo. Ma l'inglese è la lingua franca della globalizzazione perché è la lingua dell'Impero, del solo impero che continua a esistere sulla scena mondiale contemporanea. E la logica dell'impero, di un centro che tutto racchiude, governato dall'obiettivo di un'assimilazione totale, è essenzialmente monolingue e monologica. Secondo una tale prospettiva unificante, per cui la differenza non va riconosciuta o semplicemente non esiste, la traduzione è, in effetti, irrilevante. Ne emerge così che una possibile definizione della globalizzazione egemonica è quella di una globalizzazione senza traduzione che, a un altro livello, equivale al processo attraverso cui un Paese egemone si trova nella posizione di promuovere i propri localismi sotto forma dell'universale o del globale.
Cultural citizenship
The concept of cultural citizenship responds to the multicultural context of contemporary societies, in which the concern with equality is increasingly being complemented with a concern with difference. Eurozine groups together texts articulating issues central to the concept. [ more ]
Eurozine Editorial
Cultural citizenship
Gerard Delanty
Citizenship as learning process
Rainer Bauböck
Who are the citizens of Europe?
Ivaylo Ditchev
Mobile citizenship?
Ivaylo Ditchev
Utopia of freedom or reality of submission?
António Sousa Ribeiro
The reason of borders or a border reason?
Rada Ivekovic
Tranborder translating
Edouard Glissant
The necessary relation between here and there
Charles Taylor
Democratic exclusion -- and its consequences
Leonardo Avritzer, Boaventura de Sousa Santos
Towards widening the democratic canon
Axel Honneth
Justice and communicative freedom
Axel Honneth, Krassimir Stojanov
Racism as a defect of socialization
Per Wirtén
Free the nation -- cosmopolitanism now!
José Manuel Pureza
Towards a post-Westphalian Internationalism
Questo ci porta, inevitabilmente, alla questione dell'identità. Secondo Stuart Hall, l'identità non è tanto un problema di tradizione ma di traduzione, poiché il concetto di identità può essere concepito non solo come nucleo sostanziale ma in termini della posizione occupata in una rete relazionale. In altre parole, la semplice equazione "cultura = identità" – per dirla come Terry Eagleton – non è in alcun modo ammissibile. Tale equazione si basa, infatti, su una definizione di cultura come contenuto sostanziale sovra-storico legittimato dal corpo della tradizione e circoscritto a una sorta di territorio interno. Al contrario, come ci ricorda Bakhtin: "Il regno della cultura non dovrebbe essere concepito come un complesso spaziale delimitato da confini e in possesso di un territorio suo proprio. Nel regno della cultura non esiste alcun territorio interno: essa si colloca interamente nei confini, i confini passano ovunque, attraverso ciascuno dei suoi elementi [...]. Ogni atto culturale avviene, in effetti, sui confini".
C'è cultura dove ci sono interazione e un rapporto con il diverso, nei termini di quella che Bakhtin definisce l'autonomia partecipativa di ogni atto culturale. In altre parole, i concetti di "cultura" e di "confine" implicano l'uno l'altro, ma in modo dinamico e non statico, eterogeneo e non omogeneo. D'altro lato, riflettere sull'eterogeneità interna delle cultura implica concepire la traduzione non solo come rapporto interculturale, ma anche intraculturale.
A questo punto, è inevitabile fare riferimento alla questione del multiculturalismo. In effetti, esiste – paradossalmente – una versione del multiculturalismo che fa anch'essa a meno della traduzione e che è, in questo senso, nient'altro che l'immagine rovesciata dell'atteggiamento imperialista. Se si concepisce il multiculturalismo come la semplice coesistenza di culture autosufficienti che non devono interagire – a questo proposito, un'immagine comune, giustamente criticata da Susan Friedman, è quella del mosaico i cui pezzi hanno confini ben definiti, indipendenti e sono semplicemente giustapposti tra loro, se il multiculturalismo viene considerato in questo modo, allora, certo, non c'è alcun bisogno di traduzioni. Le conseguenze politiche di tutto ciò sono ben note: esse portano a una versione di destra del multiculturalismo ben resa dal discorso di un politico populista come Le Pen in Francia. Ma, alla fine, questa stessa versione evidenzia anche il noto e molto discusso modello dello "scontro di civiltà" proposto da Samuel Huntington. Questo modello si fonda sull'assunto dell'essenziale intraducibilità delle culture. Esso rappresenta perciò, a mio parere, la forma ultima di una irragionevolezza dell'identità – come è stata giustamente definita da Thomas Meyer – una irragionevolezza fondata su una visione della cultura come una sorta di blocco monolitico, il cui unico modo per relazionarsi con altre culture, analogamente considerate dei monoliti, è, nel migliore dei casi, la semplice coesistenza e, nel peggiore, la guerra di civiltà. Come dice Huntington: "Sappiamo chi siamo solo quando sappiano chi non siamo e spesso solo quando sappiamo contro chi stiamo". Sulla base di questa prospettiva di esclusione reciproca e della definizione del confine come linea divisoria e non come spazio di incontro e articolazione, non può essere fondata alcuna teoria della traduzione.
Se, al contrario, condividiamo l'assunto che ogni cultura è necessariamente incompleta in sé e che non esiste niente di simile a una cultura indipendente e omogenea, allora la definizione stessa di una data cultura deve comprendere quella che io definirei "intertraducibilità". In altre parole, essere-in-traduzione è una caratteristica essenziale del concetto stesso di cultura se, come ci ricorda Wolfang Iser, la traducibilità "implica la traduzione dell'alterità senza che essa venga sussunta sulla base di nozioni preconcette". In altre parole, citando nuovamente Iser, nell'atto della traduzione "una cultura straniera non viene semplicemente assunta all'interno del proprio quadro di riferimento; ma, il quadro stesso è soggetto ad alterazioni per poter adattare ciò che non si adatta".
Tuttavia se è il quadro stesso a dover essere messo in questione e ridefinito in ogni atto di traduzione, allora anche i rapporti di potere vanno messi in questione e ridefiniti. L'atto di assumere o assimilare corrisponde – come ha sostenuto ripetutamente Adorno – all'esercitare potere nel regno concettuale. Aníbal Quijano e Walter Mignolo, tra gli altri, hanno proposto il concetto di colonialidad o colonialità per indicare una tale operazione di sussunzione del presunto subalterno. Nel suo studio che porta il significativo sottotitolo Per un'etica della differenza, Lawrence Venuti offre alcuni esempi estremamente illuminanti del modo in cui la ricerca di trasparenza, di una assimilazione perfetta al contesto di destinazione, si esprime attraverso modi di familiarizzazione che implicano processi di elisione e una trasformazione forzata che corrisponde all'imposizione delle ideologie o dei valori e degli schemi del centro che, in ultima analisi, sono di tipo coloniale. Uno degli esempi più sconvolgenti citato da Venuti parla di una storia dei popoli del Messico pubblica in versione bilingue, inglese e spagnola nel Corriere dell'Unesco. Nella versione inglese, antiguos mexicanos (antichi messicani) viene tradotto indiani ("Indians"); sabios (saggi) "indovini" ("diviners"); testimonias (testimonianze) "documentazioni scritte" ("written records"), dimostrando scarsa considerazione per la conoscenza trasmessa attraverso la tradizione orale. Si tratta di esempi significativi del modo in cui il razionalismo eurocentrico, non riconoscendo un sapere concorrente, non può valutarlo nell'atto della traduzione ma, invece, lo modella semplicemente secondo gli schemi della modernità occidentale, assunti implicitamente come gli unici validi.
Un'etica della differenza nei termini di Venuti richiederebbe una critica del termine dialogo, molto abusato. In realtà, non basta usare questa parola come una sorta di soluzione magica. Ciò che è di cruciale importanza, ovviamente, è come sono definiti i termini del dialogo. Come si può facilmente osservare nei contesti postcoloniali, l'offerta di impegnarsi nel dialogo, se non è accompagnata dalla volontà di mettere in questione i quadri di riferimento dominanti, si risolve spesso solo in un ulteriore atto di potere – non sorprende che spesso colonizzati o subalterni non siano disposti ad accettare un dono del genere, con grande stupore (tutto sommato ingiustificato) da parte dell'offerente. Fu senza dubbio avendo in mente una pratica della traduzione di questo tipo – già esposta nell'analisi classica di Edward Said in Orientalismo, che, in larga misura, anche se non esplicitamente, tratta della traduzione – che Michael Dutton ha intitolato Lead us not into translation un saggio degno di nota, pubblicato nel 2002 sulla rivista Nepantla: Views from the South. Dalla prospettiva degli Studi sull'Asia postcoloniale e a partire dalle tesi di Said, Dutton sviluppa nel suo saggio una critica ben fondata del modello di traduzione cui la figura dell'Altro è stata tradizionalmente sottoposta dal discorso scientifico occidentale. Si trattava di un modello che, in definitiva, si preoccupava di corroborare le proprie tesi e che era, perciò, teso a svalutare, ignorare o ridurre al silenzio qualsiasi cosa che, nell'Altro, si presentasse eterogenea o si discostasse dalle tesi implicite nel modello stesso.
L'articolo di Michael Dutton segue la linea di molteplici altri studi che si sono impegnati in una critica dell'epistemologia coloniale, epistemologia che opera sistematicamente attraverso la costruzione di una topografia del mondo basata su una retorica dell'universale che è, allo stesso tempo, una retorica della traduzione intesa come riduzione dell'altro al sé. Il concetto di traduzione che risulta ex negativo dalla critica di questa epistemologia – concetto che coincide con l'ampia definizione a cui ho fatto riferimento attraverso l'intero saggio – deve superare la semplice nozione di dialogo tra culture. Dal momento che il dialogo, per forza di cose, implica una negoziazione delle differenze, la traduzione riguarda qualcosa di diverso dal dialogo, che vuol dire anche che essa rifiuta la posizione ermeneutica fondata su una "fusione di orizzonti" gadameriana. E' vero che, come ci ricorda John Frow, la figura dell'altro è il prodotto inevitabile di una costruzione culturale che è il risultato della logica immanente di ogni specifica configurazione culturale: "[...] non può esserci alcun contrasto tra il loro quadro culturale e il nostro poiché il primo è generato come oggetto conoscibile a partire dall'interno del nostro quadro culturale. La divisione tra noi e loro funziona come un'immagine allo specchio – un'inversione che ci dice solo ciò che vogliamo sapere di noi stessi".
In senso analogo la semiotica culturale di Jurij Lotman sviluppa il concetto di confine come un elemento fondamentale di ogni pratica culturale, come una forma di organizzazione del mondo che costruisce l'io nel processo di definizione dell'altro come estraneo e straniero. Ma affermare ciò significa dire che il concetto di alterità è sempre inseparabile dai processi di traduzione che permettono di relazionarsi con quell'alterità. La questione centrale è, precisamente, la modalità di quella traduzione, la questione se questi processi tendono semplicemente all'assimilazione e alla riduzione dell'identico o se, al contrario, essi sono capaci di proporre il non-identico, cosa che può essere fatta solo mantenendo viva un rapporto di tensione ed estraneità reciproche.
E' in relazione a questo problema che, secondo il mio punto di vista, il concetto di confine mostra la propria piena produttività. La ragione traduttiva è una ragione cosmopolita, ma non semplicemente nel senso che essa procede aldilà dei confini; ciò che è determinante è la sua capacità di situarsi sul confine, di occupare gli spazi di articolazione e di negoziare continuamente le condizioni di questa articolazione. In altre parole, la ragione cosmopolita, che è la ragione del traduttore, è essenzialmente una ragione di confine. In questo senso, la funzione del traduttore, per utilizzare la formula suggestiva proposta da Tobias Döring, non è quella dell'andare tra ma di arrivare tra, di chi non solo porta e prende ma di chi, letteralmente, arriva nel mezzo.
In effetti, quando parliamo della traduzione nei termini che ho indicato, parliamo di un "terzo spazio". Bisogna essere consapevoli dei rischi insiti in questo concetto che dipendono, in primo luogo, dall'uso di una metafora spaziale. In questo contesto, non parliamo, ovviamente, dello "spazio" in senso letterale, né di una qualche entità trascendentale o di un principio regolatore, ma semplicemente dell'arrivare tra che ho appena menzionato. Il "terzo spazio" della traduzione segna il punto di contatto tra l'identico e l'altro – il confine – e mostra il prevalere di un rapporto di tensione tra i due quadri di riferimento. Perciò, si può evitare qualsiasi sintesi o assimilazione che abbia come risultato una semplice cannibalizzazione e si può attivare l'intera gamma delle interazioni. A questa relazione di confine possiamo dare nomi diversi. Doris Bachmann-Medick, insieme a molti altri, la definisce un testo ibrido, sulle orme di Homi Bhabha; Lawrence Venuti, a sua volta, ricorre al concetto di letteratura minore sviluppato da Deleuze e Guattari per suggerire che l'obiettivo del traduttore è la produzione di testi "minori", ovvero, di testi che rifiutano la comunicazione trasparente e stabiliscono la densità di un linguaggio che è estraneo ai codici di discorso dominanti nel contesto d'arrivo. In ogni caso, la tesi sottostante è il rifiuto di una retorica dell'autenticità – che il traduttore sia un traditore è fatto pienamente accettato in senso positivo come una caratteristica dell'arrivare tra che è inseparabile dal suo compito. E, naturalmente, la concezione attuale secondo cui nel processo di traduzione qualcosa andrà inevitabilmente perduto perde peso se paragonata alla percezione che parecchio possa anche essere guadagnato.
Non c'è bisogno di sottolineare che il confine, per definizione, indica una condizione di precarietà e instabilità. Una delle conseguenze dell'accettazione di questa condizione interspaziale e interstiziale è che i topoi accettati – vale a dire i luoghi comuni di una data cultura – non si applicano più come premesse ma diventano piuttosto essi stessi un oggetto di discussione, dibattito, negoziazione. Ciò viene sottolineato da Boaventura de Sousa Santos in un testo che prova con forza l'importanza che il concetto di traduzione ha assunto per la teoria contemporanea e, in particolare, per la teoria sociale. Mi riferisco a un articolo intitolata Para uma sociologia das ausências e uma sociologia das emergências (Verso una sociologia dell'assenza e una sociologia dell'emergenza). Il concetto sottostante alla tesi sviluppata in questo testo, sulle orme di precedenti opere del sociologo portoghese, è quello di un'ermeneutica diatonica, definita come una posizione epistemologica che, quando si trova di fronte a culture differenti, riconosce l'incompletezza reciproca delle culture, rifiuta di stabilire una gerarchia tra di esse e, invece, sceglie di valutare selettivamente ciò che, in esse può contribuire più significativamente ad intensificare una relazione dialogica. In corrispondenza di ciò, la traduzione è definita come "una procedura che non attribuisce a qualsiasi insieme di esperienze dato né lo status di una totalità esclusiva né quello di una parte omogenea".
Il saggio di Santos attribuisce al concetto di traduzione un ruolo centrale. Esso è considerato al centro della nozione di cambiamento sociale, poiché è attraverso la traduzione che si può "ampliare il campo dell'esperienza" in modo tale da "valutare meglio quali sono le alternative possibili e oggi praticabili".
Contemporaneamente, una prospettiva postcoloniale della traduzione permette di dare spazio alla conoscenza e a campi d'azione che sono stati troppo a lungo circoscritti nei termini di dicotomie che si escludevano l'una l'altra. Uno dei numerosi esempi addotti da Santos riguarda la questione delle cosiddette conoscenze concorrenti. Le riformulazioni postcoloniali, basate sulla preoccupazione per la biodiversità, della relazione tra biomedicina e biotecnologie sviluppata nei Paesi centrali e il sapere medico tradizionale nel Sud hanno portato alla creazione di intelligibilità reciproche e alla rivalutazione del sapere che era precedentemente rimasto vittima dell'epistemicidio colonialista o imperialista. E questo processo può, naturalmente, essere trattata come un processo di traduzione.
Sembra che, nell'intera sezione finale del suo testo, in cui egli affronta "condizioni e procedure della traduzione", Boaventura de Sousa Santos entri in dialogo – a volte esplicitamente come quando fa riferimento alla nozione di "zona di contatto" presa in prestito da Mary Louise Pratt, altre volte in maniera implicita – con percezioni centrali degli studi sulle tradizioni contemporanei, le stesse percezioni che ho cercato di presentare in questo testo. Mi riferisco a questioni come la problematizzazione del concetto di originale e della priorità di quest'ultimo, la nozione della traduzione come modo di negoziare differenze e di rendere la differenza manifesta, come fenomeno non solo interculturale ma anche intraculturale, come condizione dell'auto-riflessività delle culture. La presenza di questi argomenti, elencati qui senza alcun intento sistematico, testimonia la centralità del concetto di traduzione come punto di incontro vitale allo stato attuale delle conoscenze delle scienze umanistiche e sociali. Esiste senza alcun dubbio un'intera gamma di configurazioni possibili di questo punto di incontro: per esaminare, nei loro contesti specifici, le differenti modalità di traduzione del concetto stesso di traduzione.
Questo testo è una versione corretta e ampliata del discorso tenuto in occasione del XVI Meeting dei Giornali Cultura a Belgrado, in Serbia e in Montenegro dal titolo "Europa e i Balcani: Una politica della traduzione" che si è svolto 24-27 ottobre 2003.
Published 2006-01-13
Original in English
Translation by Martina Toti
First published in Caffè Europa (Italian version)
© António Sousa Ribeiro
© Eurozine







