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Editoriale

Italia 2008, la politica cambia colori


Èvero, la grande novità, prima durante e dopo le elezioni italiane dell'aprile del 2008 è il Partito democratico. Novità grande perché novità di sistema; non è soltanto una nuova formazione con un nuovo simbolo, ma il primo pezzo di un altro scenario, un altro gioco, un altro film. Esce di scena la coalizione eterogenea, figlia di una fase di transizione e di leggi elettorali "sporche". Entra in scena il primo candidato a una competizione, chiara e distinta, in cui il segretario di un grande partito si propone come primo ministro.

Figura e sfondo

L'immaginifico McLuhan avrebbe detto che si tratta di una "figura" che trascina con sé un vastissimo "sfondo", nello stesso modo in cui la figura del "treno" – che se chiedi a un bambino di disegnartelo ti fa una bella locomotiva con le carrozze, la "figura" – trascina con sé non solo il convoglio, ma tutto un gigantesco "sfondo", fatto di rete ferroviaria, stazioni, banchine, rete elettrica, gestione informatica, migliaia di ferrovieri e altro ancora. Il treno del Partito democratico si porta dietro lo "sfondo" di un nuovo disegno della vita politica italiana – bipartitismo, riforme costituzionali ed elettorali, riduzione del numero dei partiti e dei parlamentari, accelerazione dell'attività di governo – e ha già esercitato una buona spinta sugli altri concorrenti, compreso il Popolo della libertà berlusconiano. Un Partito che si candida a governare, libero dai ricatti di una coalizione, sarà più affidabile perché comunque più responsabile. Promette un bene raro nella storia politica italiana, quello della piena accountability, come la chiamano i politologi con una parola inglese che vuol dire capacità di rispondere del proprio operato (e che non a caso è sinonimo di affidabilità). Chi governa sarà giudicato per il suo operato senza l'ingombro di alleati, di veti e di ricatti.

Appoggiare il partito di Veltroni

Questo ruolo, di apripista di un tempo nuovo della politica italiana, giustifica la necessità di appoggiare il Partito di Veltroni. È un voto, che più di tutti gli altri, avvicina la conclusione della transizione iniziata quindici anni fa e che può accelerare l'uscita da una condizione paludosa e paralizzante, di cui gli ultimi anni sono stati una testimonianza drammatica.

Lo "sfondo" nuovo è del tutto incompleto. Lo sappiamo. Qualche residua minaccia di condizionamenti contraddittori rimane anche sul Pd (nonostante le candidature di parte cattolica e di parte radicale siano un segnale importante: quel genere di divisioni ci sarà ma non sarà tale da strutturare la scena politica come discriminante principale) e soprattutto sul centrodestra: la fusione tra An e Forza Italia è tutt'altro che conclusa, quella con la Lega non è neppure proposta. Il soggetto politico del centrodestra continuerà a essere divaricato. La presenza della Udc fuori dalla coalizione è una ulteriore complicazione del nuovo "sfondo".

Pro-life Pro-choice ai margini

Intanto però prende forma un duello che polarizza la competizione in forme e con colori nuovi. La vecchia sinistra dei "rossi" non c'è più, è oggi una minoranza fuori del Partito democratico. Ma anche lì il rosso si è sciolto tra i colori dell'arcobaleno. Il bianco della vecchia balena democristiana c'è ancora, ma non caratterizza nessuno dei due poli partitici, a conferma che la nuova scena politica italiana non si disegna sul contrasto tra cattolici e non, tra religiosi e non, e neppure tra pro-life e pro-choice. A perorare questa ipotesi – ideologizzare il conflitto fino a farne ragione centrale della propria missione politica – rimangono solo due formazioni, i socialisti di Boselli e la lista di Ferrara, entrambe molto idiosincratiche e con tratti sconcertanti: gli eredi del Psi si allontanano da un tratto distintivo della storia del riformismo italiano (Craxi compreso) che consisteva nella capacità di dialogare con i cattolici, e di rappresentarli in buona misura; il gruppo de "Il Foglio" è guidato da un non credente che ha fatto dello spregio della moralità, sempre messa in caricatura come moralismo, una cifra della sua retorica disinibita e programmaticamente scorretta. I primi abbandonati dal riformismo laico (e da Pannella), i secondi abbandonati da Berlusconi e dalla Chiesa, che si dichiara grata, ma indirizza altrove le sue simpatie, finiranno forse entrambi per avere un ruolo ai margini del campo. Nonostante molto battage in senso contrario, sia da una parte che dall'altra, sarebbe un segnale che i contrasti etici, per quanto importanti, non sono e non saranno il discrimine tra destra e sinistra.

Candidature sommarie

Si profila un confronto dalle tinte verdi e azzurre, che dovrà costruirsi nel tempo nuove più chiare identità sociali e culturali. Le candidature mostrano come questo cammino sia complicato: le scelte "di rappresentanza " – l'operaio, il giovane, la precaria, l'imprenditore ecc. – erano necessarie, ma si è proceduto in modo sommario, come se mancasse un criterio certo. E gli spazi offerti dalle sagge rinunce volontarie come da quelle forzate non sono stati utilizzati con la dovuta accortezza.

Sarebbe stato enormemente più produttivo se si fosse data maggiore attenzione al ruolo di quelle che Giuseppe De Rita chiama "minoranze attive", specie tra i giovani più qualificati, che fanno esperienza internazionale, tra gli imprenditori più dinamici e più proiettati nel mondo, tra i ricercatori tentati di andarsene (e andati), tra coloro che progettano scelte coraggiose di vita personale e di comunità, orientate ai valori ambientali, alla qualità della vita (che dell'Italia rimane un bene attraente e desiderato in tutto il globo), insomma tra le élite di un possibile futuro italiano, fuori dalla "esperienza del peggio ", vissuto come destino non redimibile della penisola.

Meritocrazia per favore

Ebbene la fiducia tra questa gente, come tra i lettori della Casta e gli arrabbiati fedeli di Grillo, si guadagna con scelte meritocratiche, dichiarate e praticate. Le cooptazioni disinvolte mandano un segnale tremendamente conservatore, significano che la vecchia Italia dei raccomandati e dei furbi non cambierà mai. Lo scarto tra il dire e il fare è intollerabile per gente informata e capace di verificare. Niente di peggio che le candidature dei "figli di". Il danno compiuto qui rischia di compromettere il voto tra i giovani e, ancora peggio, l'incubazione di una nuova generazione di politici. Inutile dire che non è vero e che si tratta di deformazioni da parte di forze ostili. Le campagne elettorali sono sempre battaglie contro forze ostili.


00 Editoriale 10-03-2008 16:06 Pagina 3

 



Published 2008-05-13


Original in Italian
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